
La scelta di rivelare con largo anticipo l’identità del killer dei Dieci Comandamenti può, a prima vista, risultare frettolosa e poco spettacolare, ma se Ryan Murphy ci ha insegnato qualcosa con Scream Queens è che bisogna scegliere il momento giusto per sacrificare la suspense. Il coinvolgimento di John negli omicidi era ormai intuibile da diversi episodi e mantenere il segreto fino alla fine ne avrebbe solo ridotto la potenza drammatica; perciò Murphy (unico autore dell’episodio) gioca d’anticipo, dando conferma ai sospetti dello spettatore e giustificandoli con un lungo flashback, in cui viene sviluppato il concetto di ereditarietà del Male su cui si reggeva l’impianto narrativo di American Horror Story: Asylum.

Proprio come per “Bloody Face” in Asylum, il Male non conosce limiti temporali e oltrepassa ripetutamente il confine tra reale e immaginario; allo stesso modo lo spirito di March vede in John la rabbia, gli impulsi violenti e il delirio di onnipotenza necessari a completare il suo macabro sermone religioso, simile negli intenti al piano ordito da Kevin Spacey nel magistrale Se7en. L’unico modo per piegare John definitivamente alla sua volontà è privarlo della sua unica ragione di vita, ed è qui che Murphy inserisce il vero colpo di scena: il rapimento di Holden è stato orchestrato dallo stesso March. Quella che sembrava fin dall’inizio una tragedia casuale assume qui la forma di un vero complotto e dà alla deriva psicologica di John un’aura tragica di predestinazione, oltre a sottolineare ancora l’indole manipolatoria degli abitanti dell’hotel Cortez.

Pur rinunciando ai suoi eccessi estetici, “The Ten Commandments Killer” non è privo delle allusioni postmoderne tanto care al suo creatore, e risulta difficile non rivedere nel travaglio psichico di John lo sdoppiamento radicale del protagonista di Fight Club di Chuck Pahahniuk; da questo punto di vista, Sally rappresenta la Marla Singer della situazione, unica costante di una memoria frammentata, femme fatale in abiti punk innamorata di John e al tempo stesso determinata ad usarlo per i propri scopi.

Il rientro in scena di Donovan è, da questo punto di vista, emblematico. Il suo amore per la Contessa è come una dipendenza dalla droga: per quanto possa ferirlo o umiliarlo, lui non è in grado di starle lontano ed è disposto a tutto pur di compiacerla, il che lo rende la pedina perfetta per i suoi sanguinosi progetti. Tutti i personaggi della storia agiscono in funzione della Contessa, che siano suoi schiavi d’amore o vittime involontarie della sua crudeltà, e ognuno di essi ha un ruolo preciso nella sua dolorosa ricerca della felicità perduta.

Come accaduto ad Alex nel quinto episodio, l’amore cieco di una madre (in questo caso di una figlia) porta a compiere azioni disperate. Vampirizzando il padre malato di Alzheimer pur di mantenerlo vivo, Ramona lo condanna ad una pena ancor più crudele: vivere in eterno senza avere ricordo delle persone amate. La vendetta di Ramona è quindi spinta da impulsi totalmente emozionali: non solo la Contessa le ha negato il suo amore, ma l’ha privata di tutto ciò che ancora la rendeva umana e capace di amare.

American Horror Story: Hotel non smette quindi di mantenere le promesse fatte, grazie a due episodi che rinunciano alle componenti più glam della serie e ci mostrano un’umanità immorale e anaffettiva, per cui l’amore non è più un’ancora di salvezza ma la causa primigenia della caduta nell’abisso. Dopo aver archiviato con successo la prima annata di Scream Queens e con l’esordio di American Crime Story alle porte, possiamo forse dire che Ryan Murphy sia riuscito finalmente a tenere sotto controllo la sua vulcanica creatività.
Voto 5×08 “The Ten Commandments Killer”: 8
Voto 5×09 “She Wants Revenge”: 7½
