
Ivy Moxam viene rapita mentre marina la scuola a soli tredici anni, salvo riuscire a scappare tredici anni dopo, quando ormai è una donna. La serie comincia subito quindi a parlarci del ritorno, uno dei temi fondamentali che gli autori affrontano: l’elaborazione del lutto e i lunghissimi tredici anni che sono passati dal rapimento alla fuga non ci vengono raccontati direttamente, ma abilmente suggeriti da piccoli particolari, dialoghi lasciati a metà, fotografie che ritraggono cose che oggi non hanno senso di esistere.

La prima parte del racconto è quindi tutta incentrata sul dolore del ritornare, che come detto può essere un dolore magnifico ma anche devastante, quando ritrovi ancora la tua cameretta come l’avevi lasciata ma dove tutti quelli che conoscevi sono irrimediabilmente cambiati. La recitazione di Jodie Comer è pressoché perfetta: l’abbinamento di incredulità, felicità, semi-autismo, ma soprattutto di qualcosa di non detto che sarà fondamentale per il resto della serie fanno del personaggio di Ivy una figura che attira irrimediabilmente tutto su di sé, praticamente un’aliena.

I due detective incaricati delle indagini si amalgamano perfettamente con il resto del cast: anche se non conoscono Ivy, entrano subito in contatto emotivo con lei, seppure in modi totalmente differenti: Elliott diventa fin da subito la figura salvifica per Ivy, un uomo che è l’opposto dell’aguzzino che ha tenuto la ragazza segregata per anni. La sua bontà, la sua estrema voglia di aiutare il prossimo cozzano con la rigida professionalità della collega Lisa, che usa il suo intuito femminile per capire subito che Ivy non dice proprio tutto quello che è successo durante la sua prigionia. Anche in questo caso il loro rapporto – sia tra i due detective che tra loro due e Ivy – è costruito molto bene, senza mai calcare la mano ma andando per gradi a disegnare un quadro che si completerà con il lieto fine dell’ultimo episodio.

Il perché è presto detto: al di là dell’ottima tensione che si crea durante tutta la prima parte di puntata (e di tutta la serie), questa non è supportata a dovere con il finale vero e proprio, ovvero la liberazione di Ivy da un giogo che durava da troppo tempo. Partiamo quindi da questo: l’happy ending di tutte le storyline porta una ventata di ottimismo al racconto, ed è anche giusto così. Tutti si sono meritati una seconda possibilità, un modo per guardare avanti con ottimismo nonostante tutto quello che è appena capitato: Lisa supera brillantemente l’incontro con la morte, assistita dal collega-amante Elliott; Emma si riconcilia con suo marito prima delle nozze; Yazz finalmente capisce le emozioni di suo marito Tim per Ivy e lo perdona; Eloise ritrova finalmente la sua migliore amica e la famiglia Moxam si riunisce definitivamente abbracciandosi in mezzo alla strada.
La liberazione dal male di Ivy coincide – ancora una volta – con il ritorno, questa volta alla normalità, a come le cose dovrebbero essere sempre, ovvero che la vita ci mette quotidianamente di fronte alle cose brutte, ma che alla fine se ne viene sempre fuori, proprio come Ivy dalla casa poco prima che esploda. Il numero che dà il titolo alla serie non è scelto a caso: il 13 nel mondo anglosassone è sinonimo di sfortuna e tragedia, e qui si cerca di sfatare questa credenza. Nonostante appunto le cose terribili che succedono, alla fine tutto si risolve per il meglio.

Thirteen in sostanza è una miniserie di alto livello, che intrattiene ma che fa anche riflettere su molti argomenti, specie quello dei complicati rapporti umani che difficilmente si possono veramente esaurire, anche dopo una vita intera. In cinque episodi il racconto è ben congegnato per farci emozionare e tenerci sulle spine, facendo di questo prodotto della BBC una piccola gemma della programmazione di questo inizio del 2016.
Voto: 7½

Credo che quando uscivano insieme lei non cercava di scappare perché era plasmata dal suo aguzzino al punto da credere realmente di amarlo. Quando poi, in un momento di lucidità, riesce a scappare, si apre un nuovo mondo per lei che le chiarisce la realtà delle cose. Ed infatti durante il secondo rapimento non cade più nella stessa trappola e affronta la situazione con il senso della realtà che la sua parentesi nella vita vera le ha regalato.
Credo non scappi perché dopo la morte di Dylan ha promesso di non fuggire. Piuttosto stona il modo in cui la perdono al centro commerciale, del tutto inverosimile con le moderne tecnologie. Poi dopo l ‘urto nessuno segue il furgone eppure dopo vien fuori che avevano elicotteri. Ma la mamma di Phoebe? Non esiste?