
Questo impianto si è perfezionato nel corso dell’ultima annata, in cui la serie si è fatta non soltanto più raffinata ma anche più “politica”: al consueto lavoro di umanizzazione svolto sulla singola detenuta si è aggiunto il focus sulle storture del sistema, incarnate da un lato dalla MCC e dall’altro dal gruppo delle guardie carcerarie.
A queste ultime è stato dedicato sempre più spazio e soprattutto attenzione, finalmente in pieno accordo con lo stile della serie. Se in passato le figure dei secondini venivano trattate come semplici elementi di contorno o tutt’al più meri strumenti per l’avanzamento della trama, risultando quasi sempre macchiettistiche (Pornstache, O’Neill) o malamente caratterizzate (Bennet), con la quarta stagione anche questo gruppo di personaggi ha potuto raccontare la propria storia, beneficiando sicuramente di un assetto narrativo più deciso ed organico (a cui abbiamo già accennato nella nostra recensione dell’ultima annata).
Certo, non tutti i CO hanno avuto un approfondimento dedicato, ma perché chi lo ha avuto (Coates e Bailey) se lo è dovuto guadagnare nel tempo. Sappiamo quindi ancora poco, ad esempio, di Humphrey o Piscatella ma ciò che conta in questo caso è soprattutto il cambio di prospettiva: il gruppo delle guardie di Litchfield è stato analizzato come qualunque altra “famiglia” di detenute, e, anche se qualche figura risulta ad oggi meno delineata di altre, il loro apporto alla storia nel complesso è finalmente diventato importante anche sul piano dell’elaborazione tematica. In altre parole, si tratta finalmente di un insieme di personaggi le cui motivazioni ed idee appaiono fondamentali allo sviluppo del racconto almeno quanto le loro azioni.
Per questo motivo abbiamo pensato di osservarli un po’ più da vicino e capire in che modo e con quali scopi OITNB ha scelto di raccontarli, da simboli di un sistema che non funziona a semplici individui.
Carnefici (?)

Con quest’ultima stagione, in breve, gli autori hanno cercato di descrivere e denunciare, prima ancora che un comportamento, l’idea che lo giustifica e gli dà forma. Un’operazione che implicava necessariamente uno sguardo più approfondito – anche se d’insieme – su chi si fa portatore di questo pensiero, e che ci ha quindi permesso di conoscere meglio una parte essenziale ma mai davvero esplorata di Litchfield. Abbiamo imparato, ad esempio, che le guardie tendono a comportarsi esattamente come una gang: cedono infatti ai meccanismi di appartenenza tipici di questi gruppi, identificando in qualunque elemento esterno un nemico ostile, e si piegano su se stessi mantenendo un atteggiamento omertoso. Anche le persone più tranquille e naturalmente affabili, specie se provenienti da un contesto militare (come la bionda veterana McCullough), possono restare invischiate in queste dinamiche, contribuendo ad alimentare un sistema marcio e problematico.
Vittime (?)

Il giovane agente è quindi contemporaneamente vittima e parte attiva di un sistema che schiaccia i più deboli, e che offre seconde possibilità soltanto a chi ha avuto la fortuna di trovarsi dalla “parte giusta”. Se siamo portati a pensare che si meriti anche quest’ultima chance di salvezza, allo stesso tempo non possiamo non riconoscere come altrettanto giustificata la reazione delle detenute al suo mancato licenziamento – specie perché accompagnato da una totale de-umanizzazione della vittima (“they didn’t even say her name”). Orange is the New Black ci presenta quindi, ancora una volta, una situazione complessa, in cui il destino dei singoli si intreccia con istanze ben più grandi di loro e in cui attraverso un evento isolato (?) si cerca di fare luce su un intero impianto sociale. Il richiamo al movimento #BlackLivesMatter (la morte di Poussey ricalca quella dell’afroamericano Eric Garner, bloccato attraverso una manovra di soffocamento durante un tentativo di arresto a Staten Island) è accentuato dai flashback postumi dedicati al personaggio di Samira Wiley: le esperienze di vita dei due ragazzi – che si scontrano per una frazione di secondo nelle strade di New York – non erano poi così diverse, ma la loro posizione all’interno della società ne ha segnato irrimediabilmente il destino.
Semplicemente, persone.

Proprio mentre negli Stati Uniti si discute animatamente dello “Standford Rape Case”, la serie ci invita ad empatizzare proprio con uno stupratore, mostrandocelo, nonostante tutto, come uno degli agenti più sensibili ai bisogni delle detenute. Pur non mettendo mai in dubbio che la violenza sia effettivamente avvenuta (attraverso i costanti “promemoria” del grillo parlante Boo), OITNB ci sfida a guardare chi l’ha perpetrata con gli stessi occhi con cui abbiamo imparato ad osservare le ormai amate inquiline della prigione. Il ritratto di Coates, che inizialmente non sembra nemmeno rendersi conto di aver commesso uno stupro e poi ammette di provare ancora una spinta violenta verso la propria vittima, è non solo disturbante ma anche e soprattutto provocatorio, laddove ci mostra un uomo comunque in grado di controllare la sua tendenza all’aggressività e pronto a dissociarsi il più possibile dalla persona che è diventato. Se siamo riusciti a perdonare Pennsatucky per aver commesso un omicidio a sangue freddo e a contestualizzare questo reato all’interno di una storia personale fatta di degrado ed abusi, allora possiamo riservare lo stesso trattamento anche alla guardia carceraria che l’ha violentata, per quanto risulti difficile e quasi offensivo in una società che fatica ancora a riconoscere l’esistenza e la gravità della violenza sessuale. Si tratta di un passo avanti importante per la serie, che dimostra di avere ben chiari i meccanismi di immedesimazione ed empatia in grado di innescare, nonché di saperli sfruttare al meglio facendo traballare le certezze del proprio pubblico e contemporaneamente ponendo alla sua attenzione questioni etiche di grande urgenza e rilevanza.

Mostrandoci l’altra faccia della medaglia, Orange is the New Black è quindi diventato uno show migliore, più solido, più coraggioso e forse anche più “utile”.

Brava Francesca, un ottimo approfondimento per delle figure che in questa stagione sono state disegnate in un modo accuratissimo, peraltro con un crescendo devastante che ha portato a quella conclusione così terribile e per mano del più “innocuo” di tutti.
Mi ha sorpreso tra l’altro il personaggio di Piscatella, che inizialmente viene presentato quasi come un personaggio “””comicamente””” rigido (mi si accettino le virgolette: intendo che molte delle sue fisse, tipo quella delle gang, all’inizio avevano tratti quasi leggeri, come se sì, fosse un tizio a cui stare attenti, ma in sostanza “innocuo”). Invece quando comincia a fare di testa sua ignorando completamente Caputo, ecco, lì diventa il capobranco della SUA gang, come giustamente sottolinei tu: e da lì per me è stata una vera sofferenza, perché non c’è più nessuno a cui poter appellarsi e si sente fino in fondo il senso di impotenza davanti alle più grandi ingiustizie perpetrate ai danni di persone che saranno anche colpevoli dei peggiori crimini, ma che rimangono persone. Non so cosa mi abbia fatto stare peggio (escludendo Poussey vista la dinamica comunque non volontaria), se la scena del topolino o l’accanimento contro Crazy Eyes fino a spingerla a combattere.
La vicenda Coates è stata davvero inedita, difficilissima da trattare (il pericolo di incappare in fraintendimenti di indulgenze varie era alto) e soprattutto da analizzare, ma devo dire che l’ha fatto in modo impeccabile. Brava!
Grazie!
Quello che scrivi su Piscatella è verissimo, ed è forse la cosa più agghiacciante. Vedere come dei comportamenti all’apparenza innocui possano poi degenerare rapidamente e provocare addirittura la morte di una persona fa senza dubbio impressione. OITNB quest’anno ha voluto sicuramente dare al suo pubblico una bella lezione.
Scrivo qui sotto in OT perche’ non so dove altro scriverlo .Una recensione per Wentworth anche solo per stagione (la quarta in onda adesso la trovo molto valida)non e’ possibile averla? Capisco che ce ne sono tantissime ma qualche parola su questo prodotto australiano imo si potrebbe spendere.