Fra i prodotti di animazione giapponese che più sono riusciti ad affermarsi anche a ponente, il manga scritto da Tsugumi Ōba ed illustrato da Takeshi Obata e animato in seguito in una serie televisiva di 37 episodi sotto la direzione di Tetsurō Araki è sicuramente quello che presenta più affinità con tematiche e strutture narrative tipicamente occidentali. È per ragioni di questo tipo, probabilmente, che Netflix ha visto nel riadattamento in un film TV una possibilità più allettante o promettente che insidiosa. Ed è stata forse la leggerezza (leggasi, spesso, superficialità) con cui è stata portata avanti l’operazione che ne ha determinato il risultato tutt’altro che soddisfacente.
La premessa di Death Note è tanto semplice quanto potente: in una giornata piovosa della provincia di Tokyo Light Yagami, un brillante studente giapponese dagli standard morali più elevati del normale raccoglie un misterioso quaderno “della morte” in cui il possessore può annotare il nome della persona che desidera veder morire e che il ragazzo decide di usare come strumento per ripulire il mondo da criminali e malviventi pensando di poterlo liberare, allo stesso tempo, anche dal Male. Quello con L, più che uno scontro fra quello che è a tutti gli effetti un pluriomicida e l’investigatore privato che vuole consegnarlo alla giustizia, è soprattutto l’incontro fra due condotte e codici di valore diametralmente opposti. Il riadattamento, purtroppo, non conserva praticamente nulla della complessità e della sottigliezza con cui l’originale gestiva il rapporto tra i due ragazzi, uno dei principali nuclei tematici e narrativi del racconto. La rivalità, il ritmo serrato della narrazione, la quantità di macchinazioni e di ragionamenti logici che davano l’impressione di assistere ad una vera e propria partita a scacchi tra i due, il fascino esercitato, al contempo, dall’eccellenza e dalla rigidità morale di Light e dalla stravaganza quasi innocente di L sono elementi che vengono, tutti, appiattiti nel remake, in un poliziesco dalla trama piuttosto standarizzata dove il soprannaturale funge semplicemente da contorno e la componente da thriller psicologico che caricava la maggior parte degli episodi di tensione viene solo goffamente imitata.
Uno dei primi segnali d’allarme poteva essere, forse, la scarsa durata della pellicola: riadattare un universo così attento ed articolato come quello di Death Note in poco più di un’ora e trenta senza tralasciarne degli aspetti essenziali non è praticamente possibile a meno che non si scelga di soffermarsi su un aspetto o su un tratto particolare della vicenda. La creatura di Adam Wingard sceglie invece di tagliare in tronco le parti che non ritiene strettamente necessarie alla comprensione del segmento narrativo principale, di semplificarne la composizione registica ed abbassarne le pretese. Qualche esempio: l’introduzione del personaggio di L, nell’originale, avviene ex abrupto in un momento in cui lo spettatore ormai, se non simpatizzava, si trovava comunque affascinato dal carisma e dalla fermezza di Light e convinto che fosse lui ad incarnare l’“eroe” della storia. La sua figura viene così fatta vacillare (e capovolgere sul piano della funzione narrativa) e la contraddizione di un personaggio che nonostante la quantità di morti di cui è responsabile fatica ancora a rendersi conto di essere il “cattivo” risulta ancora più incisiva. Nella trasposizione si ha l’impressione che questo tipo di accortezze vada a perdersi e che L non sia altro che la controparte necessaria al duetto criminale/investigatore tipico del poliziesco. Il personaggio di Light, del resto, viene completamente oscurato dalla ragazza, Mia Sutton (che mantiene veramente pochi dei tratti della Misa Amane dell’anime), intorno alla quale sembra, a tratti e fastidiosamente, ruotare l’intera vicenda. Personaggio completamente snaturato, il ragazzo sembra ridursi ad una variante dello stereotipo dell’adolescente intelligente ed emarginato dei licei americani, dal contesto familiare tormentato, che fa uso dell’elemento soprannaturale di turno per integrarsi e risolvere il proprio dramma privato. Il pressappochismo con cui sono stati reinterpretati i personaggi arriva fino a colorare di vittimismo e passività (sembra quasi che Light arrivi ad usare il quaderno per la prima volta solo dopo aver ceduto alla tentazione di Ryuk) un personaggio che come nessun altro si allontanava da questi tratti e che traeva, invece, dalla piena e consapevole acquisizione del principio morale e dal coraggio di assumersi l’onere e l’onore di scrivere i nomi sul quaderno tutto il suo disturbante fascino.
Un secondo ordine di problemi deriva dal fatto che, al contrario, i tratti più marcatamente nipponici che coloravano il racconto delle sue tende più delicate e caratteristiche siano stati interamente messi da parte dalle esigenze da blockbuster del riadattamento. Fra tutti: l’evidente componente yaoiche rendeva ancora più affascinante ed interessante la tensione fra Light ed L, il meraviglioso dipinto del mondo malinconico e decadente degli shinigami, l’ironia dell’esistenza annoiata di questi mietitori di anime che si lasciano morire, l’invidia o l’amore quasi greci per il mondo degli umani, l’interesse “da spettatore” di Ryuk, affascinato e divertito dagli eventi ma sempre e comunque distaccato. A queste omissioni non si può che accompagnare l’accusa, mossa da più parti in direzione del prodotto Netflix, di whitewashing: la pellicola sembra disinteressarsi completamente ad un tipo di lavoro incentrato su un’autentica rilettura o riproposizione di un universo altro da quello occidentale e risulta, quantomeno, una mancata occasione, se non di approfondimento, almeno di contatto con l’immaginario televisivo e culturale giapponese che si riduce ad un semplice pretesto di natura squisitamente commerciale.
Il vero problema, in definitiva, è che, al di là del fallimento sul piano della trasposizione nei confronti dell’originale, o del fatto che la pellicola di arrivo non sembra voler suggerire in nessun modo l’approfondimento dell’universo narrativo d’origine, il film non funziona nemmeno tanto bene come prodotto indipendente. L’impressione è, infatti, quella di assistere ad un miscuglio poco elegante e poco originale di poliziesco, teen drama, e soprannaturale dove il quaderno che dà il titolo alla pellicola viene più che altro usato in modo inessenziale come mero pretesto o artificioso ex machina. Il risultato è, purtroppo, un film che non trova molto da dire (e, anzi, molto di ciò che dice lo dice male) nel botta e risposta che un remake dovrebbe essere in grado di instaurare con l’originale e che si presenta, in definitiva, come un prodotto ancor più trascurabile anche se considerato come autonomo rispetto all’anime di partenza. Una volta che la visione di un qualsiasi lavoro lascia con la sensazione che sarebbe stato meglio non vederlo del tutto, diventa anche irrilevante il grado di insufficienza che la valutazione raggiunge.
Recensione perfetta, bravissima Irene. Hai descritto nel modo migliore possibile quanto è stata sbagliata questa trasposizione e perché. Condivido ogni tuo singolo pensiero espresso.
Ti ringrazio magicblack! Purtroppo per la maggior parte i difetti di questa trasposizione erano così evidenti che trovo difficile si possa non condividerne, almeno in parte, le critiche.
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Ti ringrazio magicblack! Purtroppo per la maggior parte i difetti di questa trasposizione erano così evidenti che trovo difficile si possa non condividerne, almeno in parte, le critiche.