Che cosa fareste se, ormai vecchi e sconfitti, aveste la possibilità di tornare i giovani di una volta? Probabilmente, ed è un augurio, rimarreste ben lontani da Second Chance, non perché sia una serie di per sé brutta, ma perché rappresenta l’ennesimo disperato e fallito tentativo di dar vita ad un procedurale capace di attrarre un po’ di pubblico con i soliti cliché della tv.
È un peccato essere così tranchant, ma non è chiara quale fosse la formula venuta in mente a Rand Ravich e alla FOX nella stesura di questo nuovo procedurale (in cui, comunque, la stessa rete non sembra credere particolarmente, avendo già ridotto l’ordine degli episodi e probabilmente destinando la serie ad essere divorata dalla concorrenza).
L’idea iniziale secondo la quale Second Chance sarebbe una serie ispirata al Frankenstein di Mary Shelley è davvero troppo risibile, perché di quel modello non si conserva in realtà niente. Jimmy Pritchardè ormai un vecchio sceriffo in pensione con una passione per le belle donne e per l’alcol; una notte sorprende alcuni uomini nello studio del figlio, un agente che lavora presso l’FBI, per poi essere ucciso mediante un finto suicidio. Nel frattempo, però, la compagnia Lookinglass, fondata dai gemelli Otto (Adhir Kalyan, Rules of Engagement) e Mary (Dilshad Vadsaria, Revenge), sta cercando una cavia umana su cui sperimentare un nuovo processo volto a riportare in vita i morti: l’operazione ha successo e Jimmy ritorna giovane (interpretato in questo ruolo da Robert Kazinsky, EastEnders), bello e con delle nuove capacità fisiche straordinarie da supereroe.
Non c’è molto da dire su questa nuova serie FOX se non che è il debutto più debole di questa prima parte di stagione: siamo alle prese, infatti, con un fiasco non dissimile da quello di una serie come Minority Report (sempre della stessa rete), uno show avvicinabile per un – imbarazzante – tentativo di sfruttare le nuove tecnologie come mezzo principale del racconto (e per quest’anno c’è anche il richiamo a Limitless). Un po’ simile, insomma, a quanto fatto con Person of Interest che ha però avuto il pregio, pur essendo per lo più un procedurale soprattutto nei primi anni, di parlare della modernità e di intavolare una trama generale efficace e potente. Il paragone con la serie di Nolan è davvero mortale per Second Chance e probabilmente anche ingiusto nei confronti di un prodotto che sin da subito non ha alcuna velleità artistica, ma è un chiaro segnale d’allarme di come le serie broadcast stiano faticando a saper parlare di nuove tecnologie, se non per farne un uso paragonabile alla magia nel fantasy medievale.
La trama in quanto tale è davvero piuttosto esigua e non c’è al momento una chiara idea di dove si voglia andare a parare. Per ora viene dedicato molto più tempo ai personaggi e, dobbiamo ammetterlo, non navighiamo certamente in acque migliori. Tutti sembrano ad ora delle personalità stereotipate e senza alcuna verve particolare (con l’eccezione, vedremo, del protagonista): Otto è il classico emblema del genio con problemi di relazioni interpersonali, incapace di comunicare con chiunque non sia la sorella o una Intelligenza Artificiale; Mary è la manager/baby-sitter del fratello, il motore delle azioni di Otto (è la sua malattia a spingere l’acceleratore sulla sperimentazione umana). Non va meglio alla famiglia Pritchard, in cui si ripetono i soliti stilemi della nipote intelligente e del padre troppo impegnato con il lavoro.
Parzialmente meglio va con il protagonista, non tanto per il suo ringiovanimento che serve ovviamente a dare un volto bello e prestante al personaggio più importante (e ci vogliono dieci minuti perché sia già preparata anche la romance intorno a cui costruire la serie), ma per la particolarità narrativa di un giovane che deve fare i conti con le decisioni del passato. Lo sceriffo sembra nascondere azioni non proprio oneste nella propria vita, coinvolto com’è stato in un caso di corruzione, per non parlare della necessità di recuperare un rapporto con i figli. Chiaro, tutto potrebbe scivolare rapidamente nel già visto, ma in questa montagna di cliché e prevedibilità sembra intravedersi uno spiraglio di novità. Non aiuta, però, che la recitazione di Robert Kazinsky non lasci in realtà mai trasparire che si tratti di un personaggio tecnicamente piuttosto anziano.
Che cosa attendersi, allora, da questa serie? Nulla, al momento, ci lascia presagire un miglioramento nella narrazione: l’impostazione che viene data all’intero episodio è estremamente generica, senza alcun tipo di guizzo né nella scrittura, alla meglio passabile, né sotto il profilo artistico – la direzione di Michael Cuesta non aggiunge assolutamente niente di nuovo a quanto la tv broadcast ci ha dato da molti anni a questa parte. L’unica ragione per approcciarsi, quindi, ad un tale prodotto è se si è alla ricerca di una serie cuscinetto, di quelle che non brillano certo per particolari sussulti ma che sono ottimi ad accompagnare al sonno. In alternativa, non rimane in questo pilot nulla di davvero promettente, né che sappia spingere lo spettatore ad interessarsi al destino dei propri personaggi.
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