
Le puntate incentrate su un singolo protagonista sono state spesso il fiore all’occhiello di questa serie, come del resto nella precedente avventura televisiva di Damon Lindelof, Lost. In lui ha sempre dominato la ricerca di un disegno, di una spiegazione, di un motivo dietro gli accadementi piccoli o grandi della vita quotidiana di ognuno di noi. C’è un destino dietro tutto quanto? O siamo solo noi che vogliamo credere a tal punto da compiere gesti assurdi, pur di inseguire una fede sfuggente che sembra non trovare mai conferma?
Ecco perché gli episodi monotematici di Lindelof funzionano così bene, vuoi per la sua capacità di saper definire alla perfezione i propri personaggi in poche battute o immagini, perfino quelli più che secondari (come proprio questo caso), vuoi per la sua abilità nell’inscrivere la propria poetica nella singola esperienza umana ancor più che nel grande disegno collettivo. I suoi episodi, mai come in una serie con dei forti riferimenti religiosi come questa, acquistano così la struttura di piccole “parabole”. Non fa eccezione questa puntata, che di nuovo si districa tra il registro drammatico e il non-sense quasi comico per raccontare la coerenza e il dolore nell’assurdità delle scelte che compiamo nel nostro cammino di vita.

L’andamento dell’episodio è indubbiamente più lento (anche per il calvario estenuante affrontato dal personaggio), ma trova la sua forza negli interrogativi che le immagini ci pongono, spingendo a chiederci continuamente se un burattinaio stia indirizzando Kevin o se semplicemente sia tutto casuale. Quello che infatti colpisce è la coerenza nell’assurdità delle azioni umane, la spiegazione logica che sottostà ad alcuni comportamenti senza senso (compreso l’omicidio), la razionale follia di un mondo che non sa accettare l’inspiegabile e si costringe a ricondurlo a qualche forza esterna che guida il mondo.

E di nuovo, uno di fronte all’altro, di fronte all’ennesima perdita della speranza, Grace e Kevin trovano così un motivo per tornare ancora a credere. Hanno ragione o si sbagliano? È di nuovo casualità o il loro incontro era segnato dal destino? Questo è anche il bello di The Leftovers, l’essere riuscito a conservare il mistero (“Let the Mystery Be” era l’intro musicale della scorsa stagione) lasciando aperte diverse interpretazioni senza per forza dare una risposta certa, rendendo la serie in questo senso forse anche più solida dello sperimentale (all’epoca) Lost.
Nonostante la trama non proceda ancora spedita in una stagione di appena otto episodi, questa puntata, che funge da terza parte di un lungo prologo che sta portando tutti in Australia, conferma lo stato di grazia della serie e dimostra ancora la solidità di un prodotto che nel tempo ha saputo correggere i propri difetti e a trovare un proprio equilibrio e cifra stilistica, in attesa di un gran finale che, dopo Lost, tutti i delusi di Lindelof aspettano al varco.
Voto: 9

Ho appena visto il quarto episodio. Mi limito a dire che è di una forza sconvolgente.
Episodio spettacolare, in cui il tema centrale ella serie, cioè il tentativo umano di dare un senso a ciò che invece è il prodotto del caso, emerge inesorabilmente scena dopo scena, fino al dialogo finale tra Kevin e Grace. Ancora una volta quella di Leftovers si rivela essere una delle scritture più geniali degli ultimi anni.