
Olivia Pope, figlia di una terrorista e del capo del B613, coinvolta in complotti assurdi e amante del Presidente degli Stati Uniti, sembrava non poter raggiungere altri livelli di caratterizzazione estrema. Ovviamente non poteva essere così, ed ecco che la donna viene trasformata in arma di ricatto utilizzata per un tentativo di colpo di stato e per piegare il Presidente a qualunque decisione, tra cui una guerra nell’Ovest dell’Angola.
Tom, che ogni volta che è inquadrato non riesce a trattenersi dal citare in continuazione Christopher Marlowe paragonando Olivia a Elena di Troia, definisce esattamente il nuovo ruolo che Shonda Rhimes sembra voler disegnare per la sua protagonista: “il volto che fece partire un migliaio di navi” diventa quindi donna responsabile, con la sua sola esistenza, di qualunque nefandezza possa accadere, e solo perché il Presidente non è in grado di mantenere la lucidità quando si tratta della vita della persona che ama.

Anche sul fronte Olivia le cose sembrano procedere in modo interessante: Kerry Washington, così come nella puntata precedente, si trova a suo agio nel ruolo di “rapita d’eccellenza” e mostra in maniera sempre più evidente il peso del ruolo affidatole.

La sensazione, acuita poi dall’episodio successivo, è che questa situazione di stallo per il Presidente (con una guerra già iniziata e una posizione di ricattabilità pericolosissima) potesse essere sfruttata molto di più, proprio in virtù di una scelta come quella del complotto che sembrava funzionare bene. La pericolosità reale di Nichols si esaurisce in meno di una puntata, la fuga di Olivia appare troppo rapida, e la scoperta del luogo di prigionia quando è ormai troppo tardi risulta un cliché pesante, anche per una serie che certo non mira all’originalità.

La reintroduzione di Maya Pope, lungi dal voler essere preoccupante (come sottolineano le note di “Think” in sottofondo), ha solo lo scopo di cercare di mettere un po’ di pepe alla situazione, portando in realtà come unica conseguenza l’ennesimo punto di rottura di Huck – fatto notare così tante volte che ormai c’è solo da aspettarsi una tragedia imminente.
La parte che invece evidenzia una volontà concreta di gettare delle basi per il futuro è il ritorno delle ambizioni politiche di Mellie, che qui per la prima volta rivela ad alta voce al marito il suo desiderio di diventare Presidente: la rapidità con cui Fitz acconsente a lasciar perdere l’arresto di Nichols potrebbe certamente rientrare in una sorta di ringraziamento e di comprensione per la moglie, ma si spera (per le sorti della serie) che la questione del complotto non si concluda così facilmente.

Con questi due episodi Scandal dimostra ancora una volta la sua capacità di essere tutto e il contrario di tutto: una serie che sa intrattenere, ma che al contempo spesso non è in grado di sfruttare le situazioni che potrebbero guidarla verso direzioni più produttive e interessanti. Ad ogni modo, il percorso intrapreso a partire da “Run” non può ancora dirsi concluso e non è da escludere che possa riservarci ancora delle sorprese.
Voto 4×11: 7+
Voto 4×12: 6/7
