L’inizio della stagione televisiva autunnale ci ha già regalato la partenza di alcune nuove serie TV che ci accompagneranno nei mesi più freddi. In questo spazio vi parliamo di Atlanta, dramedy di FX, che poco si discosta dalle atmosfere classiche della rete che la ospita.
Lo show ha riscosso una grande curiosità sin dalla presentazione a causa del suo creatore, Donald Glover, noto a molti onnivori televisivi per la partecipazione alla comedy Community. L’attore non è alla sua prima esperienza come autore (e in questo caso anche regista e produttore esecutivo), ma si confronta ora con temi meno leggeri rispetto al passato e in linea con sua carriera da rapper, con ben due album all’attivo, pubblicati sotto lo pseudonimo di Childish Gambino.
È proprio il rap ad essere l’anello di congiunzione tra la carriera televisiva e musicale di Glover, che ci presenta uno show a tratti autobiografico, ambientato ad Atlanta, città dello stato della Georgia, che l’ha visto nascere e muovere i suoi primi passi nella scena musicale rap. Questa nuova serie di FX racconta la storia di due cugini che cercano di farsi strada proprio nella scena rap di Atlanta, cercando di dare una svolta alle loro vite e uscire dal limbo in cui sono imprigionati.
In questo caso, però, la ricerca del sogno americano c’entra poco: il successo e la fama non sono gli obiettivi finali dei due protagonisti, che non vogliono sfondare a tutti i costi per il denaro o il riconoscimento sociale. Earn (Glover) e Paper Boi soffrono di uno dei mali più diffusi tra i millennials, cioè l’essere cresciuti fisicamente senza mai essere diventati adulti; il loro viaggio quindi diventa un cammino alla ricerca di se stessi e delle proprie capacità, cercando di sopravvivere in un mondo che non aspetta nessuno. La loro non è una scalata al successo, ma un tentativo di rimanere a galla, che li porta ad andare avanti giorno per giorno, verso obiettivi lontanissimi e perlopiù sfocati.
Per questo l’universo rap in cui sono immersi i due protagonisti non è fatto di catene d’oro e ragazze mezze nude su macchine roboanti: i toni sono cupi, le case sono vuote, la musica proviene freddamente dalla radio. La pellicola d’apatia che ricopre i ragazzi è forse la loro caratteristica più peculiare, smossa, ma solo minimamente, dalla speranza che la musica possa cambiare le loro vite, che trascorrono sempre uguali in una città che poco ha da offrire ai suoi figli. La doppia premiere andata in onda cerca di mostrarci proprio questo, offrendoci un piccolo assaggio di quello che la prima stagione – formata da dieci episodi – potrà costruire.
Atlanta non racconta solo Earn e Paper Boi, ma parla anche della città (che ospita le riprese), tramite la quale si cerca di allargare lo spettro del racconto anche su altre aree demografiche, che non possono definirsi lusingate da questo ritratto. Se il pilota si concentra soprattutto sui protagonisti, come è giusto che sia, “Streets on Lock” butta nel calderone tante cose in più, mostrandoci il rovescio della medaglia, facendoci dare uno sguardo a tutto il resto che c’è da vedere e che ha influenzato e influenzerà la vita dei due cugini. La prigione è il luogo perfetto per fare ciò, diventando così una specie di bar di quartiere – in cui la gente racconta la sua storia e spera di trovare qualcuno messo peggio per sentirsi meglio –, sospeso nel tempo e nello spazio e denso di umanità con tutti i suoi demoni.
Con questa coppia di episodi, l’inizio di Atlanta risulta soddisfacente: il diverso punto di vista delle due puntate riesce a dare un’idea più esaustiva di quello che Glover ci vuole raccontare e spinge lo spettatore a dare fiducia ad uno show che tratta temi più che inflazionati – il filone di riferimento sembra essere quello iniziato con Girls (in cui il protagonista fa una piccola apparizione) –, ma con uno stile di sicuro interessante.
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