
“Munchkins” è un episodio estremamente corale, che sin dal recap si pone l’obiettivo di tirare le fila delle storyline che hanno trovato modo di esplodere negli ultimi bellissimi episodi. Dalla morte di Nina in poi la serie ha conosciuto un balzo qualitativo notevole, fatto non solo di eventi talmente significativi da creare un prima e un dopo di essi, ma anche di una più saggia selezione tra le sottotrame sul tappeto, in modo da esaltare i punti forti della serie e smussare i lati più deboli o quelli, in prospettiva, narrativamente meno centrali.
L’arco narrativo legato a Martha è ad oggi quello meglio riuscito, facendo anche da fulcro stagionale attorno a cui si attaccano tutte le storyline, da quelle recenti (la vicenda di Gaad) a quelle già battute da tempo (Paige e il suo rapporto con la religione). Questo tipo d’impalcatura vede nel decimo episodio una tappa fondamentale, in cui l’azione lascia il posto alla riflessione e il dubbio si pone come costante trasversale all’evoluzione dei personaggi. Non tutto, come vedremo, funziona alla perfezione, ma il tentativo di tirare il fiato è in ogni caso da lodare.
It’s a secret. Telling it breaks your father’s trust.

There’s gonna be an announcement, and I don’t know any details, but… Gaad is dead.

Questi sono tutti elementi che farebbero di Stan un personaggio straordinario se solo fossero stati gestiti in modo più organico e soprattutto se fossero andati di pari passo con una costruzione della sua figura privata meno estemporanea. Se un tempo il suo cuore era diviso tra due donne, ora a dominare è una totale aridità, caratterizzata da una nostalgia per Sandra poco giustificata dagli avvenimenti. In particolare, ciò che più infastidisce è che un personaggio che avrebbe così tanto da dire, anche e soprattutto rispetto alla sua vita privata, sia affrontato come tappabuchi, senza una continuità stagionale che lo valorizzi.
Now I’m thinking we may have to run.

Cosa succede ai Jennings dopo la pausa che aveva chiuso l’ottavo episodio? Nei due protagonisti si avverte una consapevolezza delle proprie azioni un tempo assente, soprattutto perché affrontata da un punto di vista autocritico. Avere per un attimo staccato dall’insostenibile routine lavorativa ha significato per loro la possibilità di identificare sia la pericolosità sia l’ingiustizia di quelle azioni sulle quali un tempo il giudizio era sospeso, perché messo completamente sotto il tappeto dalla Causa, dal Bene Superiore inculcato in loro da tantissimi anni.
Il rapporto con Paige conosce momenti di splendida tensione in occasione della scomparsa di Pastor Tim, a proposito della quale emergono tutte le insicurezze e i dubbi dei coniugi Jennings: davanti alle domande sempre più incalzanti di Paige (finalmente detective, anche se a tempo determinato) Philip ed Elizabeth vanno evidentemente in crisi. Benché certi di non essere responsabili dell’ipotetica morte di Pastor Tim (perché in “congedo”), la loro sfiducia nella Madre Russia e nei suoi metodi è oggi ai minimi storici. A dimostrarlo c’è il dialogo iniziale tra Paige e Philip in cui alla domanda su quanto gli piacesse la Russia il padre risponde con un emblematico “We didn’t think that way”.
I thought I could live like this.

La gravità e la violenza del gesto dello scorso episodio l’hanno portata a superare una soglia da cui (forse) non potrà più tornare indietro. Sembrava impossibile fino a poco tempo fa poter assistere a una scena come quella finale in cui Elizabeth, accettando di ritrattare gli ordini dei suoi capi, fa la cosa più americana possibile, proprio nella misura in cui rifiuta l’accettazione incondizionata dei propri compiti, ovvero un atteggiamento intrinsecamente “russo” e antipodale a quello assunto.
Il rapporto con Young-Hee la sta cambiando profondamente, come si evince dalla sequenza a pranzo con la famiglia coreana in cui Elizabeth (grazie anche all’interpretazione perfetta di Keri Russell) dichiara in pochi sguardi tutto il suo senso di colpa. Dopo ciò che ha fatto a Don non potrà certo redimersi, ma di sicuro potrà impegnarsi per non distruggergli completamente la famiglia.
“Munchkins” è un episodio leggermente meno riuscito rispetto ai precedenti, che però sacrifica l’eccellenza narrativa e stilistica sull’altare di un obiettivo nobile, cioè quello di prendersi del tempo per riflettere sulle conseguenze degli ultimi pesantissimi eventi. Nonostante ciò non mancano le sequenze eccellenti, una su tutte quella in cui, nel dialogo tra Paige e i genitori circa l’eventualità di tornare in Russia, a fare da colonna sonora diegetica ci sono i rintocchi della pallina da tennis con cui gioca l’ignaro Henry in cortile.
Voto: 7½

A me la puntata ha spiazzato tantissimo nei suoi istanti finali (con un’interpretazione per l’ennesima volta STRAORDINARIA di Keri Russell): Elizabeth che, profondamente tormentata tra il senso del dovere verso Madre Russia e i propri sentimenti, sceglie… e per la prima volta non sceglie la sua assoluta e granitica obbedienza, ma ammette di voler fare un passo indietro, se le è concesso. Ci sono rimasta davvero di sasso: pensavo che fosse stato già sufficiente averci fatto vedere un’Elizabeth così in crisi e invece con quel “yes” finale è crollata completamente. E ho davvero una gran voglia (da spettatrice) ma anche un gran timore (per empatia verso il personaggio) di vedere quello che le accadrà e che accadrà a tutti loro… ho sempre pensato che se veniva meno la solidità di Elizabeth, tutta la famiglia Jennings sarebbe stata meno al sicuro (da parte degli interventi di Madre Russia). In ogni caso, grande stagione questa quarta!
Ma quanti premi dovrebbe ricevere Keri Russell! GRANDISSIMA! Elizabeth è un personaggio incredibile e lei lo rende magnificamente!