Arrivati alle soglie di quello che è stato annunciato come l’episodio che spariglierà le carte in tavola, American Horror Story conferma la sensazione che rispetto agli scorsi anni abbia deciso di volare più in basso, pressoché priva di quell’aura glamour che aveva caratterizzato le stagioni precedenti e che ora la mostra in tutta la sua deludente nudità.
Questo è un anno che Ryan Murphycerto non dimenticherà: non solo per la riuscita di American Crime Story, che pure gli è valso un bel successo agli Emmy, ma anche per essere riuscito a piazzare altre due serie televisive nel confusionario calderone della programmazione annuale. Sembra dunque paradossale constatare che la serie che lo ha riportato al centro dell’attenzione dopo il grande successo di Glee, quell’American Horror Story ormai giunto alla sua sesta stagione e già rinnovato per una settima, si stia lasciando dietro quasi tutti gli elementi che lo avevano caratterizzato fino a questo momento.
Perché se è vero che ritornano quasi tutti i membri del cast che anno per anno indossano nuovi panni, ciò che manca è il glamour, l’eccesso barocco dell’estetica, la sensibilità pop che Murphy ha trasformato nel proprio marchio di fabbrica. Tutto sommato, questa sesta stagione di American Horror Story è molto convenzionale nel racconto (una diversa declinazione della casa infestata), ma si permette di “innovare” nella modalità di espressione, con la realizzazione di un finto documentario che intende ricostruire quei terribili giorni. Questo metodo in realtà sembra funzionare abbastanza bene, perché dona all’intero racconto una sensazione di maggior credibilità (nonostante, è ovvio, entrambi i livelli siano rappresentati da attori ben riconoscibili), una immersione tutto sommato maggiore all’interno dell’orrore vissuto da questi protagonisti.
Cerchiamo di capirci: una delle critiche più frequentemente mosse ad American Horror Story è stata l’incapacità autoriale di soffermarsi sulla trama; la scrittura era così abbagliata ed irretita dall’interesse estetico che ogni forma di narrazione passava con rapidità in secondo piano. Ecco perché dopo un inizio quasi sempre appassionante – ed Hotelin questo può funzionare da ottimo esempio – l’attenzione del pubblico via via diminuisce come conseguenza all’assottigliarsi della trama e alla sua palese subalternità e schiavitù all’espressione visiva.
Quest’anno invece, per assurdo che sia, ci si sta muovendo sul versante opposto: si sta cercando di costruire un racconto che funzioni prima di tutto come tale. Le vicende di Matt e Shelby si intrecciano con il racconto del passato di quasi tutti i personaggi in campo. Questa, però, non sembra comunque essere la chiave vincente nella realizzazione di una stagione in grado di superare i propri difetti: abbandonati infatti un certo tipo di problemi se ne sono provocati ben altri che non riescono a rendere questa stagione niente più che un mediocre prodotto horror. L’arrivo di Evan Peters, ad esempio, in un personaggio in realtà affatto dissimile da quello che interpretava già lo scorso anno, non sembra aver cambiato la situazione più di tanto, ma ha aggiunto semplicemente un tassello in più al numero delle vittime del The Butcher. Tutto questo è un grave peccato, però, perché la volontà di lavorare su un mockumentary era all’inizio un’ottima scommessa (ed il primo episodio, in questo senso, ha funzionato alla perfezione), in grado di rendere la narrazione efficace sia nell’approfondimento della psiche dei personaggi sia negli aspetti più squisitamente horror.
Per quanto riguarda la parte orrorifica, infatti, pur consapevoli che i due protagonisti non possono morire perché intervistati a posteriori (benché vi siano fior fior di teorie e supposizioni a riguardo), il lavoro è riuscito discretamente bene, anche se si è puntato con maggiore decisione sul versante splatter che in effetti non manca mai di disgustare, ben lontani (e questo è forse uno dei maggiori difetti) dall’estetica dell’eccesso degli scorsi anni. Ci sono poi dei momenti molto efficaci (il gioco di luce delle candele sul voto di Peters, ad esempio) che possono colpire ed impressionare lo spettatore. Si è dunque con più coraggio indossato i panni della serie horror; il problema è che ci si è dimenticati quasi del tutto del resto, e non parliamo tanto della trama, che pur può funzionare in un racconto di questo tipo – ma d’altronde non sempre l’horror ha bisogno di una narrazione particolarmente complessa – ma ci riferiamo soprattutto al tasto dolente dei personaggi.
La domanda principale da fare ad un qualsiasi spettatore è infatti la seguente: dopo cinque episodi, si è davvero interessati alle sorti di questi personaggi? Sono pochissimi coloro che potranno onestamente rispondere in maniera affermativa non perché i personaggi siano malvagi o poco interessanti, ma proprio perché manca quasi completamente la scrittura dei loro caratteri. A ben pensarci, che cosa sappiamo su di loro, se non informazioni generiche e niente affatto decisive? Potremmo conoscere qualcosa del loro passato, certo, ma non c’è quasi nulla che possa davvero farci entrare in empatia con le loro sorti, con le loro sfortune. Nonostante gli interpreti siano sempre di grandissima eleganza e capacità attoriale, non hanno in mano nulla, in buona sostanza, su cui lavorare e manca quasi del tutto la volontà di dire su di loro qualcosa in più che non sia un nuovo modo per torturarli psicologicamente. Si continuano ad inserire personaggi sui quali dovremmo costruirci un’opinione, ma, a parte qualche dettaglio che fa colore, è del tutto impossibile riuscirci. L’arrivo di Frances Conroy, mai apprezzata quanto dovrebbe, aggiunge certo una nota di colore che illumina in particolare il versante horror (e quello attoriale) ma aggiunge troppo poco ad una trama così confusa e approssimativa che non si capisce appieno come si possa riuscire a salvarla.
Certo, c’è quella famigerata dichiarazione di Ryan Murphy, il quale aveva assicurato che il sesto episodio avrebbe rappresentato un punto di svolta: non possiamo che sperarlo perché la classica maledizione di American Horror Story, ossia la perdita di interesse via via che la serie avanza, si sta rivelando anche in quest’occasione un’amara realtà. A fronte di un inizio che sembrava molto promettente, a nemmeno metà della stagione siamo già nella solita situazione, con la differenza che stavolta i problemi non riguardano l’assenza di una narrazione coerente, ma l’impalpabilità di personaggi che possano viverla e riempirla. Riuscirà Murphy a ristabilire finalmente l’equilibrio necessario, o questo previsto colpo di scena servirà solo a dare una flebile scossa ad una stagione che si sta avviando già verso la sonnolenza?
Ho visto l’episodio 6. Non voglio fare spoiler, ma solo dire che forse bisognerebbe aspettare, prima di bocciare questa stagione. i difetti elencati nella recensione ci sono, ma io continuo a dire che per me questa volta sono voluti, almeno fino all’episodio 5.
Parola d’ordine aspettare. Dopo i fasti delle prime due stagioni e gli scempi delle successive tre, dopo la sesta puntata questa si candida ad essere la migliore stagione di AHS
Sono d’accordo con entrambi, ma a mio avviso è innegabile che fino a questo momento la serie era di una noia mortale. La puntata 6 cambia le carte in tavola? Certo, ma non essendo nessuno di noi dotato di potere di preveggenza bisogna dire che Murphy non è stato in grado di portarci al momento del twist con la giusta dose di attenzione. Uno spettatore che avesse abbandonato la visione della stagione sarebbe, a mio avviso, ampiamente giustificato.
ho visto la sesta puntata e devo dire che è stata forte, una bella sorpresa originale. non so dove porterà ma vale la pena seguirla
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Ho visto l’episodio 6. Non voglio fare spoiler, ma solo dire che forse bisognerebbe aspettare, prima di bocciare questa stagione. i difetti elencati nella recensione ci sono, ma io continuo a dire che per me questa volta sono voluti, almeno fino all’episodio 5.
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Sono d’accordo con entrambi, ma a mio avviso è innegabile che fino a questo momento la serie era di una noia mortale. La puntata 6 cambia le carte in tavola? Certo, ma non essendo nessuno di noi dotato di potere di preveggenza bisogna dire che Murphy non è stato in grado di portarci al momento del twist con la giusta dose di attenzione. Uno spettatore che avesse abbandonato la visione della stagione sarebbe, a mio avviso, ampiamente giustificato.
ho visto la sesta puntata e devo dire che è stata forte, una bella sorpresa originale. non so dove porterà ma vale la pena seguirla