
Solitamente, quando si riesce a concordare i tempi che porteranno un prodotto alla sua naturale conclusione, il beneficio che se ne trae è il dare agli autori il tempo necessario per gestire su ampia scala i vari archi narrativi, offrendo loro le corrette modalità di sviluppo, senza allungamenti di brodo o brusche accelerazioni.
Era il regalo perfetto per una serie come The Americans, che è stata sempre caratterizzata da una costruzione certosina delle proprie stagioni in ogni suo minimo dettaglio. Giunti a questo decimo episodio, si può dire tuttavia che l’occasione è stata più che in parte sprecata. Gli autori hanno probabilmente deciso di utilizzare questa stagione per portarci al definitivo (e forse inevitabile) distacco di Philip ed Elizabeth dalla loro missione e dalla Rezidentura, mettendo spesso entrambi, in maniera nemmeno troppo velata, in contrapposizione con i vertici della loro organizzazione. Peccato che il lento ma intenso modo di incedere di The Americans si sia evoluto in un confusionario mix, in cui in maniera molto poco organica si è finito per ripescare vecchie storyline, inventare nuove situazioni in cui però si sono reiterati vecchi schemi (i due protagonisti che devono sedurre altre persone, con tutti i meccanismi di gelosia annessi), facendo allo stesso tempo stagnare altri archi (come quello di Paige) o annacquandoli fino allo sfinimento.

Lo show si regge ancora sul carisma dei due personaggi principali e degli interpreti che danno loro vita, capaci di far leggere sui loro volti i sottili tormenti interiori che li stanno portando in una condizione di solitudine rispetto a tutto il resto. Se, come sempre, i segni di una possibile sfiducia nei confronti della missione sono sempre più chiari su Phillip che sulla granitica Elizabeth, dall’altra parte il loro matrimonio ortodosso certifica come i due non siano più disponibili a prendere direzioni separate, ma come la loro unione (questa volta vera e non finzionale) sancisca la scelta di unirsi in un destino comune che potrebbe essere lontano da quello voluto dai loro capi.
Nulla di tutto questo, però, acquisisce il giusto trasporto emotivo. Si prenda, per l’appunto, la scena molto bella del matrimonio, dove forse per la prima volta non c’è nessuna finzione, nessun gioco di identità o travestimenti, ma un sincero sentimento che viene celebrato dall’unione tra i due protagonisti, che non a caso usano la loro vera lingua e i loro veri nomi. È un momento importantissimo nell’economia di tutta la serie, ma manca di adeguata preparazione e di un crescendo emotivo che porti pathos alla scena, annacquato in situazioni inconcludenti che non danno il dovuto sostegno ai cambiamenti emotivi dei personaggi.

Finisce così che anche il lavoro di introspezione psicologica, per quanto sempre raffinato nello scardinare le sicurezze dei personaggi, risulta indebolito dal procedere a tentoni della scrittura, il che fa pensare che siano gli autori stessi prigionieri di una “darkroom” in cui procedono guidati dal loro istinto piuttosto che da un’idea precisa di come indirizzare questa stagione, in attesa forse di un’illuminazione o di un colpo di scena che dia un senso ad una annata finora deludente e al momento puramente transitoria.
Voto: 6-
