
Qualsiasi cosa si pensi della serie non è possibile evitare di fare i conti con le personalità che l’hanno ideata, sviluppata e infine pubblicizzata, nomi pesanti come Martin Scorsese, Mick Jagger e Terrence Winter (ai quali vanno aggiunti talentuosi autori di casa HBO come Allen Coulter – regista anche di questo season finale – e artisti d’eccezione invitati a dirigere singoli episodi come Mark Romanek).
Uscendo per un attimo dai giudizi di valore, va considerato, sia in maniera preliminare che nel vero e proprio atto interpretativo, che Vinyl è il crogiolo delle poetiche di questi cavalli di razza, il tentativo ambizioso oltre ogni immaginazione (per certi versi anche troppo) di trovare una quadra che tenga insieme queste anime di cui è impossibile non rintracciare la presenza.
We move forward, and we never have to talk about this again.

L’imprinting di base, sia dal punto di vista narrativo che da quello estetico, è profondamente debitore di Quei bravi ragazzi, tragedia criminale italoamericana che ha messo le basi per tanti racconti gangster successivi, sul grande schermo come sul piccolo. Nonostante ad essere chiamato in causa sia l’intero filone cinematografico di riferimento – anche grazie alla diretta citazione del Padrino – è evidente come il rapporto tra senso di colpa e riscatto al centro della parabola narrativa del protagonista sia intimamente scorsesiano.
You and Maury can suck the permission out of my dick.

Purtroppo, come ormai sanno anche i muri, questo è stato l’ultimo episodio del ciclo Winter, che dall’anno prossimo verrà sostituito da Scott Z. Burns con il quale la HBO tenterà di battere nuove strade nella speranza di riacciuffare un pubblico ormai abituato a prodotti un po’ più leggeri come Game of Thrones o meno raffinati come The Leftovers. Il fallimento nei rating di Vinyl – esattamente come quello di Luck – non può che spiegarsi anche così e ci sono diversi motivi per pensare che se la serie fosse andata in onda dieci anni fa – con una programmazione di rete fatta di The Sopranos, Deadwood, The Wire, Six Feet Under – avrebbe evitato di essere cannibalizzata dalla attuale produzione originale, sicuramente più mainstream rispetto al passato, almeno per quanto riguarda i drama.
Fuck this place up!

Lester Grimes viene fuori come uno dei personaggi più interessanti della serie, con un arco drammatico che in sequenza lo fa essere bluesman di talento, vittima della mafia newyorkese, producer senza scrupoli e compositore di successo. Zak incarna forse il personaggio più umano di tutti, contraddistinto da sofferenze reali e compromessi quotidiani, un personaggio “normale” che (come spesso accade a quelli come lui) finisce per commettere il più grande degli errori cercando di fare passo più lungo della gamba: in preda alla rabbia nei confronti di Richie cerca di incastrarlo, ma non essendo un manipolatore di razza rimane fregato, riuscendo a salvarsi solo per il rotto della cuffia. Sicuramente tra i due non finisce qui, come dimostra il duello a colpi di occhiatacce negli ultimi minuti dell’episodio.
L’epilogo offre due ulteriori garanzie, sintetizzabili con i nomi di altrettanti personaggi: Julie e Richie. Il primo ribadisce la sua funzione essenziale all’interno dell’economia dello show, essendo in grado come nessun altro di farlo sterzare bruscamente arricchendone il registro dominante con una ventata di comicità spesso irresistibile. Il protagonista invece riesce finalmente a portare a compimento la sua parabola, uscendo dal cul del sac in cui si era ficcato con Galasso, scagionandosi dall’omicidio di Buck Rogers, resuscitando e motivando Kip dal collasso psicologico e soprattutto concludendo in bellezza con un monologo perfetto sul nuovo corso della ex American Century, ora Alibi come suggerito dal titolo dell’episodio.
I’m sorry, I made a huge mistake. We all did.

Il resto delle donne di Vinyl non ha goduto di una sorte tanto migliore di quella di Devon, in particolare per quanto riguarda i personaggi di Andrea e Jamie. La prima rappresenta forse il potenziale maggiormente inespresso della serie, un personaggio bellissimo sia sul piano drammatico che su quello ironico, ma purtroppo sfruttato molto meno di quanto avrebbe meritato. Quello interpretato da Juno Temple (la cui interpretazione è stata meno convincente di altre, soprattutto rispetto alle aspettative riposte sul suo personaggio) subisce la coralità della stagione trovando davvero spazio solo in alcuni momenti – a volte con esiti positivi, altre meno – risultando abbastanza schizofrenico, soprattutto in questo finale, in cui tutta la sottotrama legata all’affair tra lei Kip e Alex è stata gestita molto male e troppo in fretta.
“You set me free every time your hand’s on me,
I wanna be your way and shine
I take the night, the feeling that you’re giving me
You lit this box, and set it high.”

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la presenza di Mick Jagger e del suo potere contrattuale, grazie al quale la serie ha potuto vantare una colonna sonora – e una libertà nella rappresentazione delle rockstar seventies – che altri prodotti neanche immaginano. Il racconto ha anche il grande merito di abbracciare il panorama musicale nella maniera più ampia possibile, dedicando un’attenzione particolare all’avvento della disco music, soprattutto grazie a “Kill The Lights” (realizzata per l’occasione da DJ Cassidy, Alex Newell – ex Glee – e la leggenda della disco Nile Rodgers) che dopo aver avuto un ruolo epifanico nello scorso episodio vede ribadita la sua importanza in questo finale con un montaggio musicale sulle medesime note che mostra i club pieni di gente che balla a ritmo di disco.
They’re ready to change the fucking channel.

Alla luce di tutto ciò il giudizio sulla serie non può che migliorare, risultando per certi versi molto difficile da attribuire vista l’originalità dell’operazione. Il futuro è purtroppo immerso nel mistero e l’eventuale cambio di rotta della serie mette paura, ma di questo ci sarà tempo e spazio per parlarne. Oggi conserviamo il piacere di un’esperienza entusiasmante, una cavalcata che ha conosciuto alcuni piccoli errori (i più grandi forse proprio in questo finale), ma anche degli incredibili picchi, come l’episodio pilota di due ore girato da Martin Scorsese.
Voto episodio: 7½
Voto stagione: 8½

Rock’n Roll!
Serie perfettamente in linea con le ultime produzioni della (ex) blasonata HBO: storie deboli e zero appeal.
10 settimane in attesa di uno slancio che invece non è arrivato nonostante l’enorme potenziale offerto in primis dal tema principale, la Musica, ma anche dal periodo, quei primi anni 70, con un mondo intero in piena crisi energetica e una New York ad un passo dalla bancarotta, sporca, corrotta, livida, in preda a spacciatori e prostituzione, un humus appena appena sfiorato dalle rare sequenze in esterni (marciapiedi lordi di carte e merda di cane, “Gola Profonda” nei cinema).
Ma la musica e il business che le ruotava intorno sono state servite in un modo piuttosto ambiguo e mi chiedo, vista anche la presenza di Mick Jagger fra I produttori, dove vogliano andare a parare.
È lo spaccato finto/reale di un periodo musicale di transizione? È una denuncia sull’arroganza dei produttori dell’epoca? È un inno alla folle genialità lisergica?
Boh, se avete una risposta vi supplico di darmela.
Comunque il risultato è stato molto al di sotto delle aspettative, con un fin troppo nutrito cast, discutibile, piuttosto antipatico e con un Cannavale che per 7 episodi ci ha deliziato con le sue rumorose sniffate riprese rigorosamente dall’alto (non mi aveva convinto neanche in Boardwalking Empire); ma più di ogni altra cosa, una continua e fastidiosa sensazione di dejavu, di situazioni mai originali, raccontate molto meglio in altre opere (penso ad esempio alla New York di quel periodo nell’American Gangster di Scott)!
Sono anni che leggo le fantastiche recensioni di Seriangolo e perennemente ci sei tu che smonti qualunque cosa. Non ho mai letto nulla di costruttivo e positivo in quello che guardi, sempre e solo negatività. Invece di sprecare tempo su Seriangolo dovresti seriamente pensare ad uno psicologo o ad un motivatore. Tu stai male.
“L’Ignoranza è Forza!” 😉
Mah parere tuo, secondo me invece Cannavale si becca il Golden Globe
A parte ringraziare Frank Underwood (sia detto che ringraziare FU è una cosa strana anche se so che è solo un nickname) per il “fantastiche recensioni” e invitarlo a commentarci di più 😉 posso dire solo che sono totalmente d’accordo con la recensione e che Vinyl, al netto dei difetti, è una serie che vale la pena di continuare a vedere, a mio parere, nonostante la defezione di Winter
Vinyl è un prodotto molto strano, deforme fin dal pilot con quell’episodio di due ore così cinematografico. Il rapporto con la musica è stato intensissimo, così come la produzione di contenuti extradiegetici come le colonne sonore su Spotify che sono diventate un compagno di viaggio insostituibile.
Ora si fa un salto nel vuoto, confidando in un’anima che mantenga le cose positive e cerchi di rilanciare nel cambiamento di rotta. La cosa che brucia di più è dover aspettare un anno per saperlo.
“e ci sono diversi motivi per pensare che se la serie fosse andata in onda dieci anni fa – con una programmazione di rete fatta di The Sopranos, Deadwood, The Wire, Six Feet Under – avrebbe evitato di essere cannibalizzata dalla attuale produzione originale, sicuramente più mainstream rispetto al passato, almeno per quanto riguarda i drama.”
Ti quoto con il sangue. Ed ecco perché, tra l’altro, Mad men è finito appena in tempo. Se fosse iniziato adesso, non credo proprio che avrebbe avuto il successo che ha raccolto.
La golden age della TV sembra proprio finita, e tocca farsene una ragione. Fino a qualche anno fa seguivo molte serie, adesso al massimo una o due, ma con svogliatezza. Finito Vinyl, mi sono resa conto che per me non c’è più alcun drama che valga la pena seguire, al momento.
Grazie per la citazione, fa piacere trovarti d’accordo.
Non credo però che il panorama televisivo offra meno che in passato, anzi la mia opinione è che la proposta sia aumentata e pur avendo un livello qualitativo variabile (e aumentando la quantità è normale) i picchi non mancano.
Di sicuro è una proposta profondamene diversa e a mancare sono soprattutto i drama di lunga durata: tutta quella produzione che va da The Sopranos a Mad Men oggi non è più dominante, non è più il cavallo su cui puntare, sia per gli spettatori sia soprattutto per i produttori.
Fanno eccezione poche serie, tra cui Homeland e The Americans, pur non avendo entrambi, a mio parere, lo standard qualitativo medio che avevano Breaking Bad, Boardwalk Empire o Six Feet Under.
Le serie di qualità però non mancano, solo quest’anno (4 mesi) abbiamo avuto (tra quelle terminate e quelle ancora in corso) già American Crime Story, Girls, Better Call Saul, Happy Valley, Broad City, American Crime, Love, House of Cards, Daredevil, Horace and Pete, Banshee, Shetland, The Girlfriend Experience, Outlander, The Americans, Flaked, Thirteen, Togetherness, Endeavour, Hap and Leonard, The Night Manager, Vinyl, Unbreakable Kimmy Schmidt, Galavant. E ne sto dimenticando molte.
Tutte serie di medio-alto livello e tantissime altre ne arriveranno come scoprirai leggendo Seriangolo nelle prossime settimane.
Grazie a te per la risposta, Attilio, anche se mi trovo in disaccordo.
Io sto parlando di un certo tipo di narrazione quasi “letteraria”, di alto livello, che ho trovato in serie della golden age, e che ho ritrovato in Mad men, in Justified e anche in SoA, per citare esempi più recenti. Hap e Leonard la sto iniziando adesso, e sono stata spinta a guardarla dal fatto che alle spalle ha appunto un’opera letteraria di tutto rispetto.
In quest’ottica, non posso considerare come serie di qualità molte di quelle che hai citato. A cominciare da Outlander, che ha alle spalle una materia letteraria che io ritengo pessima (è solo la mia opinione, ovviamente).
Poi sì, ci sono serie di “genere” che se prese per quello che sono possono risultare piacevoli, tipo Banshee, Galavant etc.
Ma non sono certo drama di spessore.
L’ultima serie drama che mi è piaciuta abbastanza è stata American crime della ABC, soprattutto per il valore di denuncia sociale.
Ma insomma, guarderò Hap e Leonard e vi farò sapere.
Ciao Teresa, Hap and Leonard poteva essere molto di più, ma purtroppo come ho scritto nella recensione di fine stagione l’ho trovata riuscita solo in parte. Spero in un rinnovo e nel caso continuerò a seguirla, anche per amore di Lansdale.
Il long drama di cui parli tu, come ho scritto nel messaggio precedente, è sempre più raro, per diverse ragioni, non tutte negative. Il passaggio dalla “Seconda Golden Age” alla “Peek TV” da questo punto di vista rappresenta la chiave interpretativa principale: non diminuisce certo la qualità, che nei picchi rimane molto alta, a cambiare è solo la forma narrativa. Oggi abbiamo formati brevi e/o antologici di altissimo livello, basti pensare solo a Show Me a Hero, Fargo, True Detective, The Knick.
Senza contare la fertilità incredibile sul versante comedy, che oggi a mio parere è il campo dove si gioca la partita dell’innovazione e dell’ibridazione dei generi (come in molte delle serie che ho citato nel messaggio precedente).
Chiudo con un consiglio: non sottovalutare Outlander. Non ho letto i libri da cui la serie è tratta – anche perché, forse come per te, non rappresentano i miei abituali riferimenti letterari – però la serie è davvero notevole. Lo era nella passata stagione e lo è ancora di più nell’inizio di questa seconda.
Se ne sono accorti anche i principali siti di critica televisiva americana hanno attribuito ai primi tre episodi quasi tutti la massima valutazione possibile. E non è poco.
Qui su Seriangolo ne abbiamo parlato sia nel consiglio estivo sia attraverso la recensione del 2×01. Ovviamente lo faremo anche a fine stagione, sperando – come credo, visto il trend – che la serie si mantenga su questo livello.
Questo ponte funestato dal maltempo e il mio amato bene spalmato sul divano a seguire Roma-Napoli mi inducono a martirizzare la comunità di Seriangolo con commenti estemporanei diffusi qua e là.
Su Vinyl mi sono molto ricreduta perché dopo i primi episodi ero più che delusa, diciamo pure abbastanza annoiata e sul punto di lasciare, poi c’è stato un crescendo di tutto l’insieme che, trascinato dalla musica, ha messo a punto una narrazione con i fiocchi, summa dignitosissima del credo scorsesiano anche oltre il bel pilot, e ha saputo fidelizzare l’utenza con la creazione di personaggi e caratteri di spiccata personalità in un amalgama molto attraente. Anche qui ho come l’impressione che sia mancato un ultimo episodio che avrebbe consentito, per esempio, la rifinitura della vicenda di Devon …
Sono d’accordo con il commento di Attilio Palmieri (bellissima recensione!) sul fatto che siamo lontani dalla monumentalità quasi sociologica delle grandi serie, ma siamo in una bella zona della classifica (per chiudere menzionando di nuovo un’immagine sportiva).
Un’impressione finale: mi sembra che Zak, dopo quello scambio di occhiate, si allontani forse per sempre perché in effetti tutto quello che ha fatto e tutto quello che rappresenta è probabile che non potrà più fare parte della storia a venire dell’Alibi e di tutto quello che ci verrà raccontato.
Grazie Birne.
Fa piacere che tu ti sia ricreduta. Io Vinyl l’ho amata dalla prima ora, soprattutto grazie alla forza “cinematica” del pilot, che da scorsesiano non ho potuto che amare in ogni sua inquadratura. Sebbene sempre diretta da grandi registi, non posso certo illudermi che sia tutto uguale e quando dietro la macchina da presa c’è Scorsese si vede e si sente.
Purtroppo, per me l’unico episodio di livello non eccelso è proprio quest’ultimo, che sconta quei difetti che ho cercato di spiegare nella recensione e rappresenta per me il punto più basso della stagione (sarebbe meglio dire meno alto).
Su Zak non lo so, non riesco a farmi un’idea precisa, è possibile che alcuni personaggi lascino lo show, ma non saprei dire se a farlo sarà Zak, Devon, tutti e due o nessuno dei due. A me pare che il suo personaggio, anche per come ho interpretato il finale, abbia ancora tanto da dire.
Super super