
Sono passati tre mesi da quella fatidica notte, quando Jimmy, dopo aver fatto la più bella proposta di matrimonio che si possa mai desiderare, va via, lasciando Gretchen da sola sulla collina. I due episodi, strategicamente divisi in due comparti separati, ci mostrano uno alla volta i due protagonisti, entrambi immersi in una situazione che tende a occultare ciò che sono stati e ciò che potrebbero ancora essere. Jimmy si nasconde in una casa di riposo per anziani ‘camperisti’, Gretchen si è rinchiusa nell’appartamento di Lindsay: entrambi si ritrovano in una situazione al limite, confinati nel limbo di un’essenza stroncata da qualcosa a cui nessuno dei due sa dare una spiegazione. Non a caso entrambi gli episodi sono costruiti con un ossessivo ripetersi di una routine quotidiana che si mostra costantemente uguale, una sorta di loop che rappresenta una metaforica prigione in cui volontariamente sia Jimmy che Gretchen si sono rintanati. La paura di affrontare la realtà che li circonda è palese e tagliente, sulle loro teste c’è come un’aura di ‘fallimento’ che li rimpicciolisce al punto da annientarli.
È Jimmy che è andato via, ma nonostante ciò la dipartita ha creato solo una finta liberazione; su di lui c’è come una cappa di ‘colpa’, nascosta sotto una pesante coltre di arroganza, che si estende in ogni meandro della sua permanenza all’High Mountain. La stessa cosa vale per Gretchen che, sebbene abbia mantenuto tutti i contatti con il mondo esterno, si è rinchiusa tra quattro mura annientata dalla paura di poter incontrare Jimmy.
Il peso dell’amore convenzionale li ha schiacciati: da una relazione esclusiva alla convivenza, dalla proposta di matrimonio alla fuga.
The one inalienable right we all have is the right to be left alone.

Ma una volta scontratosi con l’evidenza delle cose, Jimmy si rende conto che l’ostinazione di Burt non ha nessun fondamento logico, è solo una menzogna che l’uomo vuole prepotentemente trasformare in realtà. Tuttavia, per quanto la condizione di Burt sia un chiaro memento della propria situazione, Jimmy vede tutto dall’esterno, fino a quando l’uomo, nel tentativo di difendere la propria libertà, lo mette di fronte al suo stato di negazione. Jimmy a questo punto non sa come reagire e, pescando nel cilindro della consuetudine, decide di essere cattivo, di controbattere all’evidenza con quella meschinità che gli è propria.
Questa volta però, il confronto tra i due, grazie anche a moniti esterni e sollecitudini pratiche – la pubblicazione del romanzo per Jimmy e l’oggettiva perdita della macchina per Burt – crea una situazione di ripristino, in cui entrambi sembrano far tesoro delle parole dell’altro. Burt e Jimmy, con la levità tipica della serie, senza troppe elucubrazioni mostrate e soprattutto ‘dette’, giungono a uno stato di consapevolezza superiore, passando al livello successivo della loro esistenza, fondato, per entrambi, in una accettazione di sé che, per quanto diversa data la differenza d’età, è qualitativamente uguale. Burt è un confronto necessario per il percorso di Jimmy verso se stesso, verso un futuro che per delinearsi necessita di un ritorno al passato, a Gretchen.
I don’t know! Who knows?! You don’t know! Do you know?

L’attesa, quella condizione fisica e mentale in cui ogni cosa restando sospesa mantiene intatte le proprie caratteristiche, è l’unico posto in cui Gretchen intende rifugiarsi. Solo nell’attesa Jimmy non è un ex: in questo limbo dislocato dallo spazio-tempo della realtà tangibile Gretchen è ancora la sua fidanzata. Attesa e negazione sono le porte di una prigione che Gretchen non vuole abbandonare, perché sa benissimo che è l’unico modo per nascondersi dalle risposte a tutte le domande rinchiuse nella sua mente.

Quando si ritrova da sola in quel bar, nell’indifferenza di quel ragazzo che porta via la sedia rivede l’immagine sfocata di se stessa e, per la prima volta dopo tre mesi, riesce finalmente a guardarsi allo specchio: quello che vede non le appartiene, l’attesa è finita; Jimmy finisce tra gli ex, nella speranza che sepolto in quella cartella possa davvero sparire come se non fosse mai esistito. Per questo ritorna da Ty, per vivere appieno la sensazione del pre-Jimmy, negando sia l’attesa che il flusso di domande con il calore di un corpo che ha il nostalgico sapore di un giaciglio in cui rifugiarsi. Ma, come si suol dire, se smetti di pensare a una cosa anche solo per un secondo quella cosa riappare, ed ecco che Jimmy ritorna prepotente con un “Hey” che ha la stessa potenza di un pugno allo stomaco.
We’re the serious ones now.

Da sempre imprigionati in un immobilismo che appiattiva le loro caratterizzazioni al ruolo di macchietta comica, a partire dalla scorsa stagione Lindsay ed Edgar hanno subito un’interessante crescita che adesso li rende i due punti fermi del gruppo. Si è come innescato uno scambio di ruoli, su cui i due ironizzano al punto da finire insieme sul letto che fu di Jimmy e Gretchen. Edgar ha sempre avuto una cotta per Lindsay, ma solo adesso, accomunati da una condizione di soddisfazione personale comune, riescono a incontrarsi davvero. Ed è singolare che ciò accada proprio nel momento in cui lui non prova più niente per lei. Edgar e Lindsay, vestiti di nuova vita, proiettati verso il futuro, insieme senza drammi, sono il perfetto contraltare per esaltare il baratro in cui si sono imprigionati Jimmy e Gretchen.
Dall’impostazione stilistica alla nuova sigla, tutto lascia presagire che questa quarta stagione di You’re the Worst abbia intenzione di superare l’immagine sbiadita della scorsa annata per dirigersi verso i fasti del passato, magari riuscendo pure a superarli.
Voto 4×01: 7/8
Voto 4×02: 7/8

Qualcuno ha per caso notato le incredibili somiglianze tra i finali e inizi di stagione di you’re the worst e Bojack Horseman?
Assolutamente sì! Quando ho visto BoJack (senza fare spoiler qui, ma chi l’ha vista sa a cosa ci riferiamo) è stata la prima cosa a cui ho pensato!