
Si tratta di un modello che, in qualche misura, era già stato adottato prima: si pensi in particolare a Woody Allen ed al suo cinema, dalla forte impronta autobiografica e spesso influenzato da idee dell’autore già espresse in altri medium (la stand-up comedy, ad esempio). E sono proprio questi i due aspetti che hanno guidato la rivoluzione di Louie, una serie prodotta, scritta, interpretata, montata (eccetera, eccetera) da un comico che ha deciso di fare dell’assoluta libertà creativa il suo marchio di fabbrica, uno showrunner che come nessun altro riesce a proiettare se stesso nelle sue opere astraendo dal network di riferimento – l’accordo con FX per Louie era proprio questo: perfino il presidente John Landgraf avrebbe potuto vedere ogni stagione solo una volta conclusa, a pochi giorni dalla messa in onda.
Parliamo di un modo di concepire un prodotto televisivo che è anche e soprattutto figlio del suo tempo: all’inizio degli anni 2000 era impensabile progettare una comedy lasciando il rischio degli scarsi ascolti nelle mani dell’autore stesso. Era concepibile per alcuni drama, certo, ma ci volle il successo incontrastato degli stand-up special di Louis CK a convincere una casa di produzione ad adottare questo modello, che, come si diceva, ha richiesto del tempo per essere totalmente compreso e replicato in altre forme. Negli ultimi anni, in ogni caso, la rivoluzione ha preso piede: ed oramai non è raro assistere al tentativo di un autore di lanciarsi nella comedy con un prodotto tutto suo, che possa convincere pubblico e critica facendo affidamento, soprattutto, sulla personalità e l’inventiva del creatore, figura quanto mai fondamentale a definire l’opera stessa. Ma quali sono i punti di forza del modello Louie? E quali sono, soprattutto, i prodotti televisivi che ne hanno saputo raccogliere al meglio l’eredità?

Quello che ne consegue è lo sviluppo di un prodotto che, con l’avanzare delle stagioni, si è sempre più distaccato dall’etichetta di comedy tradizionale per contaminarsi con altri generi ed addirittura crearne uno a sé stante, che gioca sì col grottesco e il ridicolo, ma nasconde un grandissimo cuore drammatico all’interno. E si pensa, ad esempio, a capolavori come “Late Show” e “In the Woods”, tra gli esperimenti più riusciti di Louie, capaci di sfruttare l’anima autobiografica dello show con un’onestà ed una profondità disarmante.

Un altro aspetto che ha segnato la rivoluzione di Louie riguarda le sperimentazioni stilistiche e di genere di cui si parlava: la serie è stata tra le prime a uscire dalla concezione tradizionale della comedy come prodotto che punta alla risata per sviluppare qualcosa di inclassificabile, ragione per cui la divisione in generi è diventata ormai un concetto obsoleto. Con l’avanzare delle stagioni, soprattutto, Louis CK ha deciso di staccarsi dalla struttura standard degli episodi per sperimentare con nuove idee, come gli archi pluriepisodici della quarta stagione e il suo impianto generalmente più cupo, influenzato dal pessimismo che sempre di più permeava gli spettacoli dell’autore (l’ultimo uscito, 2017, conferma più che mai questa tendenza). Si parla, quindi, di un’impostazione stilistica che è fortemente influenzata, ancora una volta, dalla personalità e dalla “poetica” dell’autore, che ne riflette il modo di pensare, l’atteggiamento verso il mondo e se stesso e soprattutto il background culturale e personale.

In generale, quello che assicura la longevità di questa nuova comedy d’autore è proprio la sua componente autobiografica: le enormi differenze tra le esperienze dei singoli creatori rendono i loro lavori estremamente peculiari, capaci di costruire un panorama quanto mai diverso e vario. Si pensi solo al numero di esperimenti sul modello di Louie che sono stati fatti, a partire da quelli più riusciti come i sopracitati Master of None e Atlanta, o come Inside Amy Schumer, per arrivare a quelli meno rivoluzionari come Better Things di Pamela Adlon o ai fallimenti come Mulaney. Il segreto per la riuscita, a quanto pare, non sta nel cosa viene raccontato, perché anche se certe situazioni vengono ripetute è la freschezza della nuova prospettiva che le rende sempre interessanti; piuttosto, il lavoro più grande viene svolto sul come impostare il racconto, a partire dal tono generale che si imprime allo show per arrivare alla componente stilistica di cui si parlava in precedenza. La riuscita delle serie dell’era post-Louie sta quindi nella loro capacità di costruire un racconto con una voce nuova e riconoscibile, un racconto in cui il fatto che l’autore compaia fisicamente assume un ruolo centrale nel definirlo e completarlo, perché se è vero che lo showrunner è l’individuo più importante di ogni prodotto televisivo, per quanto riguarda questi in particolare la responsabilità è addirittura raddoppiata; da quanto si vede sui risultati ottenuti, tuttavia, ne vale decisamente la pena.

Credo che sia d’obbligo anche una piccola menzione a “Please Like Me”, che magari non avrà riscosso il successo dei suoi cugini americani, ma che ritengo dannatamente valida e a suo modo unica nel rappresentare il disagio provocato dalla depressione.