

La sua narrativa è elusiva, inconcludente, a tratti banale così come i dialoghi, le ambientazioni e le musiche, perché lo show di Starz è come un foglio bianco che racconta in modo piatto, semplice, quasi straniante una vicenda complessa che tocca le nostre corde più profonde, mettendo a nudo i pregiudizi e le ipocrisie che ognuno di noi nasconde nel proprio privato, ma che emergono anche nel dibattito pubblico.

Ma come ci si comporta, cosa pensare quando la “vittima” non è vulnerabile ma abbraccia volontariamente la prostituzione come se fosse un lavoro qualunque, anzi ne è gratificata? Qui arriva la vera ambiguità, il vero dilemma morale su cui gioca lo show senza prendere mai una reale posizione su sfruttati e sfruttatori, su moralmente giusto o sbagliato, ma solo mettendoci di fronte a un racconto che mette estremamente a disagio per la sua natura così onesta e piena di contraddizioni.
Perché comunque la si pensi dal lato legislativo, la prostituzione è un soggetto estremamente delicato, che ha che fare con la visione della donna e il suo ruolo nella società – un ruolo da sempre legato a doppio filo con il sesso, strumento di potere e di sottomissione al tempo stesso – dunque proprio per questo fluttuante e aperto a infinite interpretazioni.

In un panorama mediale in cui ancora la rappresentazione della donna è troppo spesso unidimensionale o bidimensionale (se siamo fortunati), Christine è un personaggio che fa dell’ambiguità la propria forza, un Walter White al femminile che, se da una parte non permette mai di empatizzare (per la sua mancanza di reazioni “normali” così come vengono canonicamente rappresentate), dall’altra è reso umano proprio dalle sue contraddizioni.

Le manca l’ipocrisia, quella che mettiamo tutti in campo per far funzionare i rapporti sociali; quella di David e degli altri personaggi, che commettono continuamente nefandezze ma si giustificano, si fanno forti del proprio senso di colpa o di scopi “alti” per minimizzare le proprie azioni.
Probabilmente è una sociopatica, ma le manca anche il compiacimento della cattiveria di un Frank Underwood, non si crogiola nell’essere una bad girl ed è anzi sinceramente stupita (anche se sicuramente non ferita) dalle reazioni emotive di chi la circonda quando commette azioni che urtano la sensibilità, la morale o i sentimenti altrui.
Soprattutto, non sembra aver bisogno davvero del potere, dei soldi, neanche in fin dei conti dell’eccitazione che le dà il suo lavoro, anzi sembra aver soltanto fatto due conti e concluso che quello è il lavoro che fa per lei, in cui può riuscire meglio e fare più soldi; niente sensi di colpa, niente frustrazioni, niente perversioni – o quasi.

Nel dispiegarsi degli episodi, l’eccitazione e l’azione vengono sempre messi in campo ma finiscono invariabilmente per implodere in una bolla di “normalità”: la coinquilina scomparsa, lo scandalo, la corruzione dello studio legale, l’eredità, sembrano sempre essere dei prologhi a sviluppi narrativi canonici che restano lì, sospesi e mai risolti, come racconti di genere che non trovano mai il proprio spazio, vittime costanti di un racconto dallo scopo più ampio.

Questo show ci dice, con lucida spietatezza, che in fin dei conti ogni vicenda conta davvero solo in un periodo ristretto di tempo e solo per chi vi è coinvolto direttamente: alla fine dei 13 episodi David ha perso il lavoro, l’amica è scomparsa, Christine ha tradito la sua maitresse e scatenato un putiferio mediatico, ma davvero nulla è cambiato nel mondo.
E Christine, al contrario degli altri, ne è consapevole in modo quasi zen, motivo per cui non si scompone mai, è sempre imperscrutabile dall’esterno nascondendo una consapevolezza interna estrema, che le permette di reagire in modo pronto, sensato e cinico a ogni stravolgimento e di cogliere al volo ogni occasione.

Un mondo gelido, scostante e inospitale che a tratti sembra quasi post apocalittico, in cui i rapporti umani sono transazioni che si fanno in denaro o a parole – poco conta, alla fine, perché il grado di ipocrisia è lo stesso – che ci può far paura o affascinare nella stessa misura, così come ci attrae e ci respinge Christine/Chelsea, essere semplicissimo e complicato allo stesso tempo che come una cartina di tornasole svela le nostre paure e le nostre insicurezze.
Perché raramente la realtà è stata davvero così tanto negli occhi di chi guarda come in The Girlfriend Experience, che si può davvero considerare come uno degli esperimenti più ambiziosi e meglio riusciti del 2016.
Voto: 8

Esperimento interessante ed evidentemente riuscito, TGE rappresenta di certo un prodotto unico nel panorama tv. Storia straniante da seguire, protagonista perfetta, estremamente attraente, ma in effetti è una sociopatica, che all’inizio riesce a condurre le sue due vite senza alcuna esitazione, concedendo ad ognuna il proprio spazio, senza quasi mai mischiarle (David?). Nelle ultime puntate il castello che abitava pare essere crollato. Mi dispiacerebbe se si azzerasse tutto con una nuova protagonista, ero curioso di vedere come avrebbero potuto raccontare l’evoluzione di questa. Bella recensione, grazie.
Ciao! grazie dei complimenti, io invece spero in una nuova storia, anche se effettivamente mi chiedo come potrebbero raccontare di nuovo qualcosa di così originale.
Ottima recensione. Non mi sarei forse azzardato l’8 ma comunque e’ piaciuto pure a me.L’ho visto gia’ qualche mesetto fa pero’ ricordo alcuni episodi un po’ sotto la media.Ad ogni modo un 7 pieno ci sta tutto .
Grazie mille, sono d’accordo su alcuni episodi più deboli anche se io l’ho vista tutta di fila per cui ho beneficiato dell’effetto – film, ma l’8 al progetto complessivo per me è doveroso. E alla luce degli Emmy che l’hanno ignorato mi sento ancora di più contenta di aver dato nel mio piccolo un riconoscimento che la serie merita davvero.
Bella recensione che restituisce la complessità e soprattutto l’unicità di questo prodotto.
Rispetto al voto credo che, oltre ad essere un’operazione utile soprattutto a scopi ludici (classifiche eccetera), si tratti di un’attribuzione davvero soggettiva.
Personalmente, ad esempio, sono convinto che un voto alto come 8 sia il minimo indispensabile per una serie come The Girlfriend Experience, ovvero un prodotto assolutamente sperimentale, sia sul piano visivo che su quello narrativo.
Si contano sulle dita delle mano serie così autoriali, così coerenti nel mettere in scena la rappresentazione di una volontà artistica chiara e programmatica.
Amy Seimetz e Lodge Kerrigan costruiscono un vero e proprio ponte con il mezzo cinematografico, trasportando nella serialità televisiva istanze peculiari delle loro personali poetiche e cogliendo dalla forma seriale l’occasione per ragionare su tipologie di racconto nuove.
Raramente si è visto al cinema un lavoro in grado di riflettere in questo modo sulla ripetizione, sulla reiterazione di azioni e gesti e sull’ossessione con questa abnegazione narrativa.
Raramente si è vista in tv una serie così coraggiosa nell’esautorare la tradizionale importanza di trame e sottotrame (che in questo caso vengono quasi tutte spudoratamente strangolate e lasciate morire), concentrando il suo focus sulla messa in scena, su un racconto in cui lo spiazzamento esistenziale corrisponde a quello uditivo e visivo e dove la trama è al servizio di un discorso così spregiudicatamente concettuale.
The Girlfriend Experience ad oggi non è solo tra le migliori novità dell’anno ma tra le migliori serie tout court.
Ottima recensione, a mio avviso hai colto in pieno tutti i punti che rendono questa serie una produzione molto interessante.
TGE mette un nuovo punto nella storia della serialità.
Complimenti, brava e continuerò a seguirvi anche su serial k.
Grazie mille! devo ammettere che inizialmente ero scettica su TGE ma mi hanno fatto cambiare idea, e per fortuna. Una delle cose che mi sono più piaciute della stagione primaverile.
Serial K riparte a ottobre, seguici mi raccomando!
Ma è una cosa tipo secret diary of a call girl?
Molto, molto diversa.
Serie recuperata solo in questo periodo…d’accordo su tutto…ottima recensione(come sempre del resto)…
Grazie mille Davide! hai fatto bene a recuperarla perché è un gioiellino delle scorse annate e penso che anche a due anni di distanza sia ancora potente
Ciao Eugenia, complimenti per l’analisi. La serie l’ho vista solo ora, leggo che è del 2016, mi è piaciuta davvero. Andando oltre l’erotico il personaggio di Christine è tratteggiato molto bene. E’ una cinica vera. Il genere e le fattezze della serie mi hanno riportato fortemente alla serie Damages. Tuttavia un paio di passaggi non mi sono stati chiarissimi, ma nel complesso il racconto funziona. Della seconda stagione invece non posso pronunciarmi ma l’episodio iniziale non mi ha entusiasmato molto. Vedremo. Leggo che sei bolognese di nascita, e non poteva essere altrimenti. Io sono stata bolognese di adozione e continuo a sentirmi li’.
Ciao Gioia, grazie a te che ci leggi e ci commenti (e che ami Bologna)! Sai che sulla seconda stagione la penso come te? Decisamente sotto le aspettative e francamente, un po’ inutile anche rispetto al grande esperimento che era stata la prima, di cui hanno tenuto i canoni estetici ma decisamente non sono riusciti a replicare lo spirito… ma mi dirai quando arrivi alla fine!