
Innanzitutto, va detto che, nonostante l’effettiva ripartenza narrativa e la necessità di parlare a un pubblico che non ha visto le stagioni originali, questo revival non è assolutamente un reboot bensì una decima stagione, come peraltro è stata sempre presentata. Con questa premessa, non resta ormai che capire in che modo il finale ha voluto concludere quest’esperienza e cosa possiamo trattenerne, da spettatori, critici e appassionati.
Fin dal titolo questo episodio cerca di fare un lavoro che nei precedenti è sempre stato molto carente, ovvero tentare di costruire un filo conduttore stagionale che giustifichi una trama orizzontale solida. “My Struggle II” è la chiusura di un percorso iniziato con “My Struggle”, nulla di più chiaro ma anche nulla di più vuoto se si va a cercare la sostanza dietro questo espediente paratestuale. Certo, c’è la questione del DNA alieno e quella del figlio di Scully e Mulder: due argomenti potenzialmente forieri di cose da dire e che giustificherebbero da soli annate intere, ma che quest’anno sono stati trattati come “pezze a colori” pronte risolvere ogni problema narrativo.
No one has the right or the ability to tamper with your DNA

Dal punto di vista dell’anthology plot siamo dalle parti del complotto geopolitico – l’ennesimo elemento della mitologia della serie classica che viene rievocato quest’anno –, che si manifesta attraverso la geniale intuizione del contagio epidemico trasmesso attraverso i vaccini, idea però già abbastanza presente nelle stagioni precedenti, in particolare tra la fine della terza e l’inizio della quarta.
Chi sopravvive? A questa domanda Chris Carter (qui regista e sceneggiatore) risponde con il running plot, ovvero con il DNA alieno presente nel sangue di alcuni, pochi prescelti tra cui c’è, come sappiamo, anche Dana Scully. Una storyline funzionale anche a raccontare il rapporto tra lei e l’agente Einstein, personaggio che nella scorsa puntata fungeva soprattutto da alter ego parodico della protagonista, ma che in questa diventa una vera e propria partner: l’interazione della nuova coppia dà vita a una sorta di passaggio di testimone, dove il rapporto allievo-maestro e molto chiaro e spesso anche riuscito.
Everyone still dies in the end.

The ultimate irony: The defeat of the big-brained beasts by the tiniest of unthinking microbes.

Certo, l’operazione The X-Files ha una sua connaturata complessità e non si può certo dire che in questi sei episodi, così come in questo finale, la serie non abbia cercato di raccontare qualcosa; ma da un punto di vista generale non è possibile dichiarare riuscito questo tentativo per tante ragioni, che questo episodio sintetizza in maniera emblematica.
Innanzitutto è forte la sensazione di difficoltà nello scegliere una strada maestra sulla quale muoversi, un problema che gli autori cercano di aggirare in due modi, uno efficace, l’altro molto meno: il primo è quello che ha reso la stagione una sorta di mosaico delle anime della serie originale, in cui ciascun episodio incarna un’identità; il secondo è quello di buttare più carne al fuoco possibile finendo per ingolfare la narrazione di storie, per nascondere il fatto che nessuna di queste è quella giusta.
Soltanto in questo episodio abbiamo la storia d’amore, il complotto geopolitico, la pandemia, la manipolazione dei media, il cattivo del passato, il rapporto tra nuovi e vecchi agenti, il passato di Scully che ritorna in modo salvifico, il figlio della coppia di protagonisti come figura cristologica, la guerra in Iraq, la paura delle armi batteriologiche, il rapporto tra politica e case farmaceutiche, il riscaldamento globale. E la lista potrebbe continuare.
Qui, ancora più che in precedenza, non mancano evidenti esagerazioni stilistiche, spesso totalmente ingiustificate, come la scena in cui il conduttore televisivo si ammala in diretta e pare che di conseguenza perda le forze anche il programma che conduce, che comincia ad essere trasmesso a singhiozzo. Così come girata molto male è la sequenza finale in cui Scully nel traffico cerca di raggiungere Mulder in fin di vita. Realizzare una scena di inseguimento automobilistico non è una cosa semplice e se non si è sicuri di farla a dovere è molto meglio evitare, specie se per conferirle pathos è necessario appiccicarle una fastidiosa musica di commento extra-diegetica.
Every man has his weakness. Mine was just cigarettes.

Concluso il percorso, è possibile avere un’idea chiara anche su una stagione che è stata altalenante come il suo finale, ma che senza dubbio ha avuto una leggera crescita dalla metà in poi. Non è un caso forse che dopo l’unico episodio davvero riuscito, il terzo (la cui bellezza è giustificata anche dalla sua singolarità), i segmenti successivi abbiano incrementato la qualità media, pur non mancando mai di mostrare costanti problemi strutturali.
La stagione termina con un colpo di coda inaspettato: Carter senza alcuna certezza di un rinnovo decide di concludere con un cliffhanger di rara brutalità, paragonabile alla botola di Lost o allo sparo di Breaking Bad. Cosa pensare di questa scelta? Che l’autore abbia optato per la strada più furba per chiedere un’altra annata? Che ulteriori stagioni siano in programma e che semplicemente non siano ancora state annunciate? Ad oggi non ci è dato saperlo.
Ciò che possiamo dire però è che, nonostante il livello della stagione sia stato a detta di tutti insoddisfacente (la domanda però è lecita: c’era davvero qualcuno che si aspettava il capolavoro?), questa serie meriterebbe un’altra annata se non altro per avere la possibilità di aggiustare i difetti e portare avanti le idee più forti, magari anche grazie alle sue firme di primo livello come Darin Morgan o, perché no, un Vince Gilligan di ritorno.
Voto episodio: 6½
Voto stagione: 6

Concordo in toto con la recensione e col giudizio, pure io auspico un ritorno di Darin Morgan e del mitico Vince!