
Prima ancora di Lost e The X-Files, Twin Peaks è stato il primo esempio di serie la cui mitologia ha letteralmente scatenato un vero e proprio fenomeno mediatico, aprendo un universo che ancora oggi appassiona chiunque vi si immerga dentro. Quale migliore idea allora per un artista come David Lynch se non quella di prendere la sua creazione più popolare, con tutta la sua mitologia, e farla a pezzi, destrutturarla, giocarci sopra, frustrarla narrativamente, usarla per disintegrarla e ricostruirla in un nuovo incubo?
Il nuovo Twin Peaks è da considerarsi non solo l’opera summa di David Lynch, che in una lunga carrellata di 18 episodi passa in rassegna tutti i propri feticci (tematici e attoriali), ma anche quel sogno di un prodotto seriale libero da ogni condizionamento e condotto unicamente dalla libertà creativa del proprio autore, quel sogno che anni fa gli fu negato quando Mulholland Drive, nato come possibile pilot di un nuovo show televisivo, venne rifiutato da ogni produttore. Oggi viviamo, però, fortunatamente in un’epoca in cui si concede molto allo sperimentalismo in televisione e a Lynch è stato finalmente permesso di realizzare la propria opera definitiva, il cui senso di spaesamento deriva proprio dall’assenza totale di punti fermi, che siano regole narrative, rispetto per lo spettatore, aderenze alle esigenze del network che lo trasmette.

Le pagine del diario di Laura vengono ritrovate, fornendo importati rivelazioni, ma una manca ancora all’appello, accrescendo il mistero che le circonda; nuovi particolari emergono dal ritrovamento del cadavere senza testa, ma un altro elemento arriva a destabilizzare tutto – l’età del corpo non coincide con quella che Briggs dovrebbe avere; altri dettagli importanti emergono dal confronto tra Diane e BadCooper, ma altre cose sul loro ultimo incontro vengono per ora taciute. Ecco che il lato da abile narratore di Lynch emerge dunque in tutta la sua potenza a dare una parvenza di logicità al suo mondo, ma poi la scena dell’uomo che spazza il pavimento per tre lunghi minuti prontamente arriva a dirci: non vi illudete, ogni regola è pronta ad essere negata ancora e ancora, a mio piacimento.

Ecco perché questo episodio ha anche qualcosa di fortemente nostalgico: una nostalgia verso un classicismo narrativo verso cui non si può più tornare dopo che si è scoperta la “verità”, dopo che si è abbracciato il mondo della pura sensorialità, dopo che si è entrati in quella Loggia Nera che ha svelato l’essenza illogica del mondo e dalla quale non si può più tornare indietro, nonostante il protagonista (autore) provi a riprendere un percorso di recupero di una struttura identitaria che probabimente non ritornerà più a essere quella di una volta. Questo settimo episodio è come il caffè per il nostro GoodCooper, il riaffacciarsi di qualcosa di familiare e passato che però non è più reale e presente, ma ha senso solo come rievocazione in un instabile oceano di ricordi che è questo nuovo Twin Peaks, un “ritorno” che altro non è che il personalissimo malinconico amarcord di David Lynch.
Voto: 8

Un esame lucido di un percorso offuscato, che condivido pienamente.
Questa Twin Peaks è la speranza, o meglio il sogno utopico che avevo un tempo, oggi realtà.
Semplicemente incredibile.