
Essendo ormai American Horror Story un appuntamento “classico” dell’anno seriale, è facile darne per scontata la portata iconica – si pensi soltanto al font dei titoli di testa, che sono divenuti un marchio di fabbrica inscindibile dalla serie stessa e che sono un compendio visivo dei contenuti di ogni stagione.

Grazie a un casting che includeva una star come Jessica Lange (cui, nel tempo, si sono aggiunte Kathy Bates, Angela Bassett e, da ultima, Lady Gaga) ma anche talenti emergenti come Zachary Quinto e Evan Peters, AHS si poneva già dalla sua prima stagione come qualcosa di inedito, forte e sperimentale.
Ispirandosi ai classici dell’horror televisivo e cinematografico, American Horror Story ne riprende i topic e li attualizza, rielaborandoli per creare un pastiche ironico e sfacciatamente camp, pieno di riferimenti alla cultura pop ma anche fortemente fedele al messaggio sociale caro a Ryan Murphy, alla sua poetica degli outsider che mette al centro i deboli, gli emarginati e le donne discostandosi fortemente dal punto di vista generalmente maschile (e spesso maschilista) della tradizione horror cinematografica.

Sotto altri punti di vista, come il casting e l’incisività rispetto alla poetica murphyana, il loro essere punto d’inizio del progetto (Murder House) ed espressione di una fase più matura e compiuta (Hotel) ne differenziano invece sensibilmente il risultato finale e il ruolo all’interno dell’antologia in senso più ampio.
Gestione delle storyline
Una delle criticità principali da sempre imputata ad AHS è quella di mettere in scena così tanto materiale a livello di ispirazione da non riuscire poi a gestirlo in modo adeguato, accumulando storyline una dopo l’altra senza integrarle coerentemente; ma in entrambe le stagioni di cui parliamo questo tipo di criticità è meno evidente.
In primis perché i salti temporali e i flashback che raccontano le origini della casa e dell’hotel – attraverso storie parallele che man mano si intersecano con le vicende presenti – sono intrinsecamente necessari al racconto dell’infestazione e approfondiscono le motivazioni dei personaggi aggiungendo pathos alle vicende dei singoli e facendo avanzare la narrazione.
In secondo luogo perché, con modalità diverse in Murder House e Hotel, queste storie parallele finiscono per convergere in modo più coeso rispetto ad altre stagioni (pensiamo soprattutto alle meno riuscite Coven e Freakshow), soprattutto grazie ad espedienti narrativi legati al fatto che la maggior parte dei personaggi, in entrambi i casi, sono fantasmi.

L’assenza di una vera e propria storyline principale (che in Murder House è quella della famiglia, il cui arco viene tracciato in modo definito, seppur non sempre lineare) non penalizza comunque Hotel grazie alla differenza del luogo scelto e ai differenti obiettivi di ciascuna stagione; se nell’annata d’esordio la linearità serviva a dare un impriting più forte e solido, il quinto capitolo (forte di una fanbase e un successo ormai consolidati) ha potuto permettersi più rischi e creare un alveare di mini-storie che si incontrano, con una forte coerenza tematica di fondo ma senza doverne chiudere il cerchio forzatamente, perché la molteplicità delle storie raccontate rispecchia la molteplicità delle camere dell’Hotel Cortez.
Questo primo confronto si conclude dunque con un pareggio e con un punto a testa.
Intensità Horror

Questa attenzione è cresciuta esponenzialmente nei 5 anni di messa in onda di AHS, ed è sempre più evidente di stagione in stagione la volontà di mettere da parte la paura e puntare l’obiettivo sul ritratto sociale; il risultato è che – al contrario di Hotel che rappresenta l’apice di questo percorso di mutazione – Murder House risulta essere davvero la stagione più “paurosa” dell’intero ciclo antologico, quella che maggiormente si avvale dei meccanismi tradizionali della tensione mettendo più in secondo piano il messaggio di fondo.
Anche grazie all’effetto novità di alcuni elementi (in primo luogo le immagini e la musica terrificanti dei titoli di testa) che nelle stagioni successive sono diventati sempre di più se non scontati, sicuramente meni impattanti, il secondo punto va decisamente al primo capitolo dello show.
Casting

Oltre ai già citati Peters e Quinto, è impossibile non menzionare la talentuosa Lily Rabe e la straordinaria Sarah Paulson, che nel corso della serie hanno conquistato meritatamente uno spazio sempre più ampio.
La compresenza di tanti attori e la necessità di ampliarne i ruoli ha rappresentato un altro scoglio importante nel corso delle stagioni, col risultato di sacrificarne spesso alcuni o di dover ampliare storyline poco funzionali per aumentare la presenza sullo schermo di alcuni personaggi.
Questa criticità si manifesta ai livelli più alti in Freakshow e si incarna nella parabola di Jessica Lange: il magnetismo e il talento dell’attrice sono infatti fin da subito evidenti in Murder House anche in un ruolo da coprotagonista, ma nel corso delle stagioni successive (Freakshow soprattutto) la sua presenza ingombrante diventa un ostacolo allo sviluppo del racconto corale, con l’obbligo di metterla al centro della narrazione che diventa causa anche di evidenti forzature.
Ma con Hotel il metodo casting di AHS raggiunge forse il suo punto più alto, grazie alla scelta di utilizzare Lady Gaga, figura che unisce in un’unica persona il ruolo di icona pop e di talento emergente attoriale.
Al contrario di Jessica Lange in Murder House, che mette in ombra un trio di attori principali – il terribile Dylan McDermott, l’incolore Taissa Farmiga e la pur brava Connie Britton – con la sua sola presenza sulla scena, creando un fastidioso effetto di noia in quasi tutte le parti in cui non è coinvolta, Gaga in Hotel non è la protagonista indiscussa ma è sicuramente il centro magnetico della stagione, che non fagocita ma rafforza i ruoli degli altri protagonisti creandosi un proprio spazio senza dominare la scena.
Nonostante l’ammirazione incondizionata per Jessica Lange, il terzo punto se lo aggiudica American Horror Story: Hotel.
Autorialità

Se Murder House prende ispirazione dalla soap opera “Dark Shadows” e ha un taglio decisamente coerente con quell’atmosfera anni Sessanta, le successive stagioni antologiche hanno spinto sempre di più sul pedale dell’originalità, incamerando via via una quantità sempre maggiore di strizzate d’occhio, citazioni e riferimenti che ne hanno marcato sempre più nettamente lo stile.
Freak metaforici e reali, criminali, streghe, fantasmi e vampiri convivono pacificamente in un calderone coloratissimo e sempre eccessivo, che trascende ormai i confini dei vari generi per giocare a mescolarli e intrecciarli.
Come succede spesso alle creature di Murphy, gli scivoloni sono dietro l’angolo (e sono quasi fisiologici per un materiale così sovraccarico) e si concentrano soprattutto nelle stagioni in cui la tematica non riesce a tenere insieme la ricchezza delle ispirazioni.

Con Hotel si raggiunge un momento di compimento e quasi di rinascita, grazie a una ricchezza di idee finalmente sorretta da un bilanciamento delle storyline più riuscito, con l’aggiunta di un’attenzione ancora più raffinata alla colonna sonora che diventa vera e propria protagonista della stagione.
A livello di presenza autoriale, quest’ultima annata rappresenta un punto di arrivo indiscutibile per AHS, che arriva perfino ad autocitarsi internamente, come nel caso del personaggio di Sally (Sarah Paulson) le cui mise sono chiaramente ispirate a Courtney Love come quelle di Evan Peters in Murder House che citavano Kurt Cobain, o nel caso del flashback dedicato al passato della Contessa in cui Lady Gaga si reca ad abortire proprio dal Dr. Montgomery, primo proprietario della Murder House.
Quest’ultimo punto va quindi, di nuovo, a Hotel.
IL NOSTRO RISULTATO
Con un casting ricco e ben bilanciato, sorretto da una marca autoriale sempre più decisa finalmente unita a una solida gestione delle storyline, la vittoria va per 3 a 2 ad American Horror Story: Hotel. Ma il nostro consiglio è di recuperare il primo capitolo, che, pur alla luce dei 5 anni passati dalla sua messa in onda (e che al ritmo con cui si evolve il panorama seriale sono davvero tanti) mantiene comunque un livello di qualità davvero alto, oltre che avere l’indubbio fascino della nostalgia.
IL VOSTRO RISULTATO
Questa settimana i nostri risultati differiscono e di molto: con i vostri voti su Facebook e Twitter avete decretato la vittoria di American Horror Story: Murder House con il 77% dei voti, lasciando a Hotel solo il 23%.
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