Il risultato a cui Wet Hot American Summer: First Day of Camp arriva con i suoi otto episodi è qualcosa di davvero singolare: definirne la natura, proprio per questo motivo, è quasi impossibile, visto che quella che era semplice parodia ha assunto dei connotati molto più interessanti.
Già il film del 2001 aveva accennato a questa scelta particolare: prendere i cliché, le banalità e le situazioni ricorrenti di un genere e ribaltarli, il tutto senza distaccarsene completamente dal punto di vista del fine e di alcuni dei temi affrontati. In fondo, gran parte delle parodie parte dal presupposto che quanto mostrato sia falso e stupido, e da ciò consegue la costruzione di prodotti basati quasi unicamente sulla presa in giro; Wain e Showalter, invece, hanno scelto una strada differente, un percorso che ha in questa stagione l’opportunità di concretizzarsi e maturare fino in fondo.
Arrivati alla fine di “Day is Done”, infatti, è difficile non sentirsi parte della comunità che si è formata (anche se in un solo giorno) episodio per episodio, fino a dare a Camp Firewood e ai suoi più disparati personaggi un’identità ben precisa. Ciò è stato possibile grazie ad un calibrato mix di momenti folli e comici ed altri volutamente goffi, conformi al genere preso in considerazione ma in misura tale da non risultare troppo mielosi o artificiosi; perché in fondo sarebbe bastato eccedere con l’uno o l’altro elemento e l’intera struttura dello show sarebbe caduta in una sola direzione, ma l’alternarsi di storyline con potenzialità diverse (e spesso opposte) ha permesso agli autori di sbizzarrirsi in entrambi i campi.
Si pensi, ad esempio, alla linea narrativa di Kevin e a quella di Gail: se da un lato Wain e Showalter hanno scelto di abbandonarsi (anche se non del tutto) ai cliché tipici dei teen movie degli anni ’80, dall’altro la follia dei continui cambi di compagno della donna costituisce una risposta molto efficace, compensando la storyline del ragazzino senza, per questo, eliminarne parte del coinvolgimento suscitato nello spettatore.
Ma se bisogna citare la componente più forte ed identificativa di questi otto episodi, allora non si può non parlare della costante, incredibile assurdità che ha accompagnato quasi ogni vicenda presentata: già la premessa (un prequel in cui i protagonisti, oltre ad interpretare sempre dei teenager, sono invecchiati di 15 anni rispetto all’originale) costituiva un manifesto delle intenzioni degli autori, ma era comunque difficile aspettarsi una trama così squisitamente esagerata, così priva di qualunque tipo di limite. Se la parte più fuori dal comune del film veniva presentata nella seconda parte, con il satellite della NASA che rischiava di distruggere l’intero campo, in questo caso le vette toccate sono molto più alte: si pensi solo alla morte di Mitch nel secondo episodio, ma anche alla cospirazione su scala nazionale (con il presidente Reagan interpretato dallo stesso Showalter), all’introduzione di Falcon (un sempre incredibile Jon Hamm) e a tutta la violenza che ne è derivata.
Arrivati a metà della stagione sembra che le sorprese siano finite, ma le trovate fuori da ogni logica degli autori continuano a succedersi con una creatività impressionante, andando a toccare i generi più disparati: dall’action movie al legal drama, dal musical al conspiracy thriller. L’universo creato diventa così qualcosa in cui l’assurdo entra nella normalità, e alcune svolte volutamente impossibili (due su tutte, la “rivelazione” di Falcon e la sopravvivenza di Eric) vengono accettate con più tranquillità di quanto si sarebbe pensato.
A tal proposito, si può dire che la paura iniziale di un eccessivo numero di storyline si sia tradotta in un effettivo punto di forza, capace di accumulare fino all’inverosimile minacce su minacce, problemi su problemi, fino ad arrivare alla saturazione degli ultimi, riuscitissimi tre episodi. Se si fosse trattato di uno show più “normale”, in fondo, la troppa carne al fuoco non avrebbe giovato all’avanzamento della trama orizzontale, ma nel caso della serie Netflix la capacità degli autori di gestire il tutto con una sorprendente armonia non ha fatto che aumentare la personalità e la componente assurda della loro creatura, arrivando ad una situazione finale che in pochi si sarebbero aspettati dopo la visione del pilot. La risoluzione, poi, non è delle più brillanti ed originali, e in poche sequenze tutte le minacce si traducono in un nulla di fatto senza particolari guizzi creativi; ma quello che ha saputo convincere di questa stagione è stata appunto la sua costruzione, il viaggio spericolato ed articolato che ha condotto a quel punto di rottura, non il modo in cui la storia prevedibilmente si conclude.
La natura di prequel della serie, infatti, non poteva che portare ad un solo punto di arrivo, e questo è stato il suo principale limite nello svolgimento della trama orizzontale; tuttavia, è interessante notare come i percorsi di molti dei personaggi abbiano preso delle direzioni inaspettate, evitando la facile via suggerita dal film ed esplorando temi completamente diversi. Infatti, con l’esclusione delle storie di Coop e Victor – di gran lunga le due meno interessanti, nonostante la fantastica gag dei preservativi al minimarket –, Wain e Showalter hanno deciso di puntare sulla sorpresa e sul distacco dal prodotto originale, portando alcuni protagonisti verso dei percorsi tutt’altro che prevedibili. La linea narrativa di Lindsay ne è forse l’esempio più calzante, in quanto prende un personaggio fino ad allora solo di contorno e lo trasforma in un vero e proprio perno dello show, permettendo agli autori di lavorare a fondo sul tema dell’appartenenza, forse quello incarnato meglio da questa prima stagione.
Wet Hot American Summer: First Day of Camp può quindi essere considerato un esperimento più che riuscito: proseguire il percorso intrapreso dal film senza diventare una parodia di se stessi non era per niente facile, eppure gli autori sono riusciti ad allargarne l’universo narrativo in maniera impressionante, evolvendo i temi e la comicità dello show con coerenza e con un’esagerata dose di creatività. Come il suo predecessore, anche la serie Netflix è destinata a diventare un piccolo cult, ancora più ricco di peculiarità ed elementi da citare, dai personaggi sopra le righe fino all’iconica colonna sonora, capace di teletrasportare lo spettatore al fianco degli ormai familiari “ragazzi” di Camp Firewood.
Di una furbizia intelliggente unica questa serie. Ha preso tutti gli stereotipi possibili e immaginabili e li ha parodiati alla grandissima. Un bellissimo passatempo per l’estate l’ho vista con grande leggerezza ma al tempo stesso interesse. Poi attori serialmente iconici come Hamm e Slattery hanno fatto il resto. Il falcon di Hamm è qualcosa di esilarante. Poi beh anche vedere Amy Poelher e Josh Charles una gioia vera. Ennesima impresa impossibile riuscita da Netflix.
Bellissima recensione per una delle più interessanti e divertenti novità dell’anno. Da non perdere.
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