
Ciò che emerge da questa premiere è qualcosa che già conosciamo e che, allo stesso tempo, si mostra ancora ricco di cose da dire (di sé) e da raccontare (dei suoi personaggi).
I punti di contatto tra questa “China Girl” – titolo della puntata ma anche della stagione – e il pilot sono molti, ma altrettanto importanti sono le divergenze che, soprattutto nel caso della protagonista Robin ma non solo, danno la misura del viaggio che la Campion vuole intraprendere con questo nuovo corso.
Hello, darling.
Want to tell me what you saw?
A dare il via ad entrambi gli episodi troviamo il caso della stagione, che se prima era Tui (scoperta mentre entrava dentro il lago, ma potremmo dire introdotta, data alla vita nel nostro mondo finzionale proprio da quel lago), qui invece è un corpo dentro una valigia sulla terraferma, che viene gettato rocambolescamente nel mare con la speranza che sia l’acqua a seppellire ciò che la terra non può nascondere. Siamo a Sydney, e questo non è il lago di Laketop; le ambientazioni sono cambiate, anche l’acqua – qui marina – è diversa da quella della Nuova Zelanda. Eppure, oggi come allora, è l’acqua a restituire quel corpo al mondo per costringere quest’ultimo a farci i conti, perché i segreti – la morte di Cinnamon, ma per estensione tutte le cose che cerchiamo di non dire – non possono stare nascosti per troppo tempo e sono destinati, prima o poi, a venire a galla (e non è un caso se usiamo proprio questo modo di dire anche nel linguaggio quotidiano).

– Can you hear the tick tick tick?
– Hm, can’t hear a thing. Must be something wrong with my ears.
Ritroviamo subito Robin Griffin, sempre splendidamente interpretata da Elizabeth Moss, allora come oggi in una situazione che la vede nel mezzo di un grosso cambiamento. Allora si trattava di un viaggio verso il paese d’origine, un ritorno dovuto alla madre malata che si era trasformato in una riscoperta di sé e del suo passato; ora invece il percorso è invertito, e scopriamo così che è appena arrivata a Sydney proprio dalla Nuova Zelanda. I riferimenti al passato (il caso di Al Parker lontano dall’essere chiuso, il matrimonio annullato a cui si allude e che possiamo pensare sia legato a Johnno) vengono ancor più amplificati da ciò che anche qui si ripete identico: Robin inquadrata in una situazione di residenza claustrofobica e transitoria – allora la stanzetta a casa della madre, lasciata per andare in quella del padre; qui la camera del fratello Liam, abbandonata quasi subito su richiesta di quest’ultimo – e di nuovo inserita in una situazione lavorativa ostile, che la mette all’angolo esattamente come allora per il suo essere donna in una posizione di potere. È impossibile infatti dimenticare le parole di Al Parker nel pilot alla scoperta che fosse “una lei” la persona in arrivo (“Oh fuck”); e simile è l’ambiente in cui lei si ritrova subito all’inizio di “China Girl”, una sequenza in cui la Campion, coadiuvata anche qui da Gerard Lee, con pochissime battute ci riporta in un mondo misogino e al contempo contraddittorio, che irride Robin in quanto donna, ma che irride anche Miranda Hilmarson (Gwendoline Christie, Game of Thrones) accusata di non esserlo abbastanza.

È piuttosto evidente che ciò che ha riportato Robin a Sydney non sia solo l’esigenza di lavorare per sentirsi meglio, o di sfuggire da un non meglio precisato matrimonio mai accaduto; è anche e soprattutto perché conoscere sua figlia, dare voce alla sua maternità, si è fatta necessità impellente, con un’urgenza che non ha bisogno per forza di essere spiegata solo perché prima non c’era, o era messa a tacere. L’unica verità è che l’acqua può nascondere le cose per un po’, ma non per sempre, e gli intermezzi di quella danza macabra rappresentata dalla valigia trascinata dalle onde non smettono di ricordarcelo neanche per un istante.
A lot of things are real.

Non ci viene risparmiato nulla di questi stati d’animo, in cui la sofferenza è reale (come lo sono molte cose, dice Julia) ma che sembra essere vista solo dalle donne stesse, mentre l’altra metà del mondo continua a dicotomizzare la realtà femminile. Significativo, a tal proposito, è il gruppo di uomini radunati intorno a un tavolo a dare voti e giudizi alle prostitute del bordello Silk 41, senza scrupoli nel farlo ma al contempo totalmente incapaci di relazionarsi in modo normale alla ragazza che lavora in quel bar come cameriera (fa eccezione Brett, il cui legame con Cinnamon lo pone però in una posizione diversa rispetto agli amici). Contraddizioni, si diceva poco sopra, che investono il mondo degli uomini senza pietà, coinvolgendo il capo di Robin (non solo per il discorso con lei su Al, ma anche per la scena dell’orso di peluche) e persino Pyke, comprensivo nei confronti dell’ex moglie Julia ma incapace di opporsi anche solo minimamente alla figlia Mary, ormai allo sbando.

Giochi di specchi e di rimandi con la prima stagione fanno di questa premiere un luogo noto eppure nuovo, restituendo – come l’acqua – un dolore antico e sempre attuale.
“China Girl” come premiere di Top of the Lake è la cosa migliore che potessimo aspettarci, perché capace di recuperare il suo passato senza risultare ridondante, ma anzi dimostrando quanto quegli stessi temi, oltre alla storia della protagonista, abbiano ancora molto da dire. Qualcuno forse storcerà il naso davanti alle coincidenze della trama, ma non è questa la parte importante (come non lo era nella prima annata): non è il realismo del “può accadere” che interessa alla Campion, bensì una vicenda che sappia, proprio grazie ai suoi collegamenti, raccontarci qualcosa di più profondo, simbolico, ineffabile. Vedremo dove le storie di Robin e Cinnamon ci porteranno, ma per ora non possiamo che ringraziare Jane Campion di essere tornata a raccontarci “il femminile secondo lei”.
Voto: 9
