
Ci sono tre grandi macro aree che sottostanno alla narrazione di queste prime puntate: la prima è di sicuro la famiglia.
Famiglia di sangue ma intesa anche senso lato, un luogo dove quello che succede è sopportato sempre a patto che i panni sporchi si lavino in casa: è quindi centrale in questi due episodi – specie nella seconda puntata stagionale – la figura di Dan Sullivan.

La famiglia è anche il perno del minutaggio dedicato a Taylor e a sua madre, veri motori dell’azione che mettono in moto la serie di eventi che sta sconquassando il mondo della Leyland School: un rapporto tormentato, anche prima del fattaccio scatenante, è sottolineato dalle cose non dette tra i due personaggi che non fanno altro che rendere ancora più complicata la ricerca della verità. E poi, come in uno specchio che riflette al contrario anche i colori, ci sono Kevin e i suoi genitori (specialmente sua madre Terri che ha il bellissimo volto di Regina King), famiglia di colore ricca con una figura materna molto forte, al contrario appunto dei Blaine.
Perfetto infatti è lo specchiarsi delle due realtà e dei personaggi, che fanno della vittima e del colpevole delle figure tutt’altro che ben delineate: è davvero stato uno stupro? È davvero stato Kevin?

È quindi il bisogno di soldi, in questo caso, a far temere alla Graham la fuga di notizie che si palesa nell’articolo sul giornale locale con tanto di nomi in prima pagina: non importa quindi chi o cosa ci sia sotto, l’importante è preservare a tutti i costi il nome della scuola e soprattutto il suo.
In questo caso la Graham non è una madre di famiglia, al contrario delle altre protagoniste, ma la sua figura materna e matriarcale si proietta sulla scuola e sui suoi studenti: se Sullivan è il padre buono e comprensivo, la Graham è la madre severa e intransigente, che ha messo la sua carriera davanti a tutto, probabilmente anche al marito, sempre raffigurato in scene di quasi totale freddezza. La scuola quindi diventa il riflesso della famiglia in uno specchio rotto, che ne distorce l’immagine: qui non c’è l’amore incondizionato di una madre e di un padre, ma un amore ben calcolato in nome della preservazione di uno status quo con fatica raggiunto.

Ed è qui che esce la potenza di quanto American Crime ci può regalare con argomenti già usati ma trattati con guanti bianchi: la difficile categorizzazione del sesso in tutte le sue forme esce prepotente nel discorso di Terri al detective, quando dice che è impossibile che la vittima di uno stupro sia un ragazzo e non un ragazza. Oppure, come quando Taylor dice allo psicologo che nessuno gli crede appunto perché è un uomo: se al suo posto ci fosse stata una donna, sarebbe di sicuro finito in televisione.
Qui la serie fa compiere un netto salto di qualità alla storia: prendere i pregiudizi più comuni (vittima di stupro uguale ragazza, poveri uguale gente di colore) e ribaltarli completamente, creando un cortocircuito di pensiero anche all’interno degli stessi protagonisti.

Già con la prima stagione John Ridley aveva fatto un ottimo lavoro: se il buongiorno si vede dal mattino, con questa seconda annata si è probabilmente superato.
Voto 2×02: 7½
Voto 2×03: 8

Concordo. Grandissima serie .
a questa stagione finora non riesco a trovare un solo difetto. Serie bellissima, magari ce ne fossero di più di questo livello. Questa è una serie che affonda, scava senza paura nella carne viva del tessuto sociale americano.
La divisione in classi, nonostante quello che gli americani raccontano a se stessi, c’è eccome, ed è pure molto rigida.
Questo per me è il tema principale della stagione.
L’altro è la sessualità degli adolescenti, da cui gli adulti sembrano terrorizzati e/o ossessionati, dimenticandosi di avere vissuto le stesse cose; vedi la moglie del coach, che si preoccupa per la figlia, ma che vorrebbe farsi una canna per fare sesso col marito come quando erano adolescenti.
Altro tema che è emerso nel terzo episodio, è quello del “razzismo interiorizzato”, cioé quello che le persone di colore di successo, attuano verso altre persone di colore meno fortunate.
Si era già visto come la madre di kevin disprezzasse la ragazza del figlio perché non alla sua altezza (e il marito le dice: te la vuoi prendere con una sorella?), e adesso, prima licenzia la sua dipendente facendo tutto un discorso sul suo rifiuto della “fratellanza”, e poi ipocritamente si appella alla stessa fratellanza con il poliziotto nero, quando si tratta di suo figlio.
Altro tema ancora: l’omofobia, in particolare nella comunità nera. Il padre di Kevin sembrava quello comprensivo, e finché pensava che suo figlio avesse stuprato una ragazza, non aveva fatto una piega; ma appena sente che si tratta di un ragazzo, ha una reazione violenta.
Poi mi piace questo senso di tensione che aleggia su ogni scena, questa ambiguità che emerge in particolare quando c’è il coach (grande Timothy Hutton)
La scena di lui che gioca con Kevin è tutta costruita sull’ambiguità: in realtà non accade nulla, ma sembra che da un momento all’altro possa accadere qualcosa.
Bella serie davvero, ormai è diventata quella che aspetto con maggiore ansia.
Ottima recensione Ste e stagione che si sta confermando di gran livello. American Crime ha fatto un salto di qualità da un anno all’altro davvero impressionante, confermando quanto il modello antologico possa dar luogo a questo tipo di fenomeni risultando così efficace e resiliente.