Una stagione che non finisce mai di sorprendere. Così si potrebbe definire questa felicissima annata della serie prodotta da Alan Ball, che cala l’ennesima carta vincente verso un finale che si annuncia esplosivo e, come ricompensa, ottiene anche il rinnovo.
Tempo di bilanci e ripartenze per Banshee, che se in “We Were All Someone Else Yesterday” passa tra le macerie e i disastri causati dalla “tempesta” Chayton, si rimette subito in moto in “You Can’t Hide from The Dead”, gettando le premesse per i tre episodi finali.
Il primo dei due gioca in parte con i meccanismi del “what if…”, presentandoci alcuni “possibili” flashback in bianco e nero che mostrano come sarebbero andate le cose se “Hood non avesse ucciso Hood” e se con la sua vera identità avesse lasciato per sempre la cittadina di Banshee. Per lo sceriffo, infatti, è il momento dei rimpianti, ma soprattutto dei sensi di colpa lasciati dalla tragica, crudele e spietata morte di Shioban. La puntata rappresenta un momento di pausa dopo la scarica di adrenalina del precedente “Tribal“, ma segna anche un importante spartiacque che apre alla seconda parte di stagione: dopo quanto accaduto, nessuno dei personaggi è più quello che era prima e si prepara ad una discesa agli inferi che, per il nostro protagonista, vedrà presto probabilmente la sua concretizzazione nelle paludi inospitali della Louisiana.
Lo scenario “what if…” mette però in luce anche il conflitto alla base della serie, quello tra razionalità e ragione (che porta gli eventi verso una determinata direzione) e violenza e istintualità, ovvero l’anima nera di Banshee che ha poi generato tutto quello che è realmente accaduto. Ecco perché questo sesto episodio è ancor di più un momento riflessivo sulla natura dei nostri protagonisti, che se da una parte (Hood) sono subito portati a reagire, dal’altra (Kai) preferiscono un momento di elaborazione e introspezione. Rispetto all’impulsività esibita da Rebecca nel gestire gli affari illeciti di famiglia, Kai dimostra infatti un’improvvisa e maggiore lungimiranza nella gestione delle proprie emozioni. Come spesso accade, è la morte (quella di Shioban e della madre di Kai) ad aprire gli occhi ai personaggi, sebbene appunto le reazioni non possano essere che diversissime: mentre Kai è portato ad una pacificazione con suo padre e ad una possibile nuova storia d’amore, Hood si trascina verso il baratro di un cieco desiderio di vendetta. Di nuovo violenza e istinto sfidano la ragione e gli esiti appaiono ancora imprevedibili.
Unico neo della puntata è l’inseguimento a Chayton che annaspa un po’ in forzature evitabili, le quali servono solo allo scopo di rimandare uno scontro che potrebbe (e dovrà) essere epico. Questo breve antipasto doveva probabilmente darci il sapore di quello che sarà poi il piatto principale, ma invece scade in alcune trovate un po’ facilone (Hood che inciampa durante l’inseguimento) che alla fine ci portano ad un “nulla di fatto” che non aggiunge niente né costruisce tensione per il futuro. Tanto valeva, a questo punto, evitare direttamente il tutto e preparare lentamente le basi per quella che sarà la battaglia finale. In un episodio che doveva essere dedicato interamente all’elaborazione del lutto, forse gli autori hanno avuto paura di lasciarci per 50 minuti senza scene action e hanno alla fine optato per questo assaggio che, invece, lascia un po’ di amaro in bocca.
La musica cambia decisamente nel successivo episodio, dove invece la narrazione riparte e culmina con l’atteso colpo a Camp Genoa, che rappresenta l’altra principale storyline della stagione. La seconda parte dell’episodio è infatti quasi interamente focalizzata sulla rapina, sequenza che occupa del resto ben 20 minuti (ma che volano via come se fossero 5 tanta è la suspence e alto il ritmo del montaggio): questa rappresenta un omaggio non solo all’iperrealismo di un certo recente cinema “real-time”, che sposa il punto di vista della camera, ma anche e soprattutto ai First Person Shooter videogame (conosciuti volgarmente come gli “sparatutto”), in cui c’era una totale identificazione tra spettatore/giocatore e punto di vista del personaggio. La scena, non a caso girata in questo modo, ci porta infatti dritti a identificarci con i personaggi, a immergerci nel loro sprofondamento verso gli antri più oscuri della loro anima, di cui la rapina è perfetta metafora e che costituisce anche il tema dell’episodio.
La morte, infatti, si conferma ancora di più in questo episodio come il motore delle azioni dei principali personaggi, quel fantasma che li ossessiona e che impone loro la ricerca di emozioni forti che possano lenire le ferite aperte, che diano loro quella scossa di adrenalina che li faccia riposare dai loro tormenti e li faccia sentire qualcuno. Lo vediamo nelle ennesime nuove brutte amicizie di Deva, in Kai che cerca il conforto in una nuova storia di amore, nel desiderio di Hood di fare la rapina a tutti i costi per distrarsi dai suoi sensi di colpa per Shioban, persino in Rebecca nel suo tentativo di crearsi una propria identità indipendente sfidando il pericolo. Tutti cercano appigli da un caos in cui precipitano ogni giorno di più, quello stesso caos di cui Chayton è metafora, esempio perfetto di un’identità consumata e ormai cancellata dall’odio, dalla vendetta e dalla sete di supremazia.
Sono personaggi che al momento sono stati privati di appoggi e di riferimenti, abbandonati alla loro solitudine. Non è un caso che a fare da contraltare alla loro discesa agli inferi ci siano solo Carrie e Gordon, che ritrovano la speranza di risalire la china proprio aiutandosi l’un l’altro. I due, a lungo distanti, affrontano in questo episodio un rito “adrenalinico” di passaggio, attraverso la rissa con la gang in cui si è immischiata la figlia Deva. La scena, nella sua fisicità, prelude al successivo ricongiungimento sessuale e sancisce (in perfetto stile Banshee) la riappacificazione tra due personaggi che avevano iniziato il loro tracollo proprio al momento della loro separazione.
Banshee è dunque la dimostrazione che la volontà di fare mero intrattenimento, se supportata da qualità tecniche di primo livello come queste, può portare a serie tv che non sono assolutamente seconde ai più riconosciuti capolavori di scrittura degli ultimi anni. Attingendo a piene mani dalla cultura popolare, dal cinema pulp e di genere, dal fumetto, fino al videogioco, Banshee dimostra di essere un pastiche di rara bellezza, in cui ogni episodio sa stupire con le sue virate di regia e i suoi esperimenti visivi. Non tutto è ovviamente perfetto, ma vince e convince la volontà degli autori di divertirsi, di mettersi in gioco, di sperimentare grazie ad un dispositivo, quello del “genere”, che invece di etichettare la serie la apre a mille possibilità, facendola diventare, almeno in questo momento, sempre più contagiosa e irresistibile. In attesa degli ultimi tre episodi, che si preannunciano epici.
Stagione pazzesca, episodio 3×07 bellissimo e super adrenalitico. Prevedo una mattanza negli ultimi episodi che la metà basterebbe e sarebbe pure troppo. Hood così malmesso lo amo immensamente, come Job ha detto “così non ti avevo mai visto” ed è bello vedere che anche lui prima o poi subisce dei cedimenti.
ho visto quasi 100 serie e questa e’ tra le prime 3 e meritava davvero il successo di lost e prison break, peccato che la prossima stagione sara’ l’ultima
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Stagione pazzesca, episodio 3×07 bellissimo e super adrenalitico. Prevedo una mattanza negli ultimi episodi che la metà basterebbe e sarebbe pure troppo. Hood così malmesso lo amo immensamente, come Job ha detto “così non ti avevo mai visto” ed è bello vedere che anche lui prima o poi subisce dei cedimenti.
La settima puntata è l’ennesimo capolavoro di una serie cresciuta alla velocità della luce.
ho visto quasi 100 serie e questa e’ tra le prime 3 e meritava davvero il successo di lost e prison break, peccato che la prossima stagione sara’ l’ultima