Pur scadendo spesso in un’esposizione ridondante, Scandal continua a tenere alto il ritmo dell’evoluzione narrativa, moltiplicando ed intersecando vorticosamente una sempre maggiore quantità di eventi. Le spinte evolutive non mancano, tuttavia la frenetica cifra stilistica dello show comincia a mostrare qualche ciclica ripetizione di se stessa.
L’esperienza della prigionia di Olivia si staglia su questa stagione come un punto di non ritorno, che per certi versi potrebbe anche essere considerato come uno spartiacque per l’intero show: la corsa al di là di quella porta rossa, che ossessiona ancora la nostra protagonista, sembra aver dato avvio a un cambiamento profondo nella percezione che Olivia ha di se stessa, soprattutto in relazione a Fitz e, in generale, allo stesso concetto di “giustizia”, così bramato e temuto allo stesso tempo. La necessità di Mrs. Pope di “distrarsi con il lavoro” ha come conseguenza drammaturgica un susseguirsi di episodi a sé stanti, ancorati ad un caso particolare in cui vediamo il comparto dei gladiatori, ridotto a Quinn e Huck, in pieno svolgimento delle proprie funzioni originarie. Il sostrato della causa contro il B613 s’interseca così alla risoluzione di varie situazioni, portata avanti con una devozione alla giustizia così marcata ed esibita da lasciar trasparire un intimo imperativo. Questa sottile ostinazione su cui si ormeggia il disorientamento di Olivia crea una giustificazione narrativa per questa lunga serie di episodi tendenti al procedurale: questa corsa si interrompe con la ventesima puntata, “First Lady Sings the Blues”, in cui le conseguenze della lotta contro il B613 diventano il fulcro narrativo, aprendo anche le porte ad un nuovo mistero – What is Foxtail? – su cui costruire le basi del finale di stagione.
Don’t talk about me like you know me. You don’t know me.
Il primo esito tangibile della scampata “vendita” di Olivia è la completa ridefinizione del suo rapporto con Fitz. Liv si rende conto, forse per la prima volta così chiaramente, di essere diventata il più pericoloso punto debole del Presidente: quel legame così forte che lega i due è adesso percepito e rappresentato come un pericolo per la gestione della stessa democrazia americana. Al di là di tutte le esagerazioni sulla completa gestione della vicenda, la spinta che vede Olivia allontanarsi da Grant è la chiara conseguenza di un’intenzione a caratterizzare il personaggio verso una linea che, per quanto possibile, possa allontanarsi dal filone romantico. Sebbene l’idea di base sia buona, la sua realizzazione convince solo a metà, ovvero esclusivamente per le sue conseguenze: poter mettere al centro della linea orizzontale dello show la lotta contro il B613 – e dunque contro Rowan –, ancora una volta unico antagonista contro cui Olivia Pope non riesce a spuntarla. Tenere ben saldo un nucleo tematico che mini l’infallibilità della Pope & Associates è di per sé un espediente necessario per caratterizzare il personaggio in maniera dialettica, ma la ripetitività che il conflitto con Command assume nella sua più diretta esposizione rischia di diventare ridondante. Inoltre, il confronto tra Olivia e il padre ha il demerito di rendere esplicito quel trambusto morale contro cui la donna è stata portata a scontrarsi per gran parte degli ultimi episodi: puntualizzare ancora una volta, e con un fare ancora più chiaro e diretto, il bisogno di una devozione alla giustizia non fa che vuotare di importanza il percorso di evoluzione del personaggio.
I have a chance to make up for the sins of my past.
Se sul fronte Olivia l’abbandono della linea sentimentale si rincara di molteplici rimandi, per quanto riguarda Fitz le conseguenze sono di più basso respiro: la sua dedizione alla “causa Mellie” ha il sapore poco entusiastico di una perdita, soprattutto alla luce di quella devozione verso Olivia ancora preponderante nella sua caratterizzazione. Basti pensare allo sguardo rivolto alle dita di Liv alla ricerca di quell’anello “Doux Bebe” che ricomparirà alla fine di “Put a Ring On It”, o alla noncuranza con cui firma la nomina a Segretario di Stato di Sally, o ancora alla telefonata di “First Lady Sings the Blues”, quando l’eco del divorzio proposto da Liz lo porta quasi inconsciamente a chiedere aiuto a Olivia. Il tono della conversazione riprende, quasi alla lettera, quello di tantissime altre telefonate in cui i due si dicono tacitamente addio in nome di un bene maggiore. Il consiglio di Liv arriva in extremis, come per scongiurare l’altra linea d’azione possibile, ovvero la separazione dei due coniugi. Fitz ha bisogno di risolvere gli errori del passato prima di potersi dedicare ad un futuro diventato di colpo più incerto che mai, ed evitare di aprire i cancelli di un campo minato, permettendo a Liz di costruire la campagna elettorale di Mellie sulla fine del suo matrimonio, è prima di tutto un atto d’amore verso la decisione di Olivia. Per quanto tutto ciò sia abilmente dissimulato e sotteso, non si può non notare come invece ridia vigore alla stantia drammaticità di un amore impossibile, sottotesto usato così tante volte da non conservare più alcuna efficacia.
It’s all any of us will be remembered for, so… Enjoy this job while it lasts, Red.
Il fronte più fruttuoso alla Casa Bianca è invece quello su cui si poggia il sottile e silenzioso contrasto che pare prendere piede tra le mire di Mellie e i propositi di Cyrus. “Put a Ring On it”, interamente dedicato alla gestione dello scandalo che coinvolge Michael, tende a focalizzare l’attenzione sull’intera evoluzione del personaggio di Cy, su quel cammino attraverso cui l’uomo ha perso quasi ogni briciolo di umanità. Il percorso che va da Janet a James, fino ad arrivare a Michael, è un lento e continuo azionarsi di compromessi, di azioni infime ma necessarie al consolidamento di un unico obiettivo: portare sempre più in alto il valore dell’azione politica di Grant, anche in virtù di un’eredità a cui legare il proprio nome. Tra l’approfondimento del rapporto con Janet e le parole di Sally, durante l’intervista in difesa di Mellie, si staglia un filo sottile che tende ad enfatizzare una repressa volontà di Cyrus di dedicarsi alla politica attiva. La sua reazione alla linea elettorale proposta da Liv – utilizzare il conflitto di interessi a proprio vantaggio – è piena di un risentimento che ci auguriamo non rimanga inesplorato: Every minute of time either one of us has worked for this man and his legacy goes right down the drain because all he’ll be remembered for is his wife telling the world he’s whipped.
What have I always told you, Olivia? Against me, you will never win.
Il ruolo drammaturgico del B613 è stato da sempre quello di svolgere una piena e completa azione antagonistica, soprattutto alla luce del fatto di riuscire ad inglobare quasi totalmente nelle sue reti l’intero insieme dei personaggi. L’avvio di un “consiglio di guerra” deciso ad annientarlo è una logica conseguenza narrativa che si lega, come abbiamo già sottolineato, al tentativo della protagonista di andare dall’intenzione alla pratica di giustizia. L’unico problema sta, ancora una volta, nell’utilizzo di dinamiche un po’ scontate – come l’infiltrato Russel che seduce Olivia – o nella ripetizione di stilemi narrativi, ovvero Foxtail che si inserisce nel racconto con la stessa carica sovversiva che aveva avuto Remington nella passata stagione.
Per quanto l’uso del filone B613 abbia funzionato bene come elemento di coesione di una trama orizzontale a cui nel corso degli ultimi episodi è stato dedicato poco spazio, la ripetizione ciclica di soluzioni formali immutate nella forma ma simili nella sostanza rischia di appiattire il tono della narrazione.
La vera cifra stilistica di Scandal si fonda su un profondo patto di fiducia con lo spettatore, chiamato a piegarsi anche più del dovuto verso una sospensione dell’incredulità di ampio raggio; ciò che lo show dava in cambio erano stravolgimenti narrativi che, per quanto eccessivi, riuscivano a scardinare completamente l’orizzonte d’attesa, creando in continuazione nuovi punti di ripristino. Questa stagione non è certo da meno, e l’espediente del rapimento di Olivia ha fatto il suo dovere, ma nel corso di questi ultimi episodi il ritmo è calato molto per poi rialzarsi in maniera un po’ troppo prevedibile: Rowan è un villain che comincia a non funzionare più come dovrebbe e, nonostante alcune delle sue azioni riescano ancora a lasciarci di stucco (l’uccisione di Zibellino nero e famiglia), le modalità con cui ciò è portato a termine tradiscono una facilità tale da diventare scontata. Tuttavia, mancano ancora due episodi al season finale, che, come da tradizione, potrebbe riservarci ardite sorprese.
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