
We are perfect.

L’amara ironia è purtroppo che questo legame non ha nulla di sano, nulla di naturalmente genuino: conoscersi da ubriachi e poi cadere nella spirale della droga per sentirsi a proprio agio a questo mondo sembra suggerire che è davvero impossibile, in un mondo razzista come lo è quello descritto, vivere felici se si fa parte di due ambienti e due provenienze socio-culturali totalmente diverse. Quel “siamo perfetti”, sussurrato da un’ormai devastata Aubrey al suo amato, suona sinistro guardando il loro aspetto: sporchi, feriti, malati e marci dentro, specchio di quello che è stato loro fatto e che i protagonisti (cioè l’umanità) stanno facendo a loro stessi.

Let go.

Fa quasi impressione vedere i due ruoli capovolti, con una Barb che ha capito che non c’è rimedio all’infelicità che regna nel mondo, consapevole di aver perso un figlio e che a breve ne perderà di vista un altro, lanciato verso nuova vita; l’arrendevolezza è frutto di una scrittura precisa e funzionale del personaggio, che è stato accompagnato per vari gradi fino a questo finale. Altrettanto precisa è stata l’evoluzione di Russ, primo a comparire nel pilot e vero fulcro emotivo di tutta la vicenda: il dialogo fra i due è perfetto, con un disperato Russ che cerca di rimettere insieme tutti i cocci sparsi, respinto dalla sua ex moglie che non ne vuole più sapere niente, stanca di tutto quello che ha passato e conscia che nulla sarà mai più come prima. Risulta interessante e appropriata la scelta di tenere sfocata l’uscita di scena di Russ, come se stessimo vedendo attraverso gli occhi di una commossa Barb oppure attraverso gli occhi della realtà, ovvero una verità troppo cruda per essere mostrata in pubblico.

E qui arriva la seconda scelta coraggiosa, far commettere a Russ quello che tutti pensavano fosse un compito della madre disperata e razzista: la vendetta estrema verso il principale indiziato dell’omicidio del figlio, anche se scagionato. La rapidità con qui si svolge la scena è volutamente elevata, volutamente straniante e devastante, così come lo è la morte, così come lo è il mettere in pratica un’azione estrema: anche in questo caso abbiamo un ottimo lavoro di regia che, lasciando spazio a quello che sente Russ dopo lo sparo (stavolta non una voce preregistrata ma un acuto fischio) e al veloce montaggio di immagini sfocate, ci fa entrare in empatia con il personaggio, facendoci sentire tutto lo spaesamento e il dolore.

How do you feel?

Tonz usufruisce quindi delle benevolenza degli autori che lasciano uno spiraglio di luce in una mare di tenebre: anche in questo caso, però, il protagonista della vicenda non è certo immune da colpe e non è uno stinco di santo, e quindi ci porta a chiederci se questa possibilità sia meritata oppure no. La risposta arriva nel dialogo-monologo che Hector ha con il suo futuro datore di lavoro, quando ammette di aver fatto parte della malavita ma che è stato costretto dagli eventi, dalla povertà, dalla paura di non essere accettato o peggio: questo per ribadire che in alcuni casi la vita non ce la scegliamo noi, ma molto spesso sì ‒ come i protagonisti americani della vicenda ‒ e che quindi dobbiamo essere pronti a pagarne le conseguenze.

American Crime, con questo finale, sorprende in maniera molto positiva: non che le restanti puntate fossero da buttare, ma oltre alla regia illuminata e alle prove straordinarie di quasi tutto il cast, la trama sembrava un po’ ristagnare sui soliti cliché. Ridley ha invece avuto il coraggio di osare e di far esplodere questo finale in modo piacevolmente inaspettato.
Così come inaspettata è l’ultima sequenza, dove un sorridente Hector, in macchina verso un futuro che sembra tranquillo e radioso, viene troncato poco prima di rispondere alla domanda della sua fidanzata. Perchè nonostante e dopotutto, a quel “come ti senti?”, non abbiamo né il diritto né il dovere di rispondere: sono felice.
Voto 1×11: 8/9
Voto stagione: 7 ½

Grandissimo episodio finale !
Bellissimo episodio finale per una bella stagione. La storia tra Aubrey e Carter, nel suo essere tanto palesemente malsana, è una delle più belle che mi capita di vedere su schermo da un bel po’ …
Ma alla fine chi era veramente l’assassino?