
Sono passati diciotto mesi dalla prima stagione e Aziz Ansari sembra aver seguito un percorso parallelo a quello del suo corrispettivo fittizio: il primo alle prese col mezzo televisivo, il secondo con la vita. C’è una confidenza maggiore nel lavoro di Ansari e Alan Yang che, dopo una grande abbuffata di cinema italiano, hanno acquisito una più ampia consapevolezza delle proprie potenzialità, distaccandosi, addirittura, da uno dei dogmi fondativi di Netflix. La stagione è, infatti, composta da dieci episodi distinti, spesso legati fra loro solo da una presunta consequenzialità temporale, in controtendenza con la filosofia della piattaforma che preferisce un prodotto strutturato come un lunghissimo film per stimolare il binge-watching.
When you act like this we feel like we failed you.

I’m still your daughter. Nothing’s changed.
Lo sguardo sognante e innamorato di Dev rispecchia quello di Ansari che non si fa problemi a mettersi momentaneamente da parte, a defilarsi a favore di altro o di altri. È quello che capita negli episodi migliori: “New York, I love You” e “Thanksgiving”.
In “New York, I Love You” Dev compare sullo schermo per non più di sessanta secondi e la telecamera preferisce seguire, quasi casualmente, le vicende di persone, di abitanti della città, che solitamente non hanno voce. Lo fa rincorrendoli nella loro quotidianità, senza bisogno di una scusa, del pretesto di un momento eccezionale per immortalarli. Lo spettatore si trova immerso nella routine giornaliera di un portiere, di una ragazza sorda (con le sequenze a lei dedicate completamente mute, perfette per provocare una sensazione di immedesimazione) e di un tassista, personaggi di contorno, raramente degni di un ruolo più importante di quello della comparsa (portando così avanti il discorso intrapreso con “Indians on Tv”).

After ten years that you are with a person you just… You just get married.
L’arco narrativo principale è, paradossalmente, l’aspetto più debole dell’intera stagione ma è la parte in cui Ansari si libera dei filtri ed espone la propria intimità allo spettatore; lo sguardo allegro e sognante del protagonista e l’estetica mangereccia travolgono chi lo circonda e chi lo guarda con una ventata di ottimismo.
La critica principale è legata alla figura di Francesca – degnamente interpretata da Alessandra Mastronardi, a differenza delle altre comparse italiane, vittime di un pessimo casting –, un personaggio solo apparentemente originale, costruito in funzione della crescita di Dev, per aiutarlo ad abbracciare pienamente l’esistenza e i suoi infiniti misteri. Il finale sospeso, però, aiuta a far sbiadire questa piccola macchia: aprire una porta su un possibile futuro di coppia per i due innamorati implica una crescita e un cambiamento di Francesca, non più limitata all’essere la donna bellissima ed irraggiungibile che spingerà Dev lungo il suo percorso di maturazione. Nemmeno le critiche più sferzanti riuscirebbero ad offuscare la sfavillante bellezza estetica ed emozionale che trova il suo momento culminante in “Amarsi un po’”. Ispirato alla Trilogia Esistenziale di Michelangelo Antonioni (di cui fanno parte “L’avventura”, “La notte” e “L’eclisse”, citate a più riprese – per esempio il bacio attraverso la porta di vetro – nel corso della narrazione), l’episodio è un lungo inno all’amore e alla vita e, soprattutto, il riuscito tentativo di trasporre su schermo la difficoltà di capire, accettare e lasciarsi andare all’esistenza e alle sue contraddizioni.

Come si diceva all’inizio, è difficile e fuori luogo scandagliare gli intenti di Ansari e Yang, il cui processo creativo spesso è guidato dalla pura ispirazione; è molto più semplice lasciarsi andare ad una visione piena e coinvolgente, accogliendo le chicche di comicità e concedendo l’intelletto agli spunti etici, filosofici e culinari. Vedere Master of None è come rientrare dentro casa in una fredda notte di novembre, dopo essere andati a buttare la spazzatura in maniche di camicia, o lasciarsi inebriare dall’odore avvolgente, di burro, uova e farina, di una pasticceria il lunedì mattina. La morale, se proprio vogliamo trovare una morale, sta tutta in una frase di Dev che, disteso su un prato di fianco alla donna di cui è innamorato dice: “I mean, no disrespect to the art but… The red leaves are really awesome“.
Voto: 9
Nota: per chi cercasse un elenco, probabilmente parziale, dei riferimenti di Master of None al cinema italiano, eccolo.

Ho appena finito di vedere le due stagioni su Netflix e deve dire che “master of none” mi è parsa un’opera affascinante, divertente, con folgorazioni e approfondimenti sorprendenti. A volte mi sorprendevo a sorridere o a ridere come se la narrazione avesse toccato qualche corda segreta, avesse stimolato il mio personale “centro del piacere”. Alcuni episodi sono splendidi, delle autentiche gemme “Thanksgiving” e “Amarsi un po’ “, tra altri, mi sono parsi di una fattura eccezionale. La sequenza su New Iork vista dall’elicottero all’imbrunire mi è parsa di una bellezza lancinante, ma i momenti “alti” nella fiction sono molteplici. Lo sguardo di Ansari è tenero, curioso, partecipe, a volte ammiccante, quasi sempre innovatore. Un grande lavoro che si avvale di un cast eccellente (molto buona anche la Mastronardi).
Nettamente inferiore alla prima stagione, voto 6 meno meno… Complici del brutto voto i primi episodi pen-osi in Italia con stereotipi sul bel paese e dialoghi da recita delle medie… Poi si riprende un po’ recuperando in brillantezza dei dialoghi, ma si ha la sensazione di smarrimento e vacuità di ceeti filoni narrativi… Era meglio se fossero rimasti a new York… Gli americani facciano gli americani…