Dopo una terza stagione altalenante e non sempre capace di gestire il vastissimo impianto narrativo in modo corretto, Arrow ritorna con una nuova annata fatta di misteri, inseguimenti e villain con l’unico scopo di distruggere Star City, cancellando ogni traccia dell’operato passato del nostro eroe.
Nonostante la narrazione tradisca diverse similitudini con le stagioni passate, il clima di questa quarta annata è ben diverso da quello tetro che ha accompagnato le stagioni precedenti, in particolare modo la terza. I mesi di felicità trascorsi con Felicity, fatti di brunch con i vicini, corsette mattutine e consigli culinari, hanno reso Oliver una persona, ed un eroe, di spessore diverso. Il cambiamento iniziato con la fine della prima stagione ha raggiunto il culmine al termine dell’episodio: il discorso pieno di speranza che Oliver rivolge al popolo di Star City è colmo di una consapevolezza di intenti di natura ben diversa rispetto al passato. Per raggiungere questo mutamento così importante che ci ha portati alla nascita di Green Arrow il nostro eroe ha compiuto alcune scelte discutibili di cui risente ancora l’effetto: a partire dal rapporto con Diggle, storica spalla su cui poter contare – ora suo acerrimo detrattore – fino alla decisione di lasciare Star City, che ha portato ad un disfacimento del suo rapporto con la piccola Thea, in preda ad una furia omicida che il fratello non si spiega. Tante le storyline e tanta la carne al fuoco: questa quarta première ci offre uno spettacolo che apre quella che potrebbe essere una delle stagioni migliori dello show.
Nice reflexes!
La vita di Oliver è migliorata notevolmente: ora ha una casa e una dolce fidanzata, ed una tranquillità in cui mai avrebbe sperato segna l’avanzare dei suoi giorni. Ma in questa vita apparentemente perfetta si fanno strada le prime crepe: nonostante l’episodio voglia insistere a lungo su questa situazione, creando un quadro a tratti stucchevole, lo spettatore è ben conscio del fatto che la nuova minaccia che incombe su Star City stia lentamente ed inesorabilmente prendendo il sopravvento su quel che resta del Team Arrow.
Lo stesso Oliver non riesce a gettarsi alle spalle quella vita tanto odiata ma allo stesso tempo amata: il brivido della corsa e l’adrenalina di un corpo a corpo con un avversario non possono essere sostituiti né dal jogging mattutino né dai piaceri dell’arte culinaria. Nonostante sia difficile da ammettere, Oliver non è più abituato ad una vita fatta di piccolezze, una vita normale: come Felicity confesserà durante l’episodio, è la loro missione a dare scopo ad un’esistenza che altrimenti sarebbe fin troppo normale. Oliver fa trapelare il suo malcontento proprio durante il ritorno a Star City: What did we really accomplish? è un grido disperato di una persona che ha sofferto e sacrificato tanto per una città che sta per incontrare la sua inesorabile fine. L’uomo non può più negare a se stesso quanto la sua missione viva nel suo animo, e quanto la sua vita soffra per la mancanza di uno scopo: è così che matura la decisione di rimanere per quella che dovrebbe essere l’ultima missione a Star City. Ma è evidente che questo ritorno non sarà così breve come lo stesso si augura.
You can’t change who you are in your bones.
Il nucleo tematico sui cui si incentra l’episodio – e che probabilmente investirà l’intera stagione – riguarda lo storico dualismo insito nella caratterizzazione di Oliver: da un lato un passato oscuro non ancora esplorato, dall’altro la volontà di superare questo passato e guardare avanti senza alcun tipo di pregiudizio. Se nei primi episodi della terza stagione veniva affrontato il tema spinoso del doppio, quest’annata porta la riflessione su di un altro livello, legato indissolubilmente ai nuovi sviluppi della vita di Oliver: nonostante i mesi di tranquillità trascorsi con Felicity e la remota possibilità di crearsi una famiglia, di essere una persona normale, può l’uomo diventare qualcosa che non è? Il tassello fondamentale per la completa trasformazione di Oliver riguarda la capacità di distaccarsi completamente dalle proprie azioni passate e da un’immagine, quella del vigilante, che porta con sé il ricordo di numerosi passi falsi. Le parole di Diggle fanno trapelare un rancore ed un risentimento difficili da intaccare: Oliver è la stessa persona che senza scrupolo alcuno avrebbe potuto sacrificare sua moglie, ed al contempo è la stessa che darebbe la sua vita per salvare quella dei suoi cari.
To be the symbol of hope that he never was.
Oliver ha vissuto numerose esperienze che ne hanno formato il carattere, portandolo a diventare una figura quantomai ambigua e diffidente: proprio a causa del suo passato non è stato in grado di fidarsi dei suoi amici nel momento di maggior bisogno, creando una mancanza difficilmente sanabile. Al momento del suo ritorno, è ormai impensabile che torni a rivestire i panni di Arrow così facilmente. Questo perché Arrow era il simbolo di qualcosa in cui Oliver non può più credere: giustizia, lotta alla sopraffazione degli innocenti e rivalsa nei confronti di una serie di uccisioni a sangue freddo che avevano sancito la prima fase della sua storia. È un Oliver cambiato, maturato, che accetta e fa proprio un supereroe ed un messaggio ben diverso. In tempi disperati, come quelli che la città si trova a vivere, il ritorno di una figura che la protegga, che possa salvarla, provoca un impatto destinato a segnare l’intera stagione; la speranza che trapela dalle parole di Oliver è un monito per un futuro ben diverso verso cui la serie si sta avviando.
[…] there’s no city left to save.
La situazione a Star City sembra essere più tragica che mai: la città pare aver perso la speranza e, dopo la perdita del suo storico vigilante, anche una motivazione per combattere la nuova minaccia che sta incombendo su di lei. Il Team Arrow è più disgregato che mai: malgrado le apparenze, manca il giusto collante capace di tenere insieme un gruppo di persone con idee ed ideali ben diversi tra di loro. La decisione di Laurel e Thea di richiamare Oliver dal suo ritiro, senza ascoltare l’opinione di Diggle, getta luce su una mancanza vitale: quella del leader, una figura carismatica capace di orientarli nella giusta direzione. Ma c’è ancora qualcosa da poter salvare? Come l’episodio suggerisce, lo stesso capitano Lance si trova a stretto contatto con coloro che vogliono distruggere la città: il suo coinvolgimento non fa che aumentare l’improbabilità di un ritorno all’alleanza che segnò l’inizio della serie.
Arrow lancia la sua ultima carta con il potente cliffhanger che chiude l’episodio, assicurandosi la fedele attenzione del pubblico; con questa prima puntata la serie rimescola ancora una volta alcuni elementi fissi preparando lo spettatore ad un altro anno di puro intrattenimento, riconfermandosi un prodotto piacevole da guardare.
L’avevo lasciato alla prima stagione dato che la maggior parte delle cose che succedono vanno contro la fisica, l’informatica di base e l’anatomia umana, ma sono comunque appassionato di supereroi quindi vorrei capire come hanno fatto tutti a diventare vigilanti?
Sono successe molte cose dalla prima stagione. Diciamo che se la recuperi puoi sicuramente apprezzare di più la risposta (molto articolata) alla tua domanda. Ovviamente si tratta pur sempre di una serie senza troppe pretese, che va guardata per quello che è 🙂
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L’avevo lasciato alla prima stagione dato che la maggior parte delle cose che succedono vanno contro la fisica, l’informatica di base e l’anatomia umana, ma sono comunque appassionato di supereroi quindi vorrei capire come hanno fatto tutti a diventare vigilanti?
Sono successe molte cose dalla prima stagione. Diciamo che se la recuperi puoi sicuramente apprezzare di più la risposta (molto articolata) alla tua domanda. Ovviamente si tratta pur sempre di una serie senza troppe pretese, che va guardata per quello che è 🙂