
L’episodio 10 di Vikings segna un nuovo corso dello show che per la prima volta sperimenta una stagione divisa in due, che si concluderà più avanti nel corso del 2016 con altri dieci episodi.
È quindi il primo finale di mid-season della serie ed è al tempo stesso un finale, un pilota e un reboot, ipertrofico come è stata tutta quanta una stagione tesa a superare sempre il limite dell’intrigo e della corruzione, anche uscendo dai limiti dell’utilità rispetto all’avanzamento della narrazione o all’evoluzione dei personaggi, tanto da minare alla base la natura stessa dei vari protagonisti e in alcuni casi a snaturarli completamente.
He was not a god, he was a man. A man with many dreams and many failings.
Despite all his failings he’s still the greatest man in the world to me.

Il fallimento e la caduta del re sono il centro delle vicende: se ne discute a posteriori così come lo si vive in diretta nella disfatta di Parigi, preparata attentamente da due episodi estremamente funzionali ad accrescere la tensione e a costruire la decadenza umana di un re che sembrava essere un Dio in terra incapace di fallire.
“Portage” e “Death All ’Round” ci avevano infatti già regalato un assaggio della disfatta mostrandolo impreparato, dipendente dalle droghe e in grado di spingersi fino all’omicidio gratuito, ma ancora capace di sogni grandiosi come l’impresa (degna di Fitzcarraldo) di trasportare le navi via terra per cogliere di sorpresa il nemico. Ma alla fine, di fronte alla potenza militare e per la prima volta anche umana di Rollo – finalmente sicuro di sé, amato e onorato come mai gli era successo prima – questo spettro di Ragnar circondato da nemici e in crisi con se stesso e con i suoi affetti più cari non poteva vincere.
All of my life. And all of your lives have come to this point. There is nowhere else to be but here. Nowhere else to live or die but here. To be here now is the only thing that matters.

Lo show ha messo in campo, forse costretto dal maggior numero di episodi della stagione, troppi personaggi e relazioni, concedendosi troppo poco tempo per svilupparle in modo organico come invece era successo in passato.
Il risultato è che Vikings inizia a somigliare ai peggiori momenti dei period drama cable, ed è pericolosamente vicina a saltare lo squalo e prendere una deriva stile Tudors: il rischio di continuare a inanellare materiale su materiale alla ricerca del “momento screenshot” – senza più una costruzione logica nelle azioni dei personaggi ma soltanto in una specie di corsa a ottenere qualcosa di sempre più eclatante e peggiore da mostrare allo spettatore – è pericolosamente vicino.
“You can do that can’t you, Floki? Or am I wrong?”
“No. I can do it, Ragnar. I can do it for you. Everything I do is for you.”

In uno scenario del genere, la credibilità dei singoli personaggi risulta penalizzata anche nei momenti in cui Vikings cerca di continuare il proprio discorso più generale e complesso sul potere e sulla religione, facendolo apparire come un vuoto tentativo di dare senso e nobilitare le sequenze di violenza e sesso. Questa strada porta nella direzione opposta a quella immersiva e coinvolgente che aveva caratterizzato le scorse stagioni, rischiando di annoiare lo spettatore fino a perderlo per strada.

Vikings non ha completamente perso il proprio appeal, dunque, ma tenuto conto del calo qualitativo di questa prima parte di stagione ha ancora molto da dimostrare per farsi largo in un panorama drama che in questi 4 anni si è evoluto, diventando più competitivo e affollato.
Voto 4×08 “Portage” : 6½
Voto 4×09 “The Death All ‘Round”: 6½
Voto 4×10 “The Last Ship”: 7
