Come ogni anno la serie di punta della AMC tenta di rilanciarsi a livello qualitativo, dopo aver macinato tutti i record di ascolti possibili. L’affezione dei fan allo show è tanto solida da non preoccupare per nulla la rete, che continua a tentare degli approfondimenti poco credibili sui personaggi e a lavorare sulla lenta attesa di un grande colpo di scena.
Proprio per questo la sensazione riguardo la programmazione di quest’anno è la stessa dello scorso: grande inizio, puntate lente e riflessive per preparare il terreno, gran finale di midseason, e così via. La ripetitività di questo ciclo impone di analizzare le puntate della serie anche in relazione al loro collocamento nella stagione, da sempre uno dei peggiori difetti di The Walking Dead. Dopo “The Day Will Come When You Won’t Be”, ad esempio, dobbiamo attendere ben tre episodi prima di assaporare le conseguenze che l’arrivo di Negan ha portato nel gruppo di Rick, e anche in questo senso non ci possiamo ritenere completamente soddisfatti. Certo, lo show è formato da tanti personaggi, e la scelta di saltare da un’ambientazione ad un’altra potrebbe essere vincente, se solo questi fossero ben scritti e in grado di reggere cinquanta minuti sulle loro spalle. Quest’anno Jeffrey Dean Morgan dà una grossa mano a rendere meno pesante il tutto, ma anche il suo Negan, alla lunga, ha tutte le potenzialità di appiattirsi e annoiare al pari degli altri.
Questi errori nella posizione degli episodi si esemplificano proprio in “The Cell”, un episodio Daryl-centrico che vuole mostrarci quanto possa essere terribile la prigionia di Negan, anche in relazione al compromesso terribile che ha dovuto accettare Dwight. È certamente interessante dare uno sguardo alla base del villain della stagione – in questo senso l’AMC non bada mai a spese – e confrontarlo con l’episodio precedente dedicato a Ezekiel, due tipi di società che non potrebbero essere più diverse; tuttavia rimane sempre il sentore, che poi si rivelerà corretto, che l’episodio sia un gigantesco filler, risolvendosi nel finale con un nulla di fatto. Dwight, in fin dei conti, non cambia nella sua caratterizzazione, Daryl rinuncia a sottomettersi a Negan e lo status quo iniziale non si modifica.
È in questo momento che si sarebbe fatto volentieri a meno di conoscere il destino di Daryl e si sarebbe auspicato un ritorno ad Alexandria, dove le conseguenze della morte di Abraham e Glenn potevano risultare d’impatto e un diretto prosieguo degli ottimi spunti generati dalla premiere. Invece bisogna attendere “Service”, il quarto episodio, per rivedere Rick e soci, che beneficiano, però, di un salto temporale non necessario e fin troppo comodo agli autori.
È sempre Negan la star: anche in questo caso l’episodio è tutto giocato sulla sottomissione di Rick e sull’accanimento psicologico dell’uomo con la mazza nei confronti dell’ex poliziotto. Il rapporto che si instaura tra i due vede il protagonista della serie per la prima volta in una condizione di inferiorità, sia fisica che morale, accettando una resa con termini a lui altamente sfavorevoli. I Saviors si comportano proprio come dei bulli, ridicolizzando gli abitanti di Alexandria e non perdendo occasione di sbeffeggiarli, distruggendo la loro umanità; simbolo lampante di questo procedimento è il furto dei materassi trovati poi abbandonati e bruciati da Michonne.
La debolezza di Rick fa sì che intorno a lui emergano altri caratteri forti, da sempre in ombra rispetto al leader. A partire da Carl, che incarna lo spirito combattivo e non arrendevole del padre nei suoi tempi migliori, per arrivare a Spencer, personaggio pressochè inutile nella scorsa stagione, qui che sgomita per avere un ruolo di rilievo. Anche Rosita, Michonne e Padre Gabriel reagiscono in modo molto diverso alle scorribande del gruppo di Negan, lasciando trasparire una perdita di fiducia nei confronti del personaggio di Andrew Lincoln. La scelta di provare a caratterizzare meglio gli elementi che compongono il gruppo di Rick potrebbe rivelarsi vincente, sempre che a questo meccanismo verranno affiancati dei percorsi di crescita coerenti e se il tutto sarà inserito in una storia più grande, una trama orizzontale chiara in grado di rapire lo spettatore episodio dopo episodio.
Perché il problema principale dell’ultimo The Walking Dead è proprio la mancanza di un obiettivo a lungo termine che determini la progressione della storia. Sappiamo ormai tutti che non avremo alcuna informazione sul motivo che ha fatto scatenare l’epidemia – lo stesso Kirkman ha sempre detto che non c’è alcun bisogno di saperlo – e, allo stesso modo, non ci sarà mai una risoluzione che determinerà il raggiungimento della fine di un percorso. L’unica cosa che devono fare i protagonisti dello show è sopravvivere: per questo la trama può essere potenzialmente infinita e, come già sta accadendo, priva di appeal e ricca di episodi stand-alone. Si tratta di uno dei tratti caratteristici della serie e, senza un cambio di rotta radicale, è pressochè impossibile che la situazione cambi.
“The Cell” e “Service” sono i classici episodi di The Walking Dead giunti a questo punto; lenti, introspettivi, ricchi di giri a vuoto. Meglio il secondo del primo, in cui finalmente si torna ad Alexandria, anche se non si spiega neanche in questo caso la necessità di renderlo l’episodio più lungo della stagione. L’attesa prima di un nuovo grande colpo di scena è ancora lunga, e ci si augura che gli autori trovino di meglio per ingannare il tempo che ci separa dal midseason finale.
Visto che al giochino puramente allegorico delle due pistole mancanti è stato dedicato un episodio XL, possibile che sia passata inosservata a tutti Tara e la sua missione presumibilmente armata?
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