
The Strain concettualmente nasce come una serie estiva, di quelle che pretendono poco dallo spettatore e a cui questo, a sua volta, può perdonare qualche faciloneria nella scrittura della trama. Con quest’ottica in mente, la creatura di Del Toro e Hogan è una serie che riesce a fare il proprio mestiere, quello di intrattenere, a volte in modo anche piuttosto riuscito. Dobbiamo, però, sorvolare su alcuni momenti molto deboli e soprattutto sulla spiacevole sensazione che dopo un’intera stagione ci si sia spinti poco oltre il punto di partenza.

Alcuni dei problemi di “Night Train” riguardano una certa banalità nella scrittura della trama: chi non aveva ampiamente intuito il colpo di scena riguardante l’asta, soprattutto dopo quella lunga trafila di arroganti rivendicazioni di superiorità da parte di Eichhorst? Oppure chi avrebbe scommesso qualcosa sulla sopravvivenza della Marchand, dopo aver apertamente sfidato il Padrone? E non parliamo, poi, del lungo addio di Nora.

Se, infatti, Dutch è stato uno dei personaggi più vitali dello scorso anno, non è ben chiaro perché in questa stagione sia diventata esclusivamente protagonista di un triangolo amoroso: praticamente tutto il tempo è passata da Fet a Nikki e viceversa, senza avere – com’è accaduto allo sterminatore di topi – una trama parallela al di fuori di questa dinamica. L’hacker che ha bloccato internet a New York e che era pronta al ruolo di badass femminile è stata rinchiusa nella più banale storyline a cui, ahinoi, i personaggi femminili sono spesso ridotti.
Ha ereditato il ruolo di donna forte Justine Feraldo, una delle più riuscite novità apportate alla trama quest’anno: la donna testarda – nonostante abbia mostrato una spiccata umanità – ed impegnata in un’operazione di recupero dei territori dal potere dei vampiri si è dimostrata un’aggiunta piuttosto funzionale, incarnando un carattere tutt’altro che tipico in questo genere di narrazioni. Non tutta la sua trama è stata chiarita e finalizzata, ma la nuova posizione politica adesso sembra volerle cucire un ruolo da giocare ancora più vasto: bisogna quindi confermare la sensazione che questo filone di trama che si mantiene più strettamente legato ad una ricerca di realismo nel racconto (troppe volte, infatti, opere “apocalittiche” si sono interessate poco ai risvolti politico-sociali se non a quelli più banali) sia in effetti un’aggiunta di grande interesse, aiutata anche da un personaggio che riesce a reggere sulle proprie spalle questa direzione.

Va meglio, ma comunque non benissimo, per quanto riguarda le vicende legate ad Ephraim e famiglia: non solo il figlio, dopo che il padre ha speso un’intera stagione a fargli comprendere che la madre è ormai solo un vampiro assetato di sangue, se ne va via allegramente con lei, ma porta anche Nora alla morte. In uno dei pochi momenti in cui gli autori riescono a dare forza all’aspetto emotivo della serie – non sempre, infatti, sono stati in grado di non risultare leziosi o banali – Nora si uccide per non trasformarsi in una di quelle creature. Dopo una serie di piacevoli flashback che hanno avuto il merito di farci rivedere Sean Astin e che nel frattempo hanno dato forti indizi su quello che sarebbe accaduto a breve, l’abbandono di Nora e la “fuga” di Zach rappresentano la chiusura del nucleo centrale che aveva avuto influenza sulla prima stagione; adesso Eph è da solo, con il non facile compito di convincere l’esercito a progettare un’arma biologica contro i vampiri, prima dell’inevitabile confronto con Kelly (sarà interessante vedere cosa accadrà al figlio ora che è tecnicamente con una vampira che ha però dimostrato sentimenti ancora umani).

Insomma, The Strain è piena di difetti: se avesse una circolazione invernale in luogo di quella estiva-tardo estiva probabilmente avrebbe un pubblico più risicato e sarebbe sommerso da molti altri prodotti. Tuttavia siamo alle prese con una serie che, tra alti e bassi, riesce ad intrattenere e divertire soprattutto quando non si perde dietro cose che non riesce proprio a gestire (soprattutto il filone sentimentale). E se questo season finale non potrà non lasciare con un po’ di amaro per la sensazione che sia avvenuto poco o niente, la terza stagione (che potrebbe essere l’ultima, stando almeno ai libri di riferimento) avrà il compito di riprendersi da una serie di difficoltà ormai innegabili.
Voto 2×12: 6½
Voto 2×13: 5½
Voto Stagione: 6

Non so se la terza sarà l’ultima in base ai libri, perchè questa finisce un po’ prima del secondo libro, che ha un cliffhanger bestiale.
Comunque la madre di Zach non lo prende perchè sembra avere ancora qualche sentimento umano, ma perchè il Master lo vuole e le dà quel poco di memoria umana per farglielo portare. Infatti appena lo prende le ordina di portarglielo.
Per me l’ultimo episodio meriterebbe un voto in più. Al pari del penultimo. Non contesto l’analisi fatta nella recensione – e come potrei? – i difetti sono lì e ci sono tutti. Non ripeto quanto già detto. Ma credo che la regia di Natali abbia avuto qualche guizzo degno di nota e abbia migliorato il tutto e inoltre ho percepito un ritmo sempre sostenuto. Insomma due “cosette” che mi hanno fatto dimenticare un po’ le mancanze o le sciatterie dell’intreccio. Io ho la speranza che The strain possa migliorare imparando dai propri errori.
E l’idea di godermi ancora due o tre estati quella meravigliosa faccia e voce di David Bradley, adorabile nei duetti con kevin Durand o con Corey Stoll, non mi dispiace affatto!
La serie è indubbiamente migliorata in questa seconda stagione, acquisendo maggiore fluidità nel racconto e soprattutto nelle modalità d’interazione fra i vari personaggi disposti sulla scacchiera. Tuttavia, rimane sesquipedale la sciatteria con cui vengono trattati sia il tema principale della serie a partire dal voice-over iniziale del pilot (l’amore, banalizzato come non mai dagli intrecci puerili fra Fet e Dutch, Palmer e Coco, Gus e la giovane studentessa ed Eph e Nora) – come è evidenziato correttamente in recensione – sia la dimensione storica che alle vicende viene data nei flashbacks relativi al passato di Setrakian ed Eichhorst (ma questa è una caratteristica intrinseca del rapporto dell’America con il resto del mondo, fondato principalmente sull’invidia per ciò che non possono avere (ossia una storia plurimillenaria caratterizzata dalla lenta sedimentazione fisica e culturale di popoli quasi sempre in guerra fra loro, ma mai fino al punto di obliterare del tutto la presenza né le tradizioni come essi hanno invece fatto stupidamente con i loro nativi) e sull’ignoranza causata dall’impetuosità irrazionale di averlo pur non avendone materialmente i mezzi, che sfociano nello spregio infantile e denigratorio di ogni lingua, cultura ed evoluzione storica millenaria diversa dalla loro lingua bastarda, dalla loro non-cultura e dalla loro giovane storia secolare; esempio pratico: vedere i venditori porta a porta della Repubblica di Weimar post-’29 utilizzare le moderne tecniche di vendita statunitensi basate sulla comunicazione, sul carisma individuale e sulla proiezione di fiducia (cioè sostanzialmente sul nulla) è umiliante per me che non sono tedesco, figurarsi per un tedesco vero; per non parlare di come viene trattato sullo sfondo il tema dell’ascesa del nazismo, sul quale nemmeno mi esprimo in maniera articolata perché ci sarebbe da scrivere un vero papiro e la serie non merita minimamente il tempo che sarei così facendo costretto a dedicare alla sua analisi).
È proprio vero che le speranze per un miglioramento del ritmo (dunque del “divertimento”) in futuro risiedono nella prospettiva che a Quinlan venga dedicato più spazio in futuro, se non fosse che il Master è un villain così inattivo e ancora così poco minaccioso da svilire lo stesso tono epico che gli autori cercano di conferire alla lotta fra vampiri e umani attraverso la sua narrazione cronologica nei secoli (anche sulla rappresentazione squallida degli spettacoli gladiatori di Roma – una vera costante, tra l’altro, nella filmografia a stelle strisce, essendo gli americani essenzialmente ossessionati da due cose soltanto, l’Impero Romano e l’Apocalisse – da cui traggono i capisaldi della loro demenziale ideologia basata rispettivamente sulla teoria del caos controllato e su quella della fine della storia, ovviamente dando ampia prova del fatto che non conoscono né l’una né l’altra cosa nemmeno ad un livello minimo atto alla corretta comprensione storica e concettuale dei fenomeni presi in esame – ma questo dipende dall’arroganza frettolosa della succitata gioventù cronologica del loro “popolo” – virgolette inserite perché ad una attenta analisi non sono sicuro che gli americani abbiano ancora raggiunto una compattezza etnica tale da qualificarli a tutti gli effetti come popolo) ci sarebbe tanto scrivere).
I dubbi rimangono sul fatto che il potenziale possa venire sfruttato a pieno date le considerazioni effettuate e sommandosi, per l’appunto, alla delusione per quello che aveva le carte in regola per essere un prodotto molto più intelligente di quello che effettivamente è, mi portano a generare un giudizio che, più o meno in linea con quello dato da Mario, è un po’ al di sotto della sufficienza.