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Se fino ad ora, infatti, abbiamo visto il solito modus operandi per occuparsi di qualunque persona venisse considerata una minaccia per la copertura dei Jennings (e non solo), ora il coinvolgimento di Paige ha chiaramente scombinato le carte, portando non solo i suoi genitori ma anche il Centro – rappresentato da Gabriel e da Claudia – a elaborare metodi per affrontare una situazione nuova e imprevedibile. Non è casuale il fatto che il secondo episodio si chiami proprio “Pastor Tim”: è la sua stessa esistenza (e conoscenza dei fatti) a minacciare un sistema più grande di lui, a minare dalle fondamenta uno schema costituito in anni e anni di macchinazioni, a portare all’estremo il cambiamento, già in atto da un pezzo, sia in Elizabeth che in Philip.
“I’m… I’m looking for something good in all of this”
“Well, you might get what you wanted”
“None of this is what I wanted.”

La frequentazione dei corsi e seminari EST, introdotta nella scorsa stagione e diventata di importanza inaspettatamente cruciale, ha portato Philip ad una lenta ma inesorabile presa di coscienza morale, non tanto per la sua fedeltà alla Causa – che non è mai, nemmeno per un secondo, messa in discussione – quanto ai metodi utilizzati e vissuti da sempre come se rappresentassero la normalità. Lo schema “c’è un ostacolo/eliminiamolo” è diventato con gli anni un automatismo affrontato nel modo più indolore e asettico possibile, come fosse solo un passaggio di una procedura di gran lunga più rilevante. Sia nella premiere che nel secondo episodio, entrambi scritti da Fields e Weisberg, le motivazioni alla base del cambiamento interiore di Philip vengono raccontate con il contagocce, misurate a cucchiaini, riunendo elementi già osservati e nuovi punti di vista in un modo che porta il personaggio ad essere credibile e al contempo sfuggente, chiaro eppure tormentato.
“Sometimes I feel I’ve got to run away,
I’ve got to get away from the pain you drive into the heart of me.
The love we share seems to go nowhere
And I’ve lost my light
For I toss and turn, I can’t sleep at night”
Tainted Love – Soft Cell (cover, originale di Gloria Jones)

La frequentazione di EST sta dunque mettendo in contatto due parti inconciliabili di Philip, ossia il tema dell’innocenza e quello della moralità delle azioni sue e di Elizabeth. Non è una messa in discussione della Causa, tanto più che nella (ottima) sequenza del pullman Philip non esita un istante ad uccidere una persona pur di portare a termine la missione: ma, come ci ricordano le parole di “Tainted Love” e come dirà anche più avanti lo stesso Philip ad Elizabeth, c’è un istinto di fuga che urla costantemente dentro il suo cervello, e che lo porta a considerare persino un ritorno in Russia come la soluzione migliore per lui e per la sua famiglia.
“How’d it go?”
“Good. It was different. It was fun.”

Stupisce quindi come in “Experimental Prototype City of Tomorrow” le due visioni quasi si scambino, in un modo all’apparenza repentino eppure costruito poco per volta. Di Philip si è già parlato: non è la prima volta che accenna a voler abbandonare questa vita, ma è la prima volta che dichiara apertamente di voler tornare a casa. “It all matters”, dice alla moglie, ma la realtà è che ora come ora quel tipo di vita non è più un’esigenza preminente: lo è invece il ritorno alla normalità, ad una riconciliazione con quel Mischa con cui sta rientrando in contatto; è una fuga, ma è soprattutto un ritorno alle origini, una sorta di ritorno all’utero della Santa Madre Russia.

This is killing me, mom.


Spiace constatare che in mezzo a picchi così alti ci siano momenti ancora troppo distaccati dalla trama principale per essere davvero interessanti: tutta la parte su Nina avrà di certo conseguenze più avanti, ma per ora rimane la sensazione che funzioni come riempitivo di minutaggio e come camera di decompressione per la tensione di tutto ciò che precede o segue le scene a lei dedicate. Se la mossa può avere anche un suo senso, il rischio di portare ad un calo eccessivo dell’attenzione è molto alto, dunque si spera che la storyline sua e di Baklanov si inserisca in modo più deciso all’interno della narrazione.
Ciononostante, “Pastor Tim” e “Experimental Prototype City of Tomorrow” rappresentano una coppia di episodi dalla costruzione difficile e coraggiosa, che pone i coniugi Jennings all’interno di un percorso visto già altre volte, ma ora da un punto di vista inedito. L’evoluzione delle loro personalità viaggia su un binario nuovo e tuttavia inevitabile, e questo perché entrambi si stanno muovendo in nuove direzioni che tuttavia appaiono come perfettamente naturali, conseguenze necessarie di quanto hanno vissuto in tutti questi anni. Inutile sottolineare come l’interpretazione di Keri Russell e Matthew Rhys sia essenziale a conferire a questa coppia il tormento e l’ambiguità fondamentali a questa nuova evoluzione del racconto.
Voto 4×02 “Pastor Tim”: 8½
Voto 4×03 “Experimental Prototype City of Tomorrow”: 8
