Pronti a ripulirvi il sangue dalla faccia? Ve ne arriverà a cascate in questi 30 minuti di Ash vs. Evil Dead, tutto rigorosamente made in “chainsaw and boomstick” e prodotto dalla premiata ditta Raimi/Campbell.
In quella che sembra più la seconda parte del pilot, Ash vs. Evil Dead riprende esattamente da dove eravamo rimasti e lo fa senza rallentare il ritmo, continuando a martellare a suon di Deep Purple e offrendo una mezz’ora di vorticoso intrattenimento.
Certo, si potrebbe dire che, a parte l’incidente scatenante (Ash che legge alcuni versi del Book of the Dead mentre fuma l’impossibile in compagnia di una prostituta), non ci sia ancora molto materiale narrativo su cui lavorare e puntare per il futuro (anzi, lì dove si cerca di costruire qualcosa, ovvero l’indagine dell’agente Fisher, il ritmo cala in modo poco convincente), ma è davvero questo che ci interessa per ora? Ovviamente, i dubbi rimangono soprattutto su come la serie possa reggere sulla lunga distanza, ma ogni ragionamento di questo tipo perde senso quando entra in scena Bruce Campbell, e tutto ciò che chiedi diventa mezz’ora di horror e ironia perfettamente confezionati da una mente brillante mai troppo riconosciuta come quella di Sam Raimi.
Del resto, dopo la trilogia cinematografica di Spider-Man, Raimi ci aveva già ricordato di essere ancora in perfetta sintonia con il genere horror e il suo stile unico al mondo, tirando fuori un piccolo gioiello come Drag Me to Hell; ma era solo il 2009 e, dopo sei anni, i dubbi sul voler ritirare fuori un “attempato” Ash Williams erano tanti e più che giustificati. Il risultato dopo due puntate è un Bruce Campbell che regge benissimo il confronto con gli anni che passano e un Sam Raimi che ha gran voglia di far divertire, mai stanco dell’ironia con cui farcisce ogni dialogo.
Sono passati 34 anni dall’esordio sul grande schermo de La Casa, ed effettivamente, nel cercare di riallacciarsi alle caratteristiche peculiari di quel franchise, la serie sembra quasi fuori dal nostro tempo, una sorta di omaggio all’epoca d’oro dell’horror; ma soprattutto ad un decennio, quello degli anni Ottanta, che ha saputo giocare con i generi con una spensieratezza di cui forse oggi si sente sempre più la mancanza nel panorama seriale americano. I vari John McClane, Jena Plissken, Mad Max, e lo stesso Indiana Jones (solo per citarne alcuni) non avevano certo il tormentato approfondimento psicologico che sembra andare tanto di moda oggi, ma ciò non ha impedito loro di diventare icone generazionali grazie all’intuito di autori che hanno saputo sperimentare con la fantascienza, l’horror e l’avventura.
In particolare Bruce Campbell, nonostante le rughe sul volto, non sembra per niente out of character e riesce a non rovinare il ricordo del suo storico personaggio, grazie soprattutto a quell’autoironia e istrionismo che del resto hanno sempre caratterizzato anche l’attore stesso. Non fa un lavoro cattivo nemmeno il suo partner Ray Santiago, grazie soprattutto ad un’interpretazione sopra le righe ma mai invadente, che nel corso di questo episodio ci regala almeno due o tre espressioni impagabili. Purtroppo ancora non si può dire lo stesso per il personaggio di Kelly, anello debole del cast e finora solo “esca” perfetta per la creazione di storyline di puntata. Il resto è tutto un susseguirsi di “deadites” e sangue che inonda in continuazione i volti del cast, in un mix che regala almeno due grandiose scene come quella in macchina sulle note di “Highway Star” e quella della cena.
Con la sua sceneggiatura tagliente, la cura nella regia e nella fotografia, e grazie ad un nome altisonante come quello di Sam Raimi, la serie solo in due episodi si è guadagnata un posto d’onore tra quelle piccole realtà che cercano di riportare in auge questo modo di concepire il racconto audiovisivo, realtà nate tutte in alcuni dei più coraggiosi network minori, quali Starz (Spartacus), Cinemax (Banshee), e lo stesso Syfy, che cerca di risorgere dalle sue ceneri con uno show, Z Nation, che sembra in tutto e per tutto la versione anni Ottanta e meno pretenziosa di The Walking Dead. Rifuggendo un intimismo artistico nel quale sembrano sempre più contorcersi le serie cable e confezionando un episodio di appena 27 minuti, quasi in risposta a quegli show che ormai sforano abusivamente e inutilmente la soglia dei 60 minuti a episodio (sì, Kurt Sutter, parliamo ahimè anche di te), Ash vs. Evil Dead riesce ad essero coinciso, teso, divertente e ricco di suspence, uno show ancora “in progress”, che sta lavorando benissimo per rendersi appetibile alle nuove generazioni senza tradire la propria identità.
Insomma, Deep Purple, sangue e un Ash Williams in forma smagliante. Davvero, cosa volete di più? Ah, no, forse qualcosa c’è: Lucy Lawless… dove sei?
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