
Rimasto orfano della sua creatura Hannibal, Bryan Fuller si è buttato su questo nuovo progetto di Starz e il pubblico che ha seguito le vicende del noto cannibale sapeva cosa aspettarsi: grande visionarietà, uno stile molto lirico, tempi dilatati, dialoghi ricercati. Se questi ultimi due episodi hanno un merito, è quello di aver saputo dare a tutto ciò una solidità e una maggiore organicità in grado di dare alle visioni dell’autore un minimo di sviluppo narrativo, finora quasi assente nella grande confusione e dispersività dei primi episodi (perlomeno al pubblico non familiare alla materia letteraria da cui la serie è tratta).
Al di là del fascino dell’ambientazione, della bravura degli attori (alcuni), e della bellezza visiva delle singole scene, ciò che mancava alla serie era una direzione in mezzo all’accozzaglia di personaggi, momenti lirici, stoyline introdotte e poi scomparse. Unico minimo comune denominatore erano infatti le vicende di Shadow e Wednesday, circondate però da un alone di troppo mistero circa intenzioni, scopi e senso della loro storyline, spesso trascinata unicamente dal magnetismo di Ian McShane. Come spesso accade a Fuller quando non trova un equilibrio tra il suo stile e la narrazione, tutto diventa un accattivante spettacolo per gli occhi che manca però di sostanza e che non va al di là di un compiaciuto indugiare su dettagli al ralenty ed elementi onirici.

La puntata successiva è invece il primo caso in cui l’unità episodica si carica di un significato tematico riconoscibile fin dall’inizio ed espresso in diverso modo in tutti i personaggi e le storyline, dando appunto un senso di organicità che era mancato nel miscuglio confusionario di metafore delle unità precedenti. Si parla in questo caso dell’ipocrisia insita nella fede (Gesù ucciso da mani che brandiscono insieme fucili e rosari), ma anche della contradditorietà di un’America che fa dell’industria bellica della morte lo strumento di espressione della sua presunta moralità religiosa. Del resto, forse, proprio questo voleva essere American Gods, ovvero la rappresentazione delle tante identità che differenti culture hanno portato in America, in un’illusione di conciliazione che invece ha portato solo conflitto e caos.
Peccato che questa sia la prima volta che questo orizzonte tematico emerge in tutta la sua natura grottesca, nonchè la prima volta in cui i lunghi dialoghi non si perdono in un orizzonte vuoto di bei paroloni, ma acquistano un senso ben preciso e pieno di mordente (si pensi a tutti gli scambi tra Wednesday e Vulcano). È il famoso equilibrio che Fuller era riuscito a trovare in Hannibal (per poi perderlo nuovamente nella sua ultima stagione) e che qui per la prima volta si palesa dopo cinque episodi in cui i tempi sono stati estremamente ed inutilmente dilatati, facendo perdere al racconto incisività, ritmo e senso.

La scommessa di Fuller con American Gods è dunque ancora lontanissima dall’essere vinta, ma perlomeno questi due episodi rappresentano un piccolo passo avanti nella direzione giusta. Purtroppo arrivano a due episodi dal finale a correggere una rotta che per i primi episodi non era mai stata intrapresa, e non certo per i tanti personaggi da introdurre, quanto per la lunghezza esasperante di alcuni segmenti che non portavano il racconto da nessuna parte. Nonostante molte cose ancora da correggere, American Gods rinnova però così almeno la speranza che il finale (spesso il fiore all’occhiello della produzione fulleriana) riscatti la nostra pazienza.
Voto 1×05: 6½
Voto 1×06: 7

speriamo davvero, perché di pazienza ce ne vuole tanta, purtroppo