
La puntata precedente aveva introdotto l’immagine dell’uroboro, simbolo di inesorabile ciclicità, di movimento eterno ma fine a se stesso. “Ride or Die” riparte da lì, mettendo in scena l’incapacità di procedere lungo un percorso orizzontale, di inseguire e raggiungere degli obiettivi.
I giovani Gallagher sono cresciuti, non sono più vittime di circostanze avverse, in balia del Caso e della Necessità; chi più chi meno hanno avuto la possibilità di liberarsi dalle dinamiche pregresse e di uscire dalla palude di indigenza e degrado. Le loro scelte sono ora consapevoli, un’accettazione cosciente della prospettiva dualistica esemplificata dal titolo dell’episodio.

È interessante la caratterizzazione di Monica e, soprattutto, di Frank: nonostante la totale assenza dei vincoli etici comuni e il marcato rifiuto dei comportamenti socialmente accettati e accettabili, i due restano fedeli ad una ferrea morale personale; esiste una linea sottile che non va superata e, soprattutto, un sentimento forte nei confronti dei figli che, andando al di là dei torti e dei soprusi, della mancanza di responsabilità e di sensibilità, dell’inadeguatezza in qualità di genitori, non può essere sopito.

Si evidenzia una volta di più come il nucleo tematico di Shameless sia quell’infinito reiterarsi degli eventi, il fatto che ad ogni caduca risalita corrisponda una caduta altrettanto precipitosa. D’altro canto non si può che essere contenti per il ritorno sulle scene di Noel Fisher che, assieme a Cameron Monaghan, aveva dato vita ad una delle coppie gay più belle e profonde del piccolo schermo. Eppure la fuga di Ian desta numerose perplessità, soprattutto alla luce di quanto era riuscito a costruirsi negli ultimi tempi, di come aveva imparato a far fronte alla malattia, di un lavoro che lo soddisfaceva e gli dava uno scopo. Barattare un’esperienza tranquilla e stabile e partire verso il rischio e l’incertezza alla ricerca del brivido che dia senso alla giornata è una scommessa (e su Shameless le scommesse non pagano quasi mai) che sarebbe stata accettata di buon grado solo da Frank.


Quando si guarda di Shameless, soprattutto ad un punto così avanzato della narrazione, è necessario mettere in conto una serie di difetti intrinseci alla natura del prodotto e accettarli: solo allora sarà possibile apprezzarne il valore complessivo. Non è un caso che i risultati migliori degli ultimi anni siano stati ottenuti quando gli autori hanno smesso di snaturare la serie inseguendo il colpo di scena paradossale ed hanno partorito un prodotto più profondo con delle tematiche codificate (non sempre particolarmente originali) ed uno sviluppo degli intrecci coerente con esse. “Ride or Die” è un ottimo esempio di questa tendenza: un tema esposto a partire dal titolo dell’episodio e storyline capaci di affrontarlo ed analizzarlo compiutamente. Si sono certamente smarriti quel sentore di novità e l’esuberanza che caratterizzavano le prime stagioni, ma il nuovo percorso intrapreso, ora che ci si avvicina al gran finale, riesce a non dare motivi di rimpianto.
Voto: 7+

Questi ultimi episodi mi sono piaciuti moltissimo. Mi piace molto il fatto che Fiona non sia più impelagata in qualche storiella, e che cerchi di realizzarsi nella vita. E mi è piaciuto anche che alla fine lei venda la lavanderia, perché come ho detto l’altra volta, Shameless non è mai banale. In un’altra serie avremmo avuto la favoletta di lei che non vendeva, e che aveva successo sputando sangue lungo la strada.
Mickey DOVEVA tornare, soprattutto perché la sua storia con Ian non aveva avuto una reale chiusura.
E alla fine, non avrei giudicato credibile il fatto che Ian restasse a Chicago, gettandosi Mickey alle spalle.
Per come ci è stata sempre raccontata la loro storia, piena di passione e di gesti eclatanti, per me questa era l’unica via narrativa da prendere.
Purtroppo, temo che finirà male. Tutti i fan della coppia in giro per il mondo stanno col fiato sospeso, e si stanno preparando al peggio.