
Shaolin’s the DJ that we call conductor
‘Cause Shaolin Fantastic’s a bad motha******

Il mondo di The Get Down è la New York sporca del 1977, quella del Bronx abitato da un mix di neri e portoricani, costantemente territorio di guerra delle gang, dell’estate di Son of Sam, delle strade così piene di criminalità da dichiarare una vera e propria emergenza nazionale – non a caso film come Escape From New York e Assault on Precinct 13 sono stati scritti in quel periodo; ma è anche la New York della nascita della figura del DJ e del fiorire della cultura hip-hop attraverso la musica ma anche i graffiti e l’abbigliamento.
L’immaginario estetico dell’hip-hop è nato in questi anni, quando pian piano le tute Adidas e i cappellini da baseball hanno sostituito i pantaloni a zampa e le acconciature afro della disco e della Blaxploitation, ed è a questo immaginario che Luhrmann fa riferimento come sfondo della sua storia.
Do not underestimate the crayon, grasshopper. I hand you the magic, the mystery, the opening.

Il tutto è raccontato con lo stile del pastiche che caratterizza il regista australiano, mescolando riferimenti, generi e ispirazioni in un calderone variopinto, sempre sopra le righe sia visivamente – i movimenti di macchina isterici, il montaggio che mescola footage originale e rielaborazioni digitali, i costumi e le scenografie eccessivi e quasi caricaturali – che dal punto di vista di un plot in grado di mettere in scena tutti i topic del musical classico e moderno, mescolati a una trama politica e innumerevoli citazioni cinematografiche.
Dai film di Bruce Lee a The Warriors, dallo Studio 54 a Saturday Night Fever, ogni inquadratura di The Get Down rimanda a qualcos’altro, in una sorta di puzzle citazionista; è la fantasia irriverente di un ragazzino australiano cresciuto con i film americani di quel periodo che miracolosamente finisce per comporre una originale e divertente opera, in grado di restituirci una New York più sognata che reale, anche se sorprendentemente coerente con la realtà dei fatti.
Houses… not projects that were built to segregate and warehouse the working poor… homes for my rainbow people.

Ragazzino orfano portoricano, Ezekiel ha nella propria abilità con le parole la vera risorsa da sfruttare, senza margini di errore perché un solo passo falso può farlo affondare nelle sabbie mobili della piccola criminalità o ancor peggio di una vita mediocre.
L’amore per Mylene, coetanea dalla voce melodiosa e dall’ambizione feroce, è la forza che tende a portarlo lontano dal quartiere, verso la musica disco delle case discografiche e verso una vita ripulita; l’amicizia con Shaolin – delinquentello, writer e aspirante DJ, allievo di Grandmaster Flash – è la via verso qualcosa di diverso, verso quella musica e quel movimento culturale nascente che è la vera voce del mondo cui Ezekiel appartiene, ma che a quel mondo lo terrà anche inevitabilmente legato.
“Your discos are full of drugs and homosexuality. There’s no place for the word of God in your disco.”
“People in the discos, they want to feel raised up, they want God, they want the light.”

Per Ezekiel come per Shaolin, come per Papa Fuerte (zio di Mylene e boss del Bronx, liberamente ispirato alla figura reale di Ramon S. Velez), il rispetto di coloro con cui si è cresciuti e la fedeltà alle proprie radici sono la base per giudicare se stessi e il proprio valore, al di là degli scopi e delle passioni personali.
Per questi uomini l’amicizia, l’amore, la famiglia, l’arte e l’onestà si intrecciano ed entrano continuamente in conflitto, in un contesto reale che accentua la tragicità della storia sotto la patina brillante e caleidoscopica della messa in scena; dove questo conflitto sembra irrisolvibile, entra in scena il potere salvifico e unificante della musica, vera liturgia non religiosa che oltrepassa i confini dell’età, della razza e delle convenzioni sociali.
Che sia un duello tra crew – come quello, spettacolare, del sesto episodio – o un ballo nostalgico tra vecchi amanti alla luce di una candela, o ancora una gara di ballo alla discoteca Les Inferno, in The Get Down ogni vero passo avanti nella trama arriva sulle note di una canzone o sullo scratch di un vinile, come nella migliore tradizione del musical.

Voto: 7½

Sono d’accordissimo! The Get Down è una serie intelligente e leggera, coloratissima e colta, raffinata e paracula. Visivamente è un orgasmo cromatico e musicalmente spacca i culi. Riesce a spiegare ai neofiti buona parte della cultura hip hop, sia essa racchiusa nell’esaltazione per un passo di “break shaolin” o per la credibility assicurata dal graffito più estremo. Il concetto stesso di “suonare i piatti” viene spiegato attraverso un magico passaggio di consegne che ha del geniale. Quello che più mi è piaciuto, a me che odio i musical, è che il film non è una scusa per fare sentire delle canzoni (per cui sul più bello tutti si mettono a cantare invece di recitare) dentro un plot baggiano, ma è l’elemento che accompagna e guida costantemente la trama, che è complessa, articolata, densa. C’è la droga, il ghetto, la voglia di riscatto, l’adolescenza, la controcultura, la politica, la famiglia, gli amori, la violenza, la politica e, soprattutto, la musica e la cultura black della NY di fine anni ’70… tutto è ovviamente leggero (stiamo parlando di Baz Luhrmann, mica di David Simon), ma c’è comunque tutto, o quasi tutto quello che serve. Pensate se una roba del genere l’avessero mischiata con Luke Cage, ove la negritudine – che dovrebbe essere regina – rimane talmente sulla superficie e stereotipata da risultare stucchevole. Bellissimo l’uso di filmati originali e di immagini sgargianti dell’universo visivo “luhrmaniano”, universo che, tra l’altro, si sposa perfettamente coi cromatismi dei graffitari e delle tag.
Per ora, promossa a pieni voti. Se volete la vita vera, c’è sempre The Wire. Ma qui si vuole fare altro e lo si fa da dio. Complimenti e grazie Eugenia del consiglio