
La sfida di The Young Pope è quindi – arrivati agli ultimi episodi di questa prima stagione – da considerarsi decisamente vinta: l’efficacia di questo show è innegabile, il suo magnetismo indiscutibile, e pur parlando (come nel mio caso) da scettici del cinema di Sorrentino, è inevitabile constatare come la sua messa in scena così divisiva e caratterizzante funzioni alla perfezione in un ritmo televisivo che ne sa valorizzare i pregi e temperare i difetti.
L’estetica sorrentiniana raggiunge un livello qualitativo altissimo sulla forma breve del racconto a episodi, perché agganciata a una narrativa che – seppur sempre molto tenue e asservita alle scelte di stile – riesce a delineare un’evoluzione coerente dei personaggi e delle relazioni, ad emozionare, a costruire un universo narrativo che si muove fluidamente attraverso il plot in un meccanismo quasi perfetto. Ma, soprattutto, delinea la figura di un Papa che più che un personaggio è un mondo intero di significati, che conferma il regista napoletano come interprete sopraffino e spietato del contemporaneo.
What is the Church doing on a more general basis? It’s not doing anything anymore. It’s killing time.

Così come gli hipster venerano qualsiasi cosa sia vintage – a partire dal feticismo per i vecchi mobili e abiti, che abbiano un effettivo valore antiquario oppure no, fino alla cultura della “naturalità” degli ingredienti dei cibi o delle abitudini come l’allattamento o il parto naturale – con una pervasività che ha condizionato in modo più che evidente le nostre abitudini contemporanee, così Lenny venera i riti e i paramenti della Chiesa che fu, fino all’eccesso di voler riportare in vita quei Misteri e quegli estremismi che nel passato resero il cattolicesimo potenza indiscussa nel mondo e arbitro delle decisioni nella politica e nella società.
A priest never grows up, because he can never become a father. He’ll always be a son.

Il primo è rappresentato dalla narrazione, che in maniera fluida illustra la lotta interiore di Lenny per liberarsi (traumaticamente) dal peso del passato – la responsabilità per la morte di Andrew, il ricordo dei genitori – per cercare di assumere il ruolo di adulto e il controllo del Papato.
Uscire dalla condizione di figlio per diventare Padre è l’unica via per evitare di destituirsi o di essere destituito, riprendendo in mano la situazione; smettere di essere totalmente ribelle e sottomettersi, almeno in parte, alle necessità del proprio ruolo diventa così il veicolo per farsi capire dalla massa ma anche per emanciparsi dalla necessità di una famiglia. Morto Andrew, scappati Esther e suo marito, finito il sogno di ritrovare i genitori perduti, quello che resta è cercare di “vedere come va a finire” e portare avanti le proprie convinzioni non più in senso distruttivo ma costruttivo.
You don’t believe in God, Holy Father.

La metafora del Papa Giovane come hipster funziona anche per questo secondo motivo: la grande capacità di Sorrentino di leggere questo momento storico con la consapevolezza dell’inevitabilità della corruzione di una purezza originaria, eterno conflitto del passaggio all’età adulta ancor più complesso se avviene in un mondo chiuso agli stimoli esterni, rarefatto ed eterno come il Vaticano.
E le incursioni del mondo reale nella vita di questa realtà artefatta avvengono anche tramite incredibili convergenze con l’attualità: la cantante di X-Factor che si esibisce nell’Hallelujah di Leonard Cohen nella settimana della sua morte, lo scrittore che ne porta il cognome ed è un chiaro riferimento alla figura di Philip Roth, con tanto di impressionante citazione del premio Nobel che gli ha preferito Dylan; segni tangibili di una raffinata capacità di lettura dei trend che attraversano la nostra società, passata ai raggi X da un occhio al tempo stesso raffinatissimo ed impietoso.
“What do you think? Did we kill him?”
“Do you want the truth?”
“Yes, I want the truth.”
“No, Holy Father. We didn’t kill him. You killed him.”

“I’m not a man who’s comfortable on vacation.”
“All intelligent men are uncomfortable on vacation.”

Figura contraddittoria e ambigua come poche altre nella Chiesa, Madre Teresa come Padre Pio – evocato dalla figura di Tonino Pettola – rappresenta chiaramente tutto ciò che si oppone alla visione del cattolicesimo di Lenny: amata dai fedeli con una acriticità che sfiora pericolosamente l’idolatria e vista con sospetto da gran parte dell’establishment Vaticano per il potere quasi assoluto che esercitava in una delle periferie del mondo, ma tollerata e incoraggiata perché utile veicolo pubblicitario.
Se The Young Pope poteva averci lasciato qualche dubbio sul fatto di essere una serie anticlericale, anche se non una serie anticattolica, con la figura di Suor Antonia scioglie ogni dubbio sposando praticamente in toto le tesi del mai troppo compianto Christopher Hitchens, che nel suo libro La posizione della Missionaria descriveva Madre Teresa come un’opportunista politica che non puntava alla beneficenza ma alla diffusione di una ideologia religiosa intollerante, assurta agli onori della santificazione solo grazie ad un’abile manipolazione mediatica che le garantì la fama planetaria necessaria per propagandare al meglio le sue idee contrarie all’aborto, al divorzio, ai rapporti pre-matrimoniali e all’uso dei preservativi, utili alla Chiesa per il perseguimento dei suoi obiettivi politici e teologici.
I’m the Pope and I’m going to remain pope until the day I die.
Because I’m curious to see how it all turns out.

Lenny Belardo è un conservatore travestito da ribelle, o al contrario è un santo, come lo definiscono Voiello e Suor Mary? I miracoli sembrano avvalorare questa seconda tesi, ma non sembra lecito aspettarsi da Sorrentino una precisa presa di posizione, almeno su questo argomento. E per fortuna, perché la grande raffinatezza di The Young Pope si fonda non solo su scelte visive estetizzanti e su un’ironia caustica che pervade tutta la narrazione, ma anche sulla capacità di leggere la contemporaneità con grande precisione senza dare giudizi di valore.
Ponendoci sempre di fronte all’interrogativo e mai ad una semplice soluzione, e scegliendo un oggetto di analisi che si presta perfettamente alla propria visione, il regista napoletano è già riuscito con questi due episodi a completare il quadro di un perfetto connubio tra autorialità cinematografica e mezzo televisivo che non era riuscito a registi di rango come Woody Allen, piegando la propria personalissima poetica alle leggi della serialità per realizzare un prodotto di altissimo livello.
Voto 1×07: 8
Voto 1×08: 8½

Mamma mia, che stagione! E che episodi meravigliosi!
Adoro Belardo, Voiello, Suor Mary e… Sorrentino.
Trovo il suo discorso di fondo profondamente cristiano.
Lenny dice (dice!) di non credere in Dio ma è a Dio che si rivolge direttamente e con una tale fede di essere ascoltato da smuovere, appunto, le montagne.
Quand’ero bimba (ere geologiche fa) al catechismo mi dicevano che il miracolo avviene solo se si ha DAVVERO fede in Dio, se ci credi DAVVERO, alla possibilità del miracolo, allora Dio ti ascolta.
Be’, Lenny ci crede e Dio lo ascolta
Secondo me ci crede anche Sorrentino.
Chi giudica questo lavoro (non riesco a chiamarlo serie, come ha detto qualcuno non è una serie, è un lungo film di 10 ore) come anticristiano, dissacrante, ecc. non ha capito niente.
Può essere un’opera anticlericale, questo sì, forse, ma un’House of Cards del Vaticano proprio no!
Gli americani si troveranno una bella sorpresa ma confido che gli piaccia. Hanno votato Trump ma non saranno mica proprio TUTTI TUTTI str…i , no?!
Il discorso di Belardo in Africa è semplicemente meraviglioso, quanto di più cristiano io abbia sentito da molto tempo a questa parte, Papa vero compreso.
Qualcuno ha scritto perfino che Belardo haavvelenato (!!!) Suor Antonia e nel parcheggio dell’Autogrill chiede a Dio di essere assolto per quanto ha fatto(???!!!)
Non ho parole.
Ma davvero nessuno più crede in Dio?
Dio non è mica un burattino, che diamine!