
La miniserie nata dalla collaborazione tra BBC e AMC non si è di certo contraddistinta per elementi originali: la storia è piuttosto standard e gli elementi usati sono ben noti e vicini al cliché in più di un caso – il villain ricchissimo, la fidanzata giovane, bella e tormentata, la corruzione dilagante, una piccola parte delle forze del bene che ancora resiste.
Eppure c’è qualcosa che, soprattutto negli ultimi episodi e in particolare in questo, si è inserito ad incrinare un quadro tutto sommato prevedibile: la rottura di vecchie abitudini, convinzioni e schemi precostituiti per quasi tutti i personaggi.
You’re my main man, my star.

Non solo: gli stessi atteggiamenti di Pine, interpretato da un Tom Hiddleston perfetto nel ruolo proprio per la sua eleganza e per l’innegabile charme, sono quasi da manuale della spia in missione per conquistare la fiducia del criminale. In questo, anche a livello registico, Susanne Bier non rinuncia al tratto più distintivo di The Night Manager, ossia quello di osservare i volti da vicino, in particolare gli occhi, come a voler scrutare i più intimi pensieri dei personaggi e le loro vere intenzioni.
Niente di nuovo, insomma: tra vecchi cliché e inquadrature già utilizzate, da questo punto di vista la puntata sembra procedere come le altre. Eppure qualcosa cambia: è impossibile non notare in questo quarto episodio come Jonathan Pine, pur rimanendo fedele alla sua missione, manifesti un certo piacere per la vita che si sta trovando a condurre. Non si tratta solo di vestire i panni di Andrew Birch in modo convincente agli occhi di Roper, ma di sfruttare delle capacità chiaramente innate, che gli stanno permettendo di raggiungere uno stile di vita che tutto sommato non gli dispiace affatto.

“Well…you’ll have to trust this one.”
“Don’t have to. I choose to.”

Non è solo il discorso di Angela, di cui parleremo, a rendere manifesta la dimensione tragicamente crudele di Roper; a rappresentarne la portata negativa è la ramificazione della corruzione che questo episodio ci racconta. È innegabile che questa puntata abbia dovuto sopperire ad una mancanza di azione in alcune precedenti (la seconda, per dirne una) e che l’accelerazione degli eventi abbia portato ad un accumulo difficile da gestire; è tuttavia visibile come la puntata tragga giovamento da questo risveglio sia sul piano dell’azione che, in parte, su quello dei contenuti. La rappresentazione magmatica e asfissiante della corruzione dilagante rende la percezione dell’uomo ancora più pericolosa, e aumenta la pressione sulle “forze del bene” fino all’esplosione, con il racconto di Angela.
And that was the first time I saw Richard Roper.

Se il cambiamento di Pine è quello, subdolo, causato del fascino subìto, e quello di Richard è di fidarsi di Jonathan, quello di Angela è senza dubbio racchiuso nel diverso grado di solitudine ora percepito: se prima la sua indagine era solitaria ed isolata per scelta, adesso lo è per accerchiamento. L’intelligence britannica e i servizi segreti americani non sono più sicuri, e persino Pine (unica speranza dell’operazione) rischia di mandare tutto all’aria.
I’m young and beautiful. Remember?

The Night Manager, pur non distanziandosi da un’impostazione classica e per certi versi prevedibile, sta cercando di mutare le cose dall’interno con piccoli ma significativi cambiamenti dei personaggi. L’operazione risulta molto buona nella maggior parte dei casi, in virtù anche di un cast d’eccezione; quando invece non lo è, riesce comunque a manifestare delle interessanti intenzioni di base. Sarebbe stato evidentemente più indicato diluire tutti i passaggi in più di un episodio, anche per evitare il costante spostamento di luogo che ha costretto la regia a continue riprese delle città con tanto di indicazione per evitare che lo spettatore perdesse il filo. Alcune scelte visive risultano piuttosto scontate – impossibile non menzionare la camera da letto di Apostol interamente bianca per fare da contrasto al rosso del (tantissimo) sangue – mentre in altre situazioni, come durante il pranzo, l’impostazione scenica e il gioco di movimenti e sguardi risultano efficaci ed appropriati. A due terzi della storia, possiamo dire che di certo The Night Manager non rappresenta la più grande novità dell’anno, ma che sta portando avanti il suo lavoro in modo più che dignitoso, facendosi strada tra buone (talvolta ottime) intuizioni e qualche scivolone.
Voto: 7½
Nota:
L’uomo disturbato da Corky al ristorante è interpretato proprio da John le Carré, autore del romanzo da cui è stata tratta la miniserie.

Ottima recensione…concordo…insomma troppi detrattori e/o scettici ha avuto questa miniserie…