
Senza soffermarsi più di tanto su un parallelismo che potrebbe rivelarsi stantio, va però sottolineato come Louie, e, più in generale, l’intera opera dell’artista di Washington, siano permeate da un gusto tragico di fondo, un senso di ineluttabilità nei confronti del dramma che permea le nostre esistenze limitando le possibilità di essere felici.
È diversa, anche nei termini, la filosofia di Better Things che, a partire dal titolo, si propone di focalizzarsi maggiormente sugli aspetti positivi. Infatti, come Sam Fox sottolinea in “Future Fever“, la felicità, o meglio, la possibilità di apprezzare la vita, è assolutamente indipendente dal contesto esterno, dal momento che “Life is good, even at its worst“.

“Alarms” presenta una struttura ad anello, in cui la prima e l’ultima scena si soffermano sul tema dell’invecchiamento mostrandolo in due stadi differenti. Per Sam si tratta di un processo in essere di cui si palesano le prime conseguenze: la nuova generazione è ormai pronta a prendere il suo posto. Con l’opinione pubblica che grida allo scandalo e denuncia una società civile in cui ai giovani è preclusa qualsiasi posizione rivelante da una classe sociale di “vecchi” gelosi della propria condizione, è interessante notare il lato opposto dello scacchiere, quello del vecchio capobranco che, di fronte alla sfida del lupo giovane e aitante, si deve affidare alla propria esperienza per non essere soverchiato e bollato definitivamente come inutile.

Un’ambientazione pesantemente connotata da una serie di sottotesti e sottintesi come la chiesa mormone di “Duke’s Chorus” sembrerebbe indicare un tentativo di esprimersi sul tema scottante e complesso della religione. Lo sviluppo, più lineare e coeso del solito, della prima parte dell’episodio continua a trarre in inganno in tal senso, nascondendoci quale sia l’intento effettivo. Condizionati dalle nostre categorie ci rendiamo conto solo in itinere di come il discorso verta sul superamento delle stesse.
La madre egoista (Sarah Baker, protagonista del celebre episodio di Louie “So Did the Fat Lady“) che si trincera dietro le proprie credenze religiose per giustificare se stessa e giudicare gli altri è, al tempo stesso, prigioniera delle medesime convenzioni che le impediscono di affrancarsi ed ottenere il divorzio e, anche quando crediamo di aver compreso il personaggio, ecco la scena finale a suggerire un ulteriore scorcio, un’altra sfaccettatura.

La stessa Sam è vittima di simili categorie di giudizio: ad un primo sguardo carente sotto il profilo educativo, in difficoltà nel farsi rispettare ed obbedire dalle figlie, è in grado di compensare la propria mancanza di autorità con una spiccata sensibilità, offrendo alle ragazze la possibilità di esplorare la propria personalità ed essere se stesse.
In definitiva la bellezza di Better Things (e di tutti gli show simili) sta nella capacità degli autori di esprimere e mettere in scena il proprio punto di vista. Si tratta di un punto di forza notevole, che rende il genere particolarmente fecondo ma che può facilmente sconfinare nel “già visto” e nella prevedibilità. Non è ancora il caso dello show di Pamela Adlon, che dimostra di avere molto da dire e di saperlo fare bene coinvolgendo lo spettatore in uno spaccato di vita quotidiana in cui ognuno può riconoscersi.
Per quanto non si tocchino le punte di “Future Fever”, “Alarms” e “Duke’s Chorus” sono due episodi di una certa caratura, in grado di veicolare un messaggio o, perlomeno, di trasmettere emozioni profonde senza dimenticarsi di divertire con le classiche situazioni destabilizzanti.
Voto 1×06: 7½
Voto 1×07: 8-
