Silicon Valley riprende il discorso iniziato nelle stagioni iniziali e lo fa abbinando una comicità intelligente ad una storia semplice ma interessante. In questo primo episodio della terza annata non viene stravolto l’impianto su cui si è basata la serie fino ad ora e la scelta risulta vincente.
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L’obiettivo dichiarato di questa serie è sempre stato raccontare dall’interno un mondo che spesso viene idealizzato, ricoprendolo di cinismo e immoralità. Anche in questo inizio di terza stagione lo show firmato HBO ci riesce benissimo, forse non sorprendendo chi sta guardando ma rassicurandolo sul fatto che sa cosa vuole. La storia ha ripreso a correre su un binario giusto perché in fondo quello che si chiede al programma è mezz’ora di divertimento e una bella storia da seguire, niente di più.
Okay. I’m not gonna let you do this. I’m gonna fight it.
Avevamo lasciato Richard sconvolto dalla notizia della perdita del suo posto come CEO nell’azienda da lui stesso creata e lo ritroviamo proprio lì: senza salti temporali o cambi di ambientazione veniamo catapultati immediatamente dentro al salotto di casa Bachman con un importante problema da risolvere. Se di solito i personaggi di Silicon Valley sono perlopiù statici e recitano sempre il ruolo che lo spettatore si aspetta da loro, l’unico che sembra uscire da questo schema è Richard: in una leggera ma costante evoluzione, il personaggio interpretato da Thomas Middleditch è infatti sempre più differente dal sottomesso ragazzo che abbiamo conosciuto all’inizio della serie. Ora il creatore di Pied Piper non vorrebbe più farsi mettere i piedi in testa da nessuno, sente di averlo fatto per troppo tempo e quindi parte alla volta di Raviga per risolvere il problema facendo valere le proprie ragioni – uno sprazzo di combattività che non tarda a venire meno col finire dell’episodio.
A fare da contorno, ma svolgendo un ruolo più importante di quello che sembra, ci sono ancora tutti gli altri personaggi: Erlich con il suo comico cinismo, Ginesh e Gilfoyle con la loro “nerditudine”, Jared con la sua strampalata dedizione alla causa e Monica, l’unica che potrebbe introdurre una componente romantica nel racconto se sbocciasse l’amore tra lei e Richard. Tutti contribuiscono ad alleggerire un ambiente dove genialità e avidità vanno di pari passo; la loro ingenua e inconsapevole visione della vita riporta lo spettatore ad empatizzare con dei ragazzi che tutto sommato sanno solo maneggiare dei computer ma non sanno ancora come stare al mondo.
But goodbyes are always hard, especially when I am the one saying goodbye.
Come dicevamo, Richard in alcuni momenti ci sembra essere cresciuto, cambiato rispetto a quel ragazzo timido e con poca autostima degli inizi; la maggior parte degli altri personaggi invece rimane sempre uguale non a causa della mancanza di idee o per un appiattimento generale, ma a ragion veduta. Sembra infatti oramai chiaro che la forza di Silicon Valley non risieda nell’evoluzione dei suoi protagonisti, ma nella sua narrazione. Lo spettatore è rassicurato dall’immobilità caratteriale di chi si trova sullo schermo perché è la storia a correre, è la storia che diventa la protagonista.
La creatura di Mike Judge ottiene l’interesse del pubblico con una semplice mossa: ribalta il sogno americano mostrandone gli aspetti più beceri e contraddittori ribadendo però l’idea che ci sia sempre un pizzico di magia nel sistema a stelle e strisce. Se da una parte un gruppo di giovani senza soldi riesce ad entrare nel mondo dell’informatica grazie solo ad un’idea vincente, dall’altra il colosso Hooli si fa esempio di tutto quello che c’è di marcio e corrotto nel business americano. Gavin Belson è l’archetipo dell’imprenditore senza scrupoli, falso davanti alle telecamere e spietato dietro la scrivania. Queste due facce si compensano molto bene e gli autori sono bravi a non far pendere la bilancia né da un lato né dall’altro, dimostrando come il mondo sia un grande miscuglio di buone intenzioni e cattivi propositi, dove spesso (ma non sempre) vincono i più furbi.
Tralasciando questo aspetto, la cosa che balza subito agli occhi guardando questo programma è come si riesca facilmente a ridere: le battute non sono infatti retoriche e banali ma originali e intelligenti. I personaggi sono ben scritti e i dialoghi risultano prettamente calibrati tra il comico no-sense e una parvenza di realismo; inoltre l’assortimento di caratteri diversi ma estremamente compatibili rende i tempi comici della storia piacevoli e leggeri senza disturbare lo scorrere del racconto. In attesa che le storyline di questa terza stagione si sviluppino a dovere e ci diano un quadro più chiaro della situazione, possiamo tranquillamente definire Silicon Valleyun buonissimo esempio di commedia moderna, ben fatta ed accattivante. La serie racconta un mondo interessante – la società americana dei “Self made man” – senza avere grosse pretese sociologiche, ma al contempo facendo ridere. Se a tutto questo sommiamo una storia efficace il gioco è fatto: otteniamo un prodotto che non cambierà certo il mondo della serialità ma che sicuramente diverte e intrattiene il pubblico senza scendere a compromessi.
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