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Episode Eight
L’indole attivista e, al tempo stesso, disillusa di Ridley non è mai stata tenuta nascosta fin dall’inizio della serie, ma nell’ottavo episodio raggiunge la sua definitiva esplicitazione con la marcia organizzata da Doreen per il fratello Carter. Le marce di protesta rappresentano da sempre le fondamenta della lotta per i diritti civili degli afroamericani, ma l’autore sembra voler sottolineare come esse siano ormai svuotate di contenuto e assoggettate agli interessi individuali: se l’intento iniziale era quello di salvare il fratello dalla condanna a morte certa, Doreen si rivela ormai più interessata ad ottenere una rivalsa personale di stampo razziale e la lotta per i diritti di Carter funge da giustificazione perfetta.
Una situazione di questo genere non può che minare ulteriormente il fragile equilibrio di Barb, ormai preda della paranoia e rassegnata a dover essere punita pur essendo nel giusto. Il tentativo di organizzare una contro-protesta, tuttavia, la porta ad entrare in contatto con il “vero” razzismo americano, retrogrado e forte di una morale religiosa deviata, e a fare definitivamente i conti con quei pregiudizi che l’hanno guidata per tutta la vita.
È una scena di importanza cruciale, poiché cambia completamente la percezione che Barb ha di se stessa e, giocoforza, quella che lo spettatore ha di lei: l’intolleranza bigotta e becera che l’ha animata fin dall’esordio, rendendola sgradevole agli occhi del pubblico, è priva di alcun fondamento o cognizione di causa. Verrebbe quasi da sorridere vedendo Barb stupirsi del suo essere razzista, ma la compassione di Ridley nei confronti del suo personaggio è evidente, così come appare chiara la tesi dell’autore alla base dello show: l’America è nata nell’odio, e gli americani continuano ad odiare anche se nemmeno si ricordano il perché.

Gli uomini di legge, dunque, continuano ad essere mostrati come individui votati al distacco emotivo, più inclini ad ostacolare la giustizia che a metterla in pratica, e in occasione della marcia di protesta mettono in mostra la loro indole reazionaria: il dissenso può essere arginato solo con la violenza, quindi, dopo un continuo terrorismo psicologico nei confronti dei manifestanti, si passa alla repressione fisica. Tutto è generato da uno sparo nei confronti di una manifestante, bianca e razzista, e qui Ridley è molto astuto a non rivelare l’identità dell’aggressore e a sollevare un grosso velo di ambiguità: lo sparo è partito dai manifestanti o dai poliziotti stessi?
Episode Nine

La violenza perpetrata durante la manifestazione ha un effetto diametralmente opposto su Barb, ormai allo sbando, la quale cerca un ultimo appiglio di sicurezza comprando un’arma da fuoco, ennesima icona fondativa della storia americana e della violenza di cui essa è intrisa. Con la possibilità sempre più concreta che Carter venga rilasciato per l’omicidio di Matt, il pensiero che Barb si spinga al punto di uccidere il colpevole per lenire le sue pene sorge spontaneo, ma come si è visto nel precedente episodio il suo odio non è così cieco da spingersi a tanto: l’ipotesi più plausibile è che lei rivolga l’arma contro se stessa per trovare finalmente conforto.
Sorprendentemente, il ruolo di deus ex machina è affidato a Russ, la cui evoluzione è stata progressiva e raggiunge qui il suo apice. Nella devastata famiglia Skokie, Russ risulta l’unico in grado di fare i conti con il peso delle proprie azioni e andare avanti imparando da esse. Proprio lui, il padre assente e malato dell’azzardo, sa quanto il ruolo di Barb sia stato importante per la crescita dei propri figli, ed è su questo fattore che lui fa leva per convincerla a non abbandonarsi all’oblio e a continuare a vivere, anche se questo significa omettere la verità su Matt e sui soprusi di cui è stato artefice durante la guerra in Iraq.

Episode Ten
Il primo a pagare lo scotto per la rivelazione di Aubry è ovviamente Hector, il quale si ritrova privato della protezione testimoni e rispedito in Messico, nelle mani di un sistema giudiziario ancor più arbitrario e disumano di quello statunitense. La debole possibilità di garantire un futuro sereno alla propria famiglia viene cancellata e l’immagine di Hector come marionetta nelle mani della legge viene ancor più amplificata; se si aggiunge il fatto che la sua sconfitta è dovuta a una confessione dalla veridicità incerta, l’impatto drammatico della vicenda risulta fortissimo.

È proprio lei, con il suo candore e la sua rabbia innocente, a garantire la libertà a Tony, grazie a un accorato discorso che suona come una sentenza nei confronti della società americana, colpevole di essere la principale minaccia della gente comune che dovrebbe salvaguardare e proteggere.
Due figli che si riconciliano con il padre e un altro che non vuole legami con i propri genitori: è il caso di Mark che, in questo continuo gioco al contrasto, è sempre più determinato ad escludere dalla propria vita Russ e Barb, responsabili in egual misura dello sfacelo della propria famiglia. Ma se nell’episodio precedente Russ era riuscito a trovare un punto di contatto con l’ex moglie, qui si supera imponendo per la prima volta il suo giudizio di padre, ammonendo il figlio di non lasciarsi tutto alle spalle come ha fatto lui. Si tratta di una dimostrazione di maturità fuori dalla norma, ma al tempo stesso una richiesta d’aiuto: ora che Carter è ufficialmente libero, la situazione può prendere una piega tragica da un momento all’altro, e tutti e tre avranno bisogno di restare uniti per non sprofondare nell’oblio.
A un solo episodio dalla fine, dunque, American Crime riesce a soddisfare in pieno gli obiettivi che si era prefissata, raccontando una storia “locale” ma al tempo stesso universale; una vicenda di profonda e sincera umanità che evita facili manicheismi e insegna a superare i propri pregiudizi andando oltre le apparenti distinzioni in “buoni” e “cattivi”.
Voto complessivo: 7 ½
