
Se la grande novità della stagione passata era stata la moltiplicazione dei punti di vista e la frammentazione del tessuto narrativo, portata fino alle estreme conseguenze, questo episodio viene costruito per sottrazione, concentrandosi per la prima volta su un punto di vista univoco. Così ritroviamo Noah subito dopo la fine dei suoi tre anni di galera, e non è più lo scrittore affascinante e arrogante che i suoi interlocutori, e di conseguenza il pubblico, erano abituati a vedere: Noah è un uomo spogliato di tutto, inerme di fronte alle conseguenze delle sue scelte, dilaniato dall’esperienza in carcere e costretto a fare i conti con il lutto dell’odiato padre.

Un conflitto d’identità che si mostra, come da manuale, nel rapporto padre-figlio, inevitabilmente compromesso con il padre morto e all’apparenza insanabile con il figlio Martin. Le ragioni dell’odio di Noah ci vengono ricordate come un trauma mai risolto e proprio per questo fondante per la personalità del protagonista, un rancore che gli nega la possibilità del perdono e che viene trasmesso per via ereditaria a Martin, ancor più freddo e distante dopo i tre anni di prigione. Il testamento del padre è il suo ultimo, disperato tentativo di fare ammenda per il dolore causato al figlio, ma l’orgoglio di Noah gli impedisce di accettare il perdono, lo porta anzi a rigettare con maggior rabbia il suo genitore e, al tempo stesso, a prenderne il testimone e diventare, a sua volta, un padre odiato per tutta la vita.

Qui ritroviamo l’uomo sprezzante e sicuro di sé che tutti conosciamo, e nel suo dialogo con Helen emerge uno dei tratti principali del suo carattere, l’egocentrismo. Il desiderio di Noah è quello di difendere la madre dei suoi figli ma anche, e soprattutto, di espiare le proprie colpe nella maniera più dura possibile per potersi mettere la coscienza a posto. Un gesto tanto coraggioso quanto arrogante, in linea con l’abitudine del protagonista di pensare sempre a se stesso nonostante l’affetto per le persone a lui più care.

Abbandonato dalla seconda moglie e incapace di comunicare con la prima, Noah sembra destinato ad affrontare i propri demoni da solo, questo fino alla comparsa di Juliette Le Gall. La professoressa sembra l’unica donna capace di capire la scissione dell’animo di Noah e glielo mostra tramite la potenza della letteratura, componente fondamentale dell’identità del protagonista. La relazione amorosa tra Lancillotto e Ginevra diviene metafora dello scontro tra dovere e passione, conflitto in cui Noah non può che riconoscersi e trovare una forte connessione con Juliette, risvegliando il suo istinto da seduttore che sembrava ormai scomparso.

Tirando le somme, l’episodio si muove all’interno di situazioni e tematiche senza dubbio interessanti ma già affrontate nei modi più disparati, generando il dubbio che Sarah Treem e Hagai Levi abbiano ormai esaurito tutto il potenziale della serie. A risollevare le speranza vi è la scena finale,un colpo di coda in cui il mystery prende il sopravvento sul melodramma e getta le basi per l’evoluzione della stagione da qui in avanti. Per tutto l’episodio Noah si sente osservato da un uomo misterioso che lo pedina ovunque vada, una presenza che da principio sembra un’allucinazione dovuta alla paranoia del protagonista ma che pian piano diventa sempre più reale, fino a rivelarsi una minaccia concreta legata alla vita di Noah in prigione, una guarda carceraria che ha il corpo e il viso di un irriconoscibile Brendan Fraser.

The Affair dà inizio alla sua nuova stagione mantenendo le aspettative ma con la promessa di non rimanere uguale a se stessa, e lo fa con scelte coraggiose che stimolano la curiosità del pubblico. I dubbi sull’effettiva riuscita di questo miglioramento esistono, ma rimane viva la speranza che lo show sappia continuare a sorprendere come al suo esordio.
Voto: 7½
