
Non era facile credere in questa serie fino a qualche mese fa. Allo stesso modo però non era semplice neanche non credervi. Questo paradosso sintetizza al meglio il clima creatosi attorno alla serie, situazione che, con il procedere dello show, ha poi dato vita oltre che a un oggettivo successo di pubblico anche ad una serie di cui è davvero impossibile non parlare.
Il cuore di questa contraddizione (termine che non va inteso in chiave negativa ma nella sua accezione dialettica) sta soprattutto – ma non solo – nel nome e nel cognome del suo autore principale. Paolo Sorrentino, dopo una sorprendente opera prima dalla sceneggiatura ad orologeria (L’uomo in più), già dal secondo film (Le conseguenze dell’amore) inizia a distinguersi come un regista dallo stile più unico che raro: ampolloso, barocco, formalista, ridondante, vertiginoso. Nel 2014 riceve l’Oscar per il Miglior Film Straniero grazie a La grande bellezza dopo il quale la sua vita e il modo in cui viene percepito a livello globale subiscono una svolta radicale.
Non staremo qui a sintetizzare le ragioni che hanno portato il Sorrentino post Oscar a polarizzare la critica (caratteristica che già gli apparteneva ampiamente), ma non c’è dubbio che il regista napoletano si presenti ai blocchi di partenza della sua prima corsa nel medium televisivo con il titolo di Autore con la A maiuscola, imprimendo a fuoco le proprie marche stilistiche sul prodotto.
And now, I beg all of you, smile.

A partire da questi presupposti The Young Pope è andata avanti per cinque settimane finendo per essere una scommessa vinta sotto tanti punti di vista. Sicuramente per HBO, che può così vantare nella sua programmazione e successivamente nel suo catalogo una serie sul Papa realizzata da un regista premio Oscar amatissimo in America. Per Sky Atlantic (e in seconda battuta per Canal + che ha creduto nel progetto), che realizza così la sua prima serie davvero transnazionale. Ma soprattutto si tratta di una grande vittoria per Paolo Sorrentino, il quale alla sua prima esperienza in televisione ha il coraggio di rischiare, trovando un’amalgama davvero molto efficace senza mai perdere un goccio della sua personalissima poetica e finisce per portarsi a casa l’intero bottino.
In an abortion everyone is guilty except for the woman.

Lenny ha un bisogno estremo di questo confronto, perché per diventare grande necessita di essere bambino ancora una volta, di avere l’ultima lezione dal suo saggio maestro, calibrando i propri pensieri sulla base dei consigli ricevuti. È per questa ragione che la macchina da presa di Sorrentino si avvicina e si allontana da lui a ripetizione, come se girasse attorno ad un pianeta secondo un movimento in cui la forza gravitazionale è direttamente proporzionale alla crescita dell’empatia di Lenny verso la questione dibattuta.
Lenny… you think you’re the hinge. But you’re the door.

Sorrentino nell’uscire dai confini italiani asciuga il suo stile di regia e, pur non snaturandosi, mette in scena il marcio mondo dei rapporti tra figure religiose e società civile nella Grande Mela, attraverso l’analisi del pedofilo Kurtwell. Aiutato da un radicale cambiamento linguistico-culturale (non più Vaticano e non più doppia lingua), l’autore ci mostra in maniera cruda e diretta le commistioni tra Chiesa e Politica e come il Potere alla fine porti a confondere le due istituzioni, portando però al medesimo risultato: la sottomissione. I favori sessuali, infatti, non sono solo mostrati in quanto tali – in tutta la loro crudeltà e violenza – ma rappresentano anche un’efficace metafora della cattiveria con cui il Potere incarnato dall’Arcivescovo Kurtwell agisce, utilizzando informazioni personali, ricatti e minacce.
There are only two reasons a human being would get down on his knees.
And one is to pray, and the other is to know himself.

I’m saying that whoever had the courage to abandon a child might also find the strength to repudiate him.

Nonostante la figura strabordante di Lenny Belardo metta a margine tutte le altre, impedendo ai personaggi secondari una stratificazione anche minimamente paragonabile, quello di Voiello riesce comunque ad essere un carattere molto complesso e non così facile da interpretare. Allo stesso tempo questi rappresenta senza mezzi termini quell’italianità un po’ folkloristica e baraccona (all’estero sia amata sia derisa), ma anche una figura torbida dotata di una meticolosa esperienza nella gestione del potere, in particolare per quanto riguarda i suoi lati più opachi, auto-dichiarandosi così all’interno del parco-personaggi della carriera di Sorrentino come il più diretto erede dell’Andreotti de Il Divo.
A tutto ciò però Voiello accompagna un’umanità sincera, una tensione verso il Bene non così scontata e che emerge con gradualità; nel corso degli episodi viene fuori infatti una particolare fiducia nell’autenticità dei sentimenti, che siano quelli provati per Girolamo (non solo un dispositivo di indulgenza, come a prima vista può sembrare) o quelli maturati nell’arco di tutta la stagione nei confronti di Suor Mary.
That’s why I’ve never stopped wondering, since that day:
where have you been?
Where you are now?
And you, shining gleam of my misspent youth, did you lose or did you find?

Il personaggio di Lenny è caratterizzato da una forte ambiguità dall’inizio alla fine, tanto da essere da alcuni definito un santo da altri un uomo diabolico ed anche tutta la questione legata ai miracoli è tratteggiata a tinte fosche, potendo essere così letta da più punti di vista. Su un piano epidermico quelli di Lenny sono a tutti gli effetti dei miracoli, dalla maternità di Esther alla morte di Suor Antonia, ma a ben vedere distinguere cosa sia miracoloso e cosa no è molto complicato, come emerge da alcune linee di dialogo di questo epilogo. Spesso i miracoli sono nell’occhio di chi guarda, sono nella bramosia di chi li desidera ardentemente, oppure nel carisma dato dall’autorità papale e dall’istituzione di cui è a capo, in grado di prendere il quotidiano e trasformarlo in magia. In ultima istanza, i miracoli del protagonista sono anche la diretta conseguenza del suo percorso interiore che, grazie al potere demiurgico del narratore (in questo caso Sorrentino) e del racconto di finzione in cui è immerso, fa corrispondere ad ogni evoluzione una sorta di riconoscimento miracoloso, volto a motivare sempre di più il giovane Papa nella ricerca delle risposte alle sue ataviche domande.
Lenny finisce per diventare un personaggio intimamente tragico nelle mani di Sorrentino, il quale in questa coppia finale di episodi gli cuce su misura due monologhi eccezionali: quello con cui per la prima volta a Venezia trova il coraggio di parlare al suo popolo; ma soprattutto quello che chiude il nono episodio, una sorta di poesia che ruba spazio alla prosa della narrazione seriale a colpi di domande esistenziali, una confessione commovente che sottolinea tutti i meriti del Sorrentino sceneggiatore.
Si chiude così questa stagione di The Young Pope, sulla cui prosecuzione non è ancora dato sapere nulla, nonostante pare sia in fase di scrittura una seconda annata. Probabilmente però, sarebbe giusto se questa rimanesse una conclusione definitiva, sia per la bellezza dell’epilogo sia per il senso di definitività che lo accompagna.
Voto 1×09: 8½
Voto 1×10: 8
Voto stagione: 8+

Bella recensione, grazie, mi ha dato modo di riflettere meglio sul modo nel quale questo finale si è svolto e dipanato. Una sola cosa: quando ho veduto il finale, ho pensato che fosse la fine fine, idea peraltro rafforzata da quel THE END che chiude il tutto. Stanno scrivendo una seconda stagione?
non sono mai stato un grande fan di Sorrentino, a dirla tutta non ho ancora mai visto i suoi film, ma questa serie ha avuto il “dannato” pregio di farmi riflettere sulla religione e sul credere… per me che sono ateo non è poco.
penso che se fossi credente mi rispecchierei in questo modo di “sentire”.
potrà piacere o non piacere, quando si tocca la religione purtroppo si scatenano i fanatismi più talebani, ma indubbiamente colpisce! e come lo fa!!
sulla seconda stagione, direi che il finale è stato definitivo e non mi dispiacerebbe fosse così… a meno che Sorrentino non cambi decisamene rotta e voglia raccontare altro…
Opera bella e coraggiosa che spero serva a dare il La ad altri produttori e autori italiani, perché abbiamo un grande bisogno di storie diverse in tv, di storie in grado di raccontate qualcosa al mondo intero con un’impronta autoriale italiana.
Paolo Sorrentino, nonostante continui con una certa ostinazione al limite del misogino a parlarci di uomini, è un regista intelligente e raffinato e non è un caso se gli attori, come Jude Law, desiderino così tanto lavorare con lui.
Un plauso personale a Javier Cámara.