“Yolk” è la seconda premiere di questa stagione conclusiva di Rectify: una volta arrivati a Nashville, nel nuovo mondo di Daniel, è necessario voltarsi indietro e guardare quello che è rimasto, nella Paulie che ha sempre accompagnato le vicende della serie.
Al cambio di location segue anche un cambio nel ritmo: benché “A House Divided” si muovesse con la solita calma contemplativa, il ritorno alla storia della famiglia Talbot viene affrontato in maniera ancora più rilassata, cercando di esplorare la normalità nei suoi aspetti più significativi. L’assenza di Daniel ha infatti rimosso quella sensazione di ansia costante che accompagnava ogni situazione presentata; allo stesso tempo, però, è rimasto un vuoto, una frattura irreparabile che rende ogni minuto di tranquillità sempre più insopportabile e difficile da affrontare.
È una sensazione che emerge soprattutto per quanto riguarda Janet, incarnazione dell’inquietudine nell’episodio, costantemente alla ricerca di soluzioni temporanee per ignorare la dispersione di una famiglia ormai non più sotto lo stesso tetto; e così il silenzio di Daniel viene colmato inizialmente con le più classiche faccende casalinghe e poi con la vendetta verso Trey Willis, colpevole di aver ricevuto una grazia che il figlio non aveva avuto la fortuna di sperimentare.
Alla depressione del protagonista nello scorso episodio, quindi, ne viene contrapposta una di carattere più tangibile, più comprensibile: la crisi di quando si è costretti a lasciar andare i propri cari, di quando si è lasciati soli ad assistere all’ultima parte della propria vita. Uno dei pregi più grandi di Rectify sta nel parlare con eleganza anche di questi temi comunissimi ed universali, dalla portata apparentemente piccola ma in realtà di fondamentale importanza per gli individui che ne vengono coinvolti.
McKinnon, infatti, parla spesso di come la sua serie sia un tentativo di analizzare la realtà dell’animo umano nelle sue forme più varie, in questo caso avvicinandosi a conflitti interiori che sembrano insignificanti ma che nascondono invece un grande potenziale drammatico. È un aspetto che in questo episodio emerge più che mai, nel continuo assistere a situazioni di ordinaria amministrazione, dal malato nell’ospizio, che vuole solo andarsene avendo vicino un oggetto a lui caro, ai problemi sul posto di lavoro per un cambio dei turni, dalla conversazione con la conoscenza di vecchia data al tentativo fallimentare di un ragazzo di accamparsi nella natura; sono tutte vicende incredibilmente comuni, ma la stratificazione dell’analisi dell’autore sulla cultura di una parte di America spesso lasciata in disparte (perché più monotona, più quotidiana di altre) dà ora i suoi frutti, dotando di significato e realismo ogni singola linea di dialogo messa in scena.
Ed è in questo contesto minuziosamente rappresentato che si inseriscono le vicende dei protagonisti dell’episodio, tra cui il tentativo di Ted e Tawney di recuperare un’intimità (o, perlomeno, un certo tipo di contatto emotivo) ormai persa da tempo. La scena del dialogo nel diner, oltre a beneficiare di una fotografia magnifica, riesce a ricostruire il distacco tra i due senza tralasciare il legame che in qualche modo rimane, facendo emergere dall’artificiosità dell’incontro (l’orario prefissato, il luogo appositamente nuovo per entrambi, gli argomenti che non possono essere toccati) la volontà di Teddy di fare ammenda e la sua genuina propensione al cambiamento. Quello che sta affrontando l’uomo nell’episodio è di sicuro l’ostacolo più grande, una sfida che consiste nel dimostrare concretamente di essere riuscito a distaccarsi da quel comportamento (molto comprensibile, tra l’altro) ostile e vigliacco che lo aveva caratterizzato in presenza di Daniel; e la grossa difficoltà sta proprio nel doversi porre in maniera diversa con tutti, dalla moglie allontanata ad una famiglia che ha ormai eretto una barriera enorme nei suoi confronti, come dimostra l’incontro con Janet sul concludersi dell’episodio.
Come si diceva, uno dei grandi punti di forza di “Yolk” sta nel suo ritmo così deliberatamente rilassato, in grado di adattarsi perfettamente alla comunità rurale della Georgia che è stata al centro dell’analisi di McKinnon per tutti questi anni. Quello che la serie sta riuscendo a fare (e che davvero in pochi sanno replicare) è la riproduzione di uno stile di vita nei minimi dettagli, il dare significato all’insignificante, la scelta di rischiare un andamento così “sottotono” perché è esattamente quello che di cui la narrazione ha bisogno.
Solo in questo modo, infatti, le crisi interiori dei personaggi possono essere inquadrate e comprese appieno, come la ricorrente incapacità di Amantha di tirarsi fuori da una routine che rischia di ucciderne l’entusiasmo, un cerchio che solo il ritorno di Daniel (e la sua ingenuità verso il mondo) era riuscito a rompere davvero. Ora Amantha si trova di nuovo intrappolata, nonostante i piccoli successi e le piccole vittorie, e l’unica consolazione (ora che anche Jon se n’è andato) sta nel cercare se stessa come ha sempre fatto, perdendosi nei campi sperduti intorno a Paulie e aspettando una svolta che sembra non arrivare mai; è quindi un sollievo che perlomeno la solitudine venga interrotta dal ritorno nella famiglia, dal riavvicinamento con gli unici veri contatti umani (nel bene e nel male) che la donna ha sperimentato ultimamente.
Anche in assenza di Daniel, quindi, Rectify si dimostra capace di raccontare l’esperienza umana con uno stile più unico che raro, uno stampo inconfondibile che continua ad avventurarsi in territori praticamente inesplorati. La penna di McKinnon si muove questa volta sui piccoli aspetti che costruiscono la quotidianità dell’America che sta raccontando, confermando che al concludersi della serie di SundanceTV rimarrà un grande vuoto per niente facile da colmare.
Tutto vero, ma i personaggi presenti in questa puntata non hanno lo stesso peso di Daniel, e si sente. Non è colpa loro, ma 19 anni in carcere per un omicidio che potresti aver o non aver commesso non si inventano. Regge Janet perché il suo dramma è l’assenza del figlio, Amantha che ha vissuto per chissà quanti anni per ottenere la libertà del fratello per poi vederselo strappato in quel modo, ma gli altri onestamente non hanno molto da dire. Sì, è vero, il modo nel quale questo non molto viene raccontato è elegante, magari anche disturbante in certi momenti, ma onestamente poco di più. 7 per me.
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Tutto vero, ma i personaggi presenti in questa puntata non hanno lo stesso peso di Daniel, e si sente. Non è colpa loro, ma 19 anni in carcere per un omicidio che potresti aver o non aver commesso non si inventano. Regge Janet perché il suo dramma è l’assenza del figlio, Amantha che ha vissuto per chissà quanti anni per ottenere la libertà del fratello per poi vederselo strappato in quel modo, ma gli altri onestamente non hanno molto da dire. Sì, è vero, il modo nel quale questo non molto viene raccontato è elegante, magari anche disturbante in certi momenti, ma onestamente poco di più. 7 per me.