
Bloodline è stato uno dei primi veri successi Netflix Original, non tanto per l’hype o per il consenso del pubblico quanto per lo script, la fotografia, la regia e le interpretazioni che ne hanno fatto un mini-culto, che grazie al passaparola ha conquistato una fetta sempre più grande di appassionati e ricevuto diverse nomination agli Emmy.
L’approccio alla seconda stagione, però, non può essere esente da dubbi: inevitabilmente ci si chiede che necessità ci fosse di prolungare la durata dello show una volta scomparso Danny, l’asset principale e il protagonista a tutti gli effetti. È la solita dinamica della televisione contemporanea, quella per cui se una serie si ritaglia una nicchia di pubblico, per quanto settoriale, allora è quasi scontato farla continuare in nome degli ascolti, e ai fan non resta che sperare in un’evoluzione coerente e creativa della trama che giustifichi questo prolungamento.
We’re gonna get this guy, I promise you.

John, Meg e Kevin affrontano il senso di colpa nei modi più congeniali a ciascuno: Meg scappa dalla propria coscienza a New York, Kevin prende pessime decisioni, si tormenta e si lascia andare alle droghe (in effetti non cambiando molto il suo comportamento standard), mentre John prende in mano non solo la propria colpa ma anche le redini dell’intera famiglia.
Il fratello maggiore, come sempre, si mette il peso del mondo sulle spalle e con rassegnazione si trova a cercare di evitare il disastro che lo minaccia da ogni parte: il lutto della madre complicato dal sospetto, il panico dei fratelli, ma soprattutto l’arrivo del misterioso Nolan, sedicente figlio di Danny comparso all’improvviso senza che nessuno sospettasse minimamente della sua esistenza.
I’m trying to build an empire here. And I’m not going to forget you little people.

L’intoccabilità della famiglia Rayburn che viene dal denaro e dalla posizione sociale non può uscire completamente indenne anche da questo evento tragico, nonostante i fratelli sembrino ancora fermamente convinti di essere superiori a chiunque intorno a loro.
Alle prese con la pressione, Meg rischia di perdere il lavoro e si ubriaca di fronte ai clienti, perdendo quella compostezza e noncuranza un po’ adolescenziale che la rendeva così affascinante; ma ben di peggio fa Kevin (che sembra candidarsi un po’ a nuovo Danny della situazione per quanto riguarda il ruolo di “bomba a orologeria da gestire”), mettendo a rischio non solo il proprio lavoro ma anche quell’equilibrio matrimoniale così miracolosamente riconquistato.
Hey, John, I’d like you to meet my friend, Wayne Lowry. I’ve told him some things that could make your life very difficult.

Danny incombe anche sulle memorie di Eric come su quelle dei Rayburn, e i flashback di cui è protagonista non sono solo funzionali a dimostrare che c’è molto di più da raccontare di quello che pensavamo, ma anche a ricordarci quanto sia bravo e inquietante Ben Mendelsohn, di cui il giovane Owen Teague è una specie di clone più giovane.
La storia di Nolan è ancora tutta da esplorare, ma sicuramente ha in comune col padre l’estraneità a quella sicurezza e indifferenza di classe che invece caratterizza il resto dei Rayburn ed è alla ricerca della propria identità, così come delle ragioni della scomparsa del padre.
We had to do it, right?

Se la prima stagione girava attorno alla famiglia, ai tentativi di John di tenerla insieme e a quelli di Danny di mandare tutto all’aria un po’ per vendetta un po’ per odio verso l’ipocrisia, questa seconda sembra essere più un’analisi collettiva sul senso di colpa, su come affrontarlo e come evitarlo, come in un lunghissimo finale prolungato in cui vediamo i nostri protagonisti scendere sempre più in fondo, sempre più immersi nelle conseguenze delle proprie scelte sbagliate, con toni ancora più dark e notturni rispetto al passato.

Se lo show saprà, anche in assenza di Danny, mantenere questo livello qualitativo nella narrazione, allora saremo di fronte a un prolungamento magari non strettamente necessario ma sicuramente godibile e in grado di accontentare i fan.
Voto: 7
