
Si tratta infatti di una scelta che, secondo quanto dichiarato, sarebbe stata presa da Sutter in accordo con FX a causa degli scarsi ascolti maturati dalla serie nel corso delle puntate. Sebbene sia noto a tutti come avere poco pubblico non sia necessariamente sinonimo di scarsa qualità, in questo caso è evidente che qualcosa – o meglio, molto – non ha funzionato a dovere; qualcosa non ha convinto non solo quelli che si aspettavano ben altro da un autore e scrittore di serie di successo come Sutter, ma anche chi si approcciava da neofita alla sua opera.
L’errore che con ogni probabilità ha segnato maggiormente la scelta del pubblico è stata la caratterizzazione del protagonista, Wilkin Brattle: al di là delle rivelazioni di questo episodio, di cui si parlerà in seguito, non c’è stata la capacità di costruire un percorso degno di interesse per il boia, cosa che ha portato ad una disaffezione prima ancora che ad un legame tra lui e lo spettatore.
In dieci puntate, a parte la motivazione che lo ha condotto al castello e la scoperta finale del legame con Annora, non c’è stata alcuna evoluzione se non quella di vederlo costantemente alle prese con la sua bugia e la sua difficoltà di adattamento nel ruolo del torturatore; la stessa vendetta per la morte della moglie e della figlia perde rapidamente mordente, a mano a mano che l’improvviso legame con Lady Love cresce e si configura come autentico motore delle azioni dell’uomo.

Nonostante una tematica narrativa di assoluto interesse come quella della pietà in un periodo storico e in un luogo che la ignoravano spesso e volentieri, è evidente che, soprattutto nello scontro tra Toran e Locke, sia presente una certa volontà di accantonare il tema della vendetta per andare oltre e procedere con il racconto – qualora questo fosse andato avanti – seguendo altri temi e dimenticandosi il passato. Leggermente diverso è il discorso per l’incontro tra Wilkin e Leon che, sebbene anche in questo caso si concluda con un’ascia di guerra seppellita, lascia aperta una porta che sarebbe stata sicuramente sfruttata in una seconda stagione, ossia la consapevolezza dei due uomini del doppio/triplo gioco di Corbett in tutta la vicenda. L’innocenza di Leon ci riconduce in un attimo al coinvolgimento del Dark Mute nell’assassinio, una questione che rimane e rimarrà per sempre un’occasione non sfruttata: molto probabilmente l’omicidio è stato usato da lui e da Annora per condurre Wilkin sul percorso a cui era destinato, ma è chiaro come la vicenda sia stata costruita per emergere molto più avanti nella storia.

La parte che più di tutte subisce un’impennata narrativa, e che di sicuro avrebbe attratto molte più persone se gestita in modo più equilibrato, è quella della celebre “linea di sangue”, ovvero la teoria secondo la quale ci sarebbero nel mondo dei discendenti di Gesù deputati a conservare e a preservare la sua vera parola, in opposizione a quella canonica scelta dalla Chiesa. Intendiamoci, non stiamo certo parlando di un argomento originale, e Dan Brown è solo uno degli ultimi di una lunga lista di persone che se ne sono occupati; eppure da questo e da un altro tema – la violenza – è possibile desumere quali fossero le intenzioni di base di Sutter, quanto di positivo potesse esserci in quelle intuizioni e, per contrapposizione, quanto di tutto questo sia stato sacrificato visti i risultati.

Per questo appaiono poco comprensibili le critiche all’aspetto violento visto come “non necessario” alla serie, alle scene considerate gratuite o senza senso ai fini della storia: perché la violenza nel Medioevo era senza senso e non si teneva minimamente in conto che ci potesse essere una normalità al di fuori di quella in cui si portano i bambini a vedere le esecuzioni in piazza; perché la violenza (che di sicuro non è piacevole da vedere) è forse l’unico vero aspetto su cui Sutter è riuscito a rendere una veridicità rispetto al periodo trattato – e del resto, non stiamo parlando di un boia bastardo e di una sigla che passa in rassegna, come in un museo delle torture, i peggiori strumenti utilizzati (e davvero, non per finta) a quei tempi?
È a partire da questo contesto, estremamente complesso, che certi personaggi ne sono usciti come le peggiori macchiette, perché è stato compiuto l’errore di creare un prodotto che è troppe cose tutte insieme: è realismo storico, ma è finzione – troppa e poco credibile in certe situazioni; è raffinatezza di taluni rapporti (si pensi a quelli di Lady Love con Isabel o con Milus) comparati ad altri che definire da soap opera sarebbe poco (e la cosa si aggrava ancora di più, visto che parliamo del protagonista e di uno dei personaggi scritti meglio, Lady Love appunto). Ma è soprattutto una questione di errata gestione dei tempi: troppa velocità in un inizio che avrebbe meritato un più ampio respiro per farci entrare in empatia con il protagonista, e troppa lentezza successivamente, nell’estenuante attesa che le storyline più interessanti arrivassero ad un punto di svolta.

È indubbio che qualche piano solido per il futuro ci fosse: la fuga del personaggio interpretato da Ed Sheeran – che non ringrazieremo mai abbastanza per “No Name”, la theme song – avrebbe aperto le porte ad un conflitto diretto tra il Re e il Ventrishire e dunque a improvvise alleanze tra coloro che hanno partecipato alla battaglia. Ma non ne sapremo mai nulla, e a maggior ragione spiace constatare che con qualche accortezza in più si sarebbe potuto produrre uno show interessante, o se non altro abbastanza dignitoso da farlo arrivare ad una seconda stagione.

Si chiude qui dunque il folle esperimento di Kurt Sutter, che ha forse davvero perso un’occasione per portare un po’ di quel suo linguaggio fuori dagli schemi in un mondo che, già solo alla parola “Medioevo”, viene percepito come statico, immobile e immutabile. L’ultima puntata ha perlomeno il pregio di portare a compimento, con qualche scena scontata forse dovuta a decisioni dell’ultimo momento, la maggior parte delle storyline e di farlo in modo chiaro e pulito. Sutter ha dichiarato che è stato lui stesso, in accordo con il presidente di FX John Landgraf, a decidere di chiudere la serie, perché non vuole scrivere qualcosa che nessuno vede. “The audience has spoken and unfortunately the word is ‘meh’” è una frase che magari non spiegherà esattamente tutte le dinamiche che hanno portato a questa decisione, ma è una buona presa d’atto di un errore che, si spera, lo porterà a buttarsi nel prossimo progetto con meno fretta e più riflessione.
Voto episodio: 6½
Voto serie: 5+
