
If I had a world of my own, everything would be nonsense. Nothing would be what it is because everything would be what it isn’t.
Essere o non essere? È sempre stato questo il problema, vero?
Westworld non parte da un’idea originalissima, diciamocelo: la questione robot-umani e umani-robot è già stata vista, ma Nolan e compagnia sono stati bravi a rimescolare un po’ le carte, inserendo i personaggi anche in un contesto molto particolare che sembra funzionare molto bene.
Bernard è sicuramente uno dei protagonisti, e il colpo di scena che lo vede centrale in questa puntata è ben orchestrato, anche se un po’ telefonato: era quasi scontato che uno dei protagonisti umani si sarebbe rivelato prima o poi un androide. Detto questo, però, la scelta è sicuramente azzeccata, perché ridefinisce e di molto i confini delle azioni dei protagonisti e ci fa capire come forse nessuno – a parte i personaggi di Hopkins e Harris – sia effettivamente sicuro di finire la stagione tutto intero.

I don’t wanna be in a story.

È molto interessante la dicotomia che si specchia tra i due, l’umano che sogna una vita come quella che sta vivendo ora per evadere dalla realtà e il robot che anela a vivere una vita vera e non dipinta da qualcun altro. Il trompe l’oeil che disegna Dolores sul telo nel vagone del treno racchiude appunto il senso dell’episodio e probabilmente tutta la filosofia che regge Westworld: i sogni sono fatti per essere vissuti pienamente o solo tenuti da monito per renderci conto della realtà che ci circonda?
La realtà di William è fatta di step quasi preimpostati: si diventa uomini, si trova un buon lavoro, si sposa la ragazza della porta accanto, si ha una famiglia, si muore. Come dicevamo prima, una vita tranquilla e regolare, ma anche qui aleggia una domanda, forse più pesante ancora di quella del Cappellaio Matto: si tratta forse di una vita felice?

Chi siamo, quindi? Sembra chiederselo anche Dolores mentre guarda un paesaggio che non riesce a spiegarsi: siamo quelli inseguiti nei boschi e che rischiano di morire o quelli che ammirano un paesaggio calmo e disteso nella luce del tramonto?
Surviving is just another loop.

“Pensavo foste degli Dei”, dice ai due tecnici ormai terrorizzati dall’errore che hanno commesso, e nel disprezzo di quella frase si racchiude forse l’altro punto di vista della serie, ovvero la sfiducia verso qualcosa di più Alto che dovrebbe proteggerci e dare un senso alla vita che viviamo tutti i giorni. Maeve prende coscienza che non c’è nessun Paradiso, nessun aldilà su cui contare una volta morti; anzi, un aldilà c’è, ed è una stanza asettica dove lobotomizzano la tua migliore amica.
Maeve è come se fosse un upgrade di Dolores: la Realtà per lei ora non è mai stata così importante, capire è diventata la sua ragione di vita, lei che di vita tecnicamente non ne ha. Anche qui la visione pessimistica dell’esistenza esce prepotente, perché se quello che vede lì dentro è così terribile (i corpi lavati che ricordano sinistramente le immagini dell’Olocausto), cosa mai potrà attenderla fuori?

Ogni paragrafo che avete letto finisce con una domanda, e non è un caso: Westworld è uno di quei prodotti che sì intrattiene – deve farlo per forza, ça va sans dire –, ma che ogni volta che lo schermo sfuma a nero ci fa porre delle domande. E allora torniamo al Cappellaio Matto, tanto amato dal non-figlio di Bernard, che fece questo indovinello ad Alice, paradigma di quello che ci racconta la serie e della vita stessa: “Perché un corvo è come uno scrittoio?”
La risposta non la sa nemmeno il Cappellaio. Perché una risposta, molto probabilmente, non esiste.
Voto: 8

Bellissima recensione. Mi soffermo su una delle tue domande:
“È quindi meglio vivere una vita finta ma sicura e lontana dal dolore, o una vita vera che spesso è molto più piena di sofferenza che di gioia?”
Stavo per annotarti che in riferimento a Bernard, la sua finta vita non è poi cosi lontana dal dolore, anzi il suo codice creato da Ford ne è permeato, con tanto di incubi del figlio scomparso prematuramente..
E poi ho pensato che questo appunto lascia il tempo che trova. Infatti la prima parte della tua domanda potrebbe benissimo fare riferimento anche a William e alla sua vita umana da cui sembra volere distaccarsi..
Insomma la forza di questa serie sono i tanti livelli di lettura e le diverse riflessioni che ne conseguono. Inoltre è ben confezionata tecnicamente.
Peccato solo che gli manchi qualcosa, a mio parere, per essere apprezzata da un bacino di pubblico più ampio..forse è una questione di empatia con i personaggi, forse è la trama un pò lenta, o forse è il tema…
Comnque il livello delle puntate è in crescita costante, spero in un bel finale di stagione
Grazie per i complimenti. 🙂
Ed è proprio come dici tu, i livelli di interpretazione sono davvero tanti e di notevole portata, ed è questo che la rende un prodotto interessante da seguire e che nasconde un po’ la “facilità” della trama di partenza.
Non so se gli manchi qualcosa, forse è perché gli autori hanno pensato in lungo e questo è solo il primo capitolo di una grande storia. Vedremo come finisce la stagione e potremmo trarre conclusioni più definitive. 🙂
La serie si prende i suoi tempi e accantona ancora una volta la mission dell’uomo in nero e quindi del gioco, per scoperchiare (poco poco) l’headquarter del parco. Come giustamente dici tu Ste, era ovvio che nel meccanismo produttivo fossero presenti macchine di terza generazione (robot che costruiscono altri robot) e non mi stupirebbe scoprire che lo siano tutti i tecnici, apatici e servili in quella sorta di catena di montaggio che sta dietro le quinte dell’immenso parco (sempre che il viaggio in treno non sia anche quello un fake). Comunque non è tempo di conclusioni, la buona notizia è che ci regaleranno una seconda stagione.
Ciao, quello che mi è venuto in mente scrivendo la recensione è: non abbiamo mai visto il mondo “vero”, ma solo il livello di produzione e di headquarter all’interno del parco.
Mi piacerebbe molto che magari William, tornando a casa, non ci riservi qualche bella sorpresa… 🙂
Molto interessante e piacevole la tua recensione, come del resto la serie. Aggiungerei solo che la protezione dal dolore (e quindi dall’essere” vivi”?) degli automi sta nella cancellazione completa della memoria, da cui Dolores e Maeve per un qualche motivo (ancora) misterioso sono esenti. Spero solo che non giunga Arnold come Deus ex Machina a spiegare il tutto. Oppure, se deve arrivare, giunga come frammento di memoria. Il solito tema della memoria dei Nolan. O del fatto che per essere vivi è necessario il ricordo. E la misericordia.. In una confezione secondo me perfetta, ritorna questo tema, tanto caro anche all’ultimo Person of Interest. Bene. Aspetterò con ansia il prossimo lunedì, anche per sapere finalmente che fine abbia fatto la collaboratrice di Bernard. Non è assolutamente scontato nè banale.
Mi fa ridere come molti stiano criticando la serie dicendo “ci sono più domande che risposte”, come se una serie sia la loro personale pagina delle soluzioni della settimana enigmistica, o come se sia a loro dovuta una risposta netta e chiarificatrice.
Io prima di cercare le risposte attendo le prossime due puntate.
Poi diciamoci la verità, una serie che prende spunto da “il crollo della mente bicamerale” secondo me merita solo rispetto.
Dài, ‘sta puntata era un 10 pieno!! mammamia come siete tirati, talvolta…
bellissima recensione pero’ c’e’ una cosa che non capisco… se bernard e’ un robot perché’ parlava su “skype” con la ex moglie?