
Fin dal primo istante si è parlato di “show coraggioso”, sia per le tematiche trattate – il razzismo dell’America odierna che viene raccontato senza censure, in tutta la sua pateticità – sia per il network che lo trasmette – è raro che la ABC, famosa per il suo essere nido di prodotti molto edulcorati, decida di farsi promotrice di una serie così adulta.
Bisogna, in effetti, riconoscerle determinati aspetti positivi. Innanzitutto la scrittura dei dialoghi non è mai scontata, poiché raramente ci si trova a pensare di avere davanti personaggi poco credibili: ciò avviene grazie a reazioni sempre plausibili e naturali, che costituiscono uno dei pochi punti davvero impeccabili di questo show – e d’altronde stiamo parlando di John Ridley, sceneggiatore di “12 Anni Schiavo”.

Infine, c’è il cosiddetto “punto forte” di American Crime, quello di cui si è maggiormente parlato e che ha fatto in modo che molti ne tessessero le lodi: le domande “fastidiose”, ovvero il fattore scatenante di quegli esami di coscienza che pongono lo spettatore di fronte a temi scottanti quali razzismo, disumanità, e pregiudizio. Non si può negare l’efficienza di tale tecnica narrativa, ma oltre a questo aspetto – la cui innovatività consiste esclusivamente nel suo essere il centro di gravità del prodotto – sono davvero ben poche le parole positive che si possono spendere a proposito dello show. Per questo motivo ci si pone una questione: è possibile costruirvi intorno un’intera serie televisiva?
In primo luogo, da un punto di vista contenutistico la trama risulta densa di stereotipi: è inevitabile che, edificando l’intero plot attorno ad un piccolo concetto – il quale, pur essendo interessante, non può brillare di luce propria –, si sfoci nell’inserimento massiccio di personaggi e situazioni già viste. Ciò si riscontra in storyline come quella di Aubry e Carter: lei, ragazza ribelle in lotta con la famiglia; lui, afroamericano che subisce i pregiudizi di una società dalle vedute ristrette. In entrambi i casi l’atmosfera è quella di un grande déjà vu, ed è oltretutto controproducente l’eccessivo spazio riservato, specie nel quinto episodio, alla vicenda della fuga d’amore dei due. Se altri personaggi – come Barb e Russ – funzionano in modo discreto, per loro non si può certo affermare lo stesso: ecco perché è impossibile farvi ruotare quasi un intero episodio attorno, tenendo conto anche del debole intreccio e dell’epilogo – l’overdose di Aubry – molto prevedibile e scontato.

Il filo conduttore che unisce tutti i personaggi della serie, però, è spesso troppo debole: risulta difficile, dunque, dare un senso a personaggi come Hector – ormai troppo distante dalla storyline principale perché lo spettatore possa interessarsene – oppure Alonzo e Tony, i quali, protagonisti di una considerazione piuttosto “comoda” sul contrasto tra razzismo ingiustificato e apertura mentale, si sono trasformati in due insipidi riempitivi fin dalla quarta puntata.
Infine, un personaggio che acquisisce importanza soltanto a questo punto della narrazione è quello di Aaliyah, che a primo impatto potrebbe apparire come l’emblema della purezza, dell’eroina senza macchie che combatte il razzismo con tutte le sue forze; in realtà, ad uno sguardo più attento, si nota in questa nuova protagonista una serie di caratteristiche speculari a Barb, ma riferite allo “schieramento” opposto. Per questo motivo, è difficile stabilire se si possa trattare di una creazione vincente o di un semplice specchietto per le allodole.

Innanzitutto, ogni inquadratura è uguale a tutte le altre secondo un modello ripetuto, indice di poca voglia di osare accompagnata dall’interesse a terminare le riprese il prima possibile: il risultato di tutto ciò è una regia scialba e anonima. Se le qualità di scrittore di John Ridley sono ben note, allo stesso tempo non si era mai cimentato, prima d’ora, in progetti registici di una certa importanza; un difetto di esperienza che si manifesta in modo piuttosto evidente attraverso errori come il non rispetto, talvolta, della regola dei 180°, oppure la scelta di una profondità di campo eccessivamente bassa. Sviste, queste, a cui non si può certo rimediare con qualche virtuosismo di maniera come la scena dell’incontro tra le famiglie di Barb e Tom, realizzata in un’unica ripresa.
Un’altra scelta alquanto discutibile è quella di mescolare, mediante tagli di montaggio continui e disordinati, scene girate in diversi momenti dei dialoghi: capita spesso, ad esempio, di vedere un personaggio intento a riflettere o ad ascoltare il suo interlocutore mentre, contemporaneamente, ne si ascolta la voce. Se il proposito di tutto ciò è quello di presentare uno stile registico innovativo, il risultato è che lo spettatore ne esce confuso e distratto, ma soprattutto infastidito; vi è un vero e proprio abuso di tale tecnica, che è presente anche quando, ai fini della narrazione, non sarebbe per niente necessaria.

Voto 1×04: 5+
Voto 1×05: 4½
