La corsa verso il finale di Daredevil continua e procede spedita, presentandoci un trittico di episodi che, in modi diversi, ci svela il passato dei nostri protagonisti per farci capire le relazioni che hanno intrapreso nel presente e prevedere il futuro di tutta la stagione. La serie, inoltre, ritorna senza sosta su alcuni temi che hanno fatto la storia del cinema e che rendono questo uno show da tenere d’occhio.
È proprio legato all’occhio e alla sua funzione il filo conduttore che lega “Condemned”, “Stick” e “Shadows in the Glass”: la crisi del visibile è un grande tema in Daredevil, non solo inerente alla cecità di Matt, che per primo si rende conto della differenza tra visibile e reale, ma anche al sistema che governa la città, in cui niente e nessuno è come sembra. Il doppio gioco della polizia, i cattivi amalgamati nella società civile, la corruzione che ha raggiunto ogni livello permettono di codificare la realtà solo a chi non è capace di vederla, ma la sente grazie al battito del cuore di chi la vive. Per questo Matt riesce a fare passi in avanti rispetto al duo Karen/Foggy, che cerca di scoprire la verità grazie alla vista, cercando documenti e prove che possano incastrare chi sta dietro ai fatti della Union Allied. Le due storyline sono comunque molto solide e per ora parallele, aspettando il momento inevitabile di contatto e scontro.
Oltre al tema della vista, il racconto del passato assume un ruolo preponderante in questi episodi, raccontandoci l’infanzia di Matt Murdock e di Wilson Fisk – rispettivamente in “Stick” e “Shadows in the Glass” – ed introducendo alcuni temi centrali per lo sviluppo dei due personaggi. Matt ci presenta il suo mentore, Stick, che per un breve periodo lo ha addestrato e gli ha fatto comprendere quali fossero le sue capacità: fin da subito si capisce l’importanza di questa figura, che lo ha cresciuto quando suo padre non poteva e ha contribuito a formare quello che Matt è oggi. Il doppio abbandono che ha subito ha lasciato un’impronta indelebile nel piccolo Murdock, che prima ha perso il padre, addossandosi la colpa della sua morte, e poi è stato allontanato da Stick, che non ha visto in lui abbastanza distacco per portare a termine il suo addestramento. Se da una parte il troppo amore lo ha strappato dalle braccia di suo padre, dall’altra lo ha diviso dalla seconda figura paterna che ha conosciuto; questo spiega molto del rapporto con gli altri del Matt adulto, delle conoscenze usa e getta con le donne e la sua indole solitaria che usa come protezione per evitare altri rifiuti.
Il racconto del passato di Wilson è senza dubbio più interessante, perché aiuta a conoscere uno dei personaggi più enigmatici della serie: la sua infanzia difficile, il rapporto con il padre autoritario e violento, le angherie che era costretto a sopportare anche in casa hanno dipinto un quadro perfetto di quello che è il personaggio oggi e del suo bisogno di comprensione sfociato in cieca violenza. Anche il suo avvicinamento a Vanessa è un diretto collegamento al passato: il dipinto che li ha fatti incontrare somiglia fortemente al muro bianco che Wilson ha fissato prima di uccidere il padre a sangue freddo, e vederlo ogni giorno gli ricorda l’omicidio stesso e le motivazioni, secondo lui nobili, del gesto. Il ruolo di Vanessa però non finisce qui: lei è molto più di una fidanzata ed è qualcosa di totalmente diverso da una musa; Vanessa è il modo in cui Wilson cerca di dare un senso a se stesso e una giustificazione al suo operato, molto più vicino a quello di un criminale di quanto lui pensi. Fisk si è avvicinato ad una gallerista perché vuole che lei capisca la sua arte, vuole essere riconosciuto come futuro scultore della città ed ha bisogno di qualcuno capace di riconoscere questa capacità e dargliene atto. Vanessa ha la stessa importanza di quel quadro bianco che Wilson ha appeso in camera da letto, lo tiene ancorato alla realtà e lo giustifica allo stesso tempo per gli errori che ha commesso in passato.
Un altro tema importante sviluppato e stravolto da questi tre episodi è quello del nome: entrambi i protagonisti del racconto sono figure conosciute e temute da molti pur non essendo chiamati per nome ed anzi, chi osa pronunciare il nome Wilson Fisk va incontro a morte certa (perché si uccide o viene ucciso da fedeli del boss), mentre addirittura l’alter ego di Murdock non ha ancora un nome. La paura di pronunciare il nome non fa che accrescere la paura della persona stessa e su questo puntano i due personaggi, cercando di trasformare il terrore degli altri nella prima arma a loro disposizione per la vittoria. Per questo la decisione di Fisk di rendere pubblici il suo nome e il suo volto, a prima vista un possibile passo falso, è invece l’unico modo per togliere all’avversario l’opportunità di smascherarlo, rendendolo contemporaneamente più forte e quindi più temuto.
Con questi tre episodi centrali Steven DeKnight, showrunner della serie, è riuscito ad ampliare l’universo di Daredevil sviluppandolo in profondità e confermando la natura adulta dello show. La caratterizzazione sempre più sfaccettata dei due protagonisti, ma anche dei personaggi secondari, acquista più importanza all’interno dell’economia della serie e supera anche la trama, che non brilla per originalità o imprevedibilità. Questi sono i motivi del grande successo della serie, che Netflix e Marvel hanno già rinnovato per una seconda stagione, disponibile dal 2016.
Voto 1×06 “Condemned”: 7 Voto 1×07 “Stick”: 7 ½ Voto 1×08 “Shadows in the Glass”: 7 ½
Bella recensione, spettacolari le puntate, Stick è un gran personaggio, Fisk non poteva essere interpretato meglio. Mi chiedo chi sia l’uomo per cui lavora Stick, che sia un’anticipazione della seconda stagione?
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Bella recensione, spettacolari le puntate, Stick è un gran personaggio, Fisk non poteva essere interpretato meglio. Mi chiedo chi sia l’uomo per cui lavora Stick, che sia un’anticipazione della seconda stagione?