
(Francis Scott Fitzgerland – Notebook E)
Show Me a Hero comincia con un movimento della macchina da presa che dalla cima di un albero, con la città all’orizzonte, scende fino al livello del suolo, dove quasi immancabilmente ci accoglie un cimitero.
Questa sorta di discesa agli inferi, che dalla condizione aeriforme e sognante della limpida aria della periferia dello stato di New York arriva fino alla cruda e mortifera realtà del ground level – incipit molto simile a quello di Blue Velvet –, si presenta quasi come una dichiarazione di intenti del nuovo, attesissimo lavoro di David Simon. Il progetto arriva sugli schermi della HBO dopo una lunghissima gestazione, la cui responsabilità creativa va divisa tra quattro menti, tre delle quali strettamente legate al mondo del giornalismo. Lisa Belkin, giornalista del New York Times e autrice del romanzo di non-fiction di cui la miniserie rappresenta l’adattamento; David Simon, giornalista, romanziere e sceneggiatore di alcuni dei più influenti e innovativi prodotti della TV degli ultimi anni (The Wire e Treme, solo per dirne due); William F. Zorzi, ex collega di Simon al Baltimore Sun e suo collaboratore durante la produzione di The Wire; Paul Haggis, due volte premio oscar (Crash – regia e sceneggiatura) e grandissimo ammiratore di David Simon, incaricato di dirigere tutti e sei gli episodi della miniserie.
La storia si dipana lungo un arco temporale di circa sette anni tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta ed è ambientata a Yonkers, piccola cittadina dello stato di New York, afflitta dalla questione del public housing, e nello specifico dall’ordine dei giudici di disgregare le case popolari e costruirne altre maggiormente integrate nei singoli distretti della città. Show Me a Hero, miniserie in sei atti, trasmessi per tre settimane due alla volta, segna il ritorno di Simon in televisione e con lui del suo inconfondibile stile narrativo: sin dalle prime immagini si saggia quella capacità unica di mostrare la realtà sotto tanti punti di vista, passando dal generale al particolare, dalle istituzioni alla cittadinanza, dalle classi benestanti ai nullatenenti, dagli uomini di legge ai gangster.
ATTENZIONE: Vista la grande densità di eventi delle prime due puntate, la recensione, pur essendo di un pilot, non è interamente priva di spoiler.
In Yonkers parties don’t matter. Whoever controls the majority of the council, controls the city.

Il tema dell’edilizia residenziale pubblica, senza per questo diventare mai un pretesto, funge anche da fondamentale filtro per radiografare il rapporto tra amministrazione cittadina e istituzioni nazionali, incarnati dal giudice Sand (interpretato da un perfetto Bob Balaban) e dalla sua apparentemente spietata rigidità nel controllare l’applicazione delle leggi federali. Non solo. L’intero spettro politico è anche occasione per indagare la complessità delle negoziazioni tra autorità pubbliche e società civile che comprendono, tra le altre cose, la necessità di mettere insieme istanze diversissime di altrettanto differenti minoranze etniche, molte delle quali rappresentate da membri del consiglio e/o attivisti di varia natura come Michael J. Hussman (John Bernthal), rappresentante legale della NAACP (National Assosiacion for the Advancement of Colored People).
Well, don’t tell anybody, but I always wanted to be the mayor.
Passando dal generale al particolare, arriviamo al personaggio che fa da architrave dell’intero racconto: Nick Wasicsko. Qui torna utile il titolo della serie, che prende la prima parte della famosa frase di Francis Scott Fitzgerald, per riferirsi a un personaggio il cui “eroismo” è chiaro sin dall’inizio, una passione politica fervida, tanto profonda quanto la tragedia che lo vedrà protagonista con il prosieguo della serie. Ebbene sì, Simon attraverso questa storia ci vuole raccontare come, sulle orme di Fitzgerald, anche il più limpido degli eroi possa essere contaminato dalla crudeltà della vita e nello specifico della politica. Il tradizionale canovaccio drammatico che vede l’ascesa e la caduta dell’eroe in questo caso sembra essere stritolato e rivitalizzato dalla riscrittura di Simon, tanto che in pochi attimi il personaggio di Nick è tratteggiato alla perfezione, mettendo in scena le principali peculiarità sia del suo profilo pubblico che della sua identità privata. Nick è un ex poliziotto trasformato in politico e astro nascente del Partito Democratico americano. Profondamente traumatizzato dalla morte del padre, vive da tempo con la madre, ma cova una segreta attrazione per la sua segretaria Nay. La sua anima tormentata è percorsa dalla costante voglia a migliorarsi, amplificata dalle confessioni sulla tomba del padre (quasi un luogo di apertura interiore e di espiazione) e dall’energia con la quale lotta per la propria candidatura – sotto questo punto di vista è estremamente efficace la sequenza a episodi che mostra quanto anche un politico quasi sconosciuto come lui, benché candidato sindaco, debba andarsi a prendere i voti per strada, uno a uno. A questo proposito, a sottolineare ancora la perfezione di ogni frangente di questo prodotto, il personaggio di Nick è appropriatamente puntellato da una selezione musicale sia diegetica sia extradiegetica incentrata sull’opera di Bruce Springsteen. Non solo la serie si apre con un montaggio musicale sulle note di Gave It a Name, ma Nick stesso è mostrato in diverse occasioni ascoltare la musica del Boss.
I swear, every time I worry I’m getting too cynical, I see I’m not even keeping pace.
Il primo episodio ci dà almeno due fondamentali indizi sul futuro tutt’altro che roseo di Nick: prima quando tenta di scrivere il suo slogan e cestina le stesure costituite da sentimenti positivi come integrità e leadership; poi, nel finale, quando tutto sembra andare per il meglio e uno squillo incessante del telefono turba l’atmosfera come un presagio inquietante, rimarcato dalle sirene fuori dal municipio. In effetti il secondo episodio approfondisce la questione non di poco, mostrando le insormontabili e in parte inaspettate difficoltà del sistema in cui si è tuffato. Il cercapersone che squilla invano con il 911 in primo piano che chiudeva il cold open doveva darci dei segnali evidenti: basta poco per far cadere Nick in un tunnel di difficoltà senza uscita, nel quale il protagonista risponde non di rado con un atteggiamento sfacciato e incosciente, sottolineando una strada altamente rischiosa. Queso percorso non porterà a nulla di buono per Nick, se non a quel cocktail di vodka e maalox con il quale sembra ormai punirsi più che gratificarsi. Negli occhi tristi della sua collega Vinni (Winona Ryder in grande spolvero) vede la propria sorte (o almeno una delle tante possibili), in quella paura dell’assuefazione alla politica vede il lato oscuro del professionismo. “Verrà sbranato dalla politica” non esita a dire Michael Hussman, e in effetti è tutto da dimostrare che le sue straordinarie qualità riusciranno a tirarlo fuori dal vortice che sembra assorbirlo.
Everybody needs a place to rest
Everybody wants to have a home
Don’t make no difference what nobody says
Ain’t nobody like to be alone
Everybody’s got a hungry heart…
(Bruce Springsteen – Hungry Heart)

I mean, these people. They don’t live the way we do. They don’t want what we want.

I see dark red, and it’s mostly round, whatever it is.

It’s about these public housing people, bringing drugs and crime into our neighborhood and ruining our property values!

Now, these are places that have become crack jungles which have trapped innocent people in the name of helping minorities.
D
Voto: 9



Ho visto i primi due episodi subito dopo la loro uscita e mi sono parsi molto potenti ed efficaci. Simon riesce a calamitare l’attenzione dello spettatore con una maestria sorprendente. Con la semplice forza della narrazione, senza trucchi o effetti speciali. Riesce a rendere appassionante una vicenda centrata sulla costruzione di edifici popolari nei quartieri residenziali di Jonkers, da sempre abitati dalla classe media “bianca”. Mi vengono in mente autori come Hemingway o, su un altro registro, McCarthy o registi come lo Steve McQueen di “Hunger”: immagini spogliate di ogni retorica, scarne, potenti , essenziali che veicolano significati grazie a un’operazione di “sottrazione” e di concatenazione di senso.
Ho visto recentemente “Generation Kill” e sono rimasto nuovamente colpito dalla capacità di Simon di farti entrare nella storia. Sembra quasi che non sia una “storia”, ma un pezzo di realtà che scorre mentre tu lo osservi da una posizione privilegiata. Con “show me a hero”, la sensazione è identica, a riprova delle grandi capacità dell’autore. Eccezionali le scene del consiglio comunale aperto alla cittadinanza, protagonisti “vivi” che non sembrano nemmeno personaggi, ma che paiono venir fuori direttamente da spezzoni telegiornalistici degli anni ’80.
Non riuscirò mai a capacitarmi di come Simon sia in grado di tratteggiare (in modo tutt’altro che banale e semplicistico) ogni singolo personaggio in pochi secondi, che si tratti del candidato sindaco di una città o di una madre che sta progressivamente perdendo la vista e la propria famiglia. Questi due episodi di Show Me A Hero si inseriscono con piena coerenza nella scia che è partita con The Corner e che è proseguita con The Wire, Generation Kill e Treme; la continuità dei temi sul livello più generale è incredibile, ma sorprende anche la capacità di Simon di dare sempre una visione diversa, nuova, rendendo ogni singola opera particolare e meravigliosa sotto ogni punto di vista.
Da notare, inoltre, come in questo caso la ancora meno “affascinante” (ma, come spiega benissimo Attilio, è poco interessante solo su carta) natura del tema venga attenuata quasi da un compromesso stilistico, che si distacca da quello delle opere precedenti introducendo una colonna sonora e rendendo il tutto quasi più digeribile, nonostante a livello di scrittura l’amarezza e il dolore tipici dell’autore si facciano sentire fin dalla prima inquadratura.
Un inizio quindi magnifico, come sottolineato dalla bellissima recensione, e l’alchimia tra Simon, Zorzi, Haggis e l’incredibile Oscar Isaac non fa che aumentare il valore di un’opera che, già si sa, finirà di diritto tra le migliori di questo 2015.