
La particolarità di questa tipologia di prodotti è l’assoluta inscindibilità della storia raccontata dalla realtà dei fatti; ne sono esempi molto famosi The Jinx: Life And Death Of Robert Durst, Making A Murderer e The Keepers – questi ultimi due prodotti proprio da Netflix. In tutte queste produzioni si parte da un individuo e da un evento criminoso che lo ha riguardato da vicino, si documentano i fatti e le dichiarazioni delle persone che possono fare luce sul caso e si tenta di definire la colpevolezza o meno del protagonista, la quale non è quasi mai certa sin dall’inizio. Proprio per quest’ultimo motivo la portata sociale di questo tipo di produzioni è importante e il confine tra realtà e finzione labile: nel caso di The Jinx per esempio la serie ha permesso di risolvere alcune questioni riguardanti il caso Durst, Making A Murderer d’altro canto ha generato un dibattito acceso sull’imperfezione della giustizia americana. Il dialogo diretto tra intervistatore e personaggi è quindi una componente essenziale, che aggiunge una nuova dimensione ad un racconto già di per sé intrigante ma reso ancora più spaventoso e realistico dalla consapevolezza di trovarsi di fronte ad una storia vera.
Who drew the dicks?

Il caso che dà il via alla trama della serie risulta fin da subito ridicolo e ininfluente, soprattutto se paragonato agli omicidi e ai crimini violenti raccontati negli show sopracitati; è, tuttavia, l’eccesso di dramma con cui viene seguita da vicino l’ingiustizia nei confronti di Dylan e l’effetto sociale volutamente esagerato che ha su studenti e professori a rendere sempre più interessante – e divertente – l’indagine di Peter Maldonado e Sam Ecklund – questi i nomi dei cineasti che vogliono scoprire la verità sui dicks. Una buona parodia è quella che sa calcare la mano ed esagerare gli elementi dell’originale in modo equilibrato, senza esasperarli o renderli disturbanti per chi guarda: American Vandal è ottimo in questo, poiché riesce sia ad intrigare lo spettatore – dopo i primi episodi chiunque vuole arrivare a fondo della questione e capire cosa sia veramente successo – sia a farlo divertire attraverso finte interviste, dichiarazioni assurde e ricostruzioni di eventi fin troppo professionali e fuori luogo per il tipo di crimine che si vuole risolvere. Questo anche perché, è giusto sottolinearlo, gli eventi raccontati nella serie, chiaramente, non sono davvero accaduti – i personaggi sono attori – e ciò permette di giocarsi colpi di scena e plot twist in modo calcolato e ragionato.
Abbiamo un finto documentario girato da finti registi che racconta di un finto crimine avvenuto in una finta scuola da finti studenti, tutti elementi che gli autori cercano di spacciare per veri, come se l’atto di vandalismo fosse realmente accaduto. Ma cosa c’è oltre alla classica distorsione e reinvenzione degli stereotipi del genere true crime in American Vandal a renderlo così particolare e unico?

Non è solo il protagonista ad essere un personaggio complesso e meno banale di quanto possa sembrare; attraverso le indagini e le interviste ogni singolo studente del liceo Hanover ne esce sfaccettato e interessante dal punto di vista caratteriale; persino gli stessi Peter e Sam, pur dovendo elevarsi al di sopra della questione per essere più obiettivi possibili nei confronti di Dylan, diventano personaggi del loro stesso documentario – anche qui torna il discorso del rapporto tra intervistatori e intervistati – proprio perché parte della “popolazione” di Oceanside e quindi parte attiva della vicenda. Nessuno, quindi, è esente dalle indagini: si passa dai ragazzi che mentono per ottenere popolarità, agli attivisti che lottano per le proprie idee, alle tresche tra studenti fino ad arrivare al punto di vista dei professori e addirittura del preside. American Vandal riesce a creare personaggi divertenti e mai banali, combattendo e superando gli stereotipi tipici a cui cinema e televisione ci hanno abituato.

Il mockumentary di Netflix è una delle più gradite novità di questa florida annata televisiva, un prodotto nuovo e intelligente che riesce a divertire e fare satira senza indugiare quando si tratta di approfondire temi delicati sempre attuali. Con i suoi otto episodi, che non richiedono troppo impegno, si presta benissimo al binge watching anche grazie ai numerosi colpi di scena architettati dagli autori e ad un finale tutt’altro che scontato.

Grazie della recensione, mi hai dato l’opportunità di vedere qualcosa di insolito.
Ormai è difficile, considerata la bulimia seriale che ci guida, soffermarsi su quanto si stia fagocitando il tempo necessario per apprezzarne il gusto: American Vandal è veramente un prodotto intelligente, che danza tra vari registri, dall’assurdo al plausibile, con un ottimo ritmo narrativo.
Inoltre avevo riconosciuto qualcosa di familiare – nella musica e nella modalità dell’intro – e quando Peter dice all’avvocato di Dylan di essere un documentarista che si ispira a Serial, un po’ mi si è scaldato il cuore: questo documentario-radio è stato veramente una perla (ed anche qui – nella prima stagione – si affrontava il mondo liceale, attraverso un caso di una gravità decisamente diversa, trattandosi di omicidio).
AV non è solo una parodia del genere, ma ci mostra come certe dinamiche d’indagine – ereditate da una visione massiccia dei vari crime, legal e documentari – abbiano ormai condizionato il nostro modo di filtrare la realtà: screditare un testimone, ad esempio, rende legittima l’invasione della privacy altrui;
la Verità è il fine ultimo, non importa quale essa sia, chi coinvolga, anche se fossimo chiamati a risponderne in prima persona.
Ed è questa ossessione per la verità ad aprire alla riflessione finale: la realtà non è detto sia conseguenza della verità, piuttosto il contrario.
Anche io ho visto AV perchè ho visto che lo recensivate. La recensione, però, l’ho letta tutta solo dopo averlo finito. 🙂
E’ una serie molto interessante e fresca. Porta avanti diverse linee tutte insieme, la storia, la meta-storia, tutti gli elementi di osservazione della realtà scolastica. Anche il senso di straniamento che certe volte si ha vedendo alcune interviste si inserisce bene: normalmente sarebbe fuori luogo, oppure bad acting. In questo caso, lo vedo come una strizzata d’occhi alla parte di meta-storia.
Credo che una nota particolare la meritino i personaggi, che sono approfonditi proprio bene, come nei documentary citati. Insomma, una serie che vale la pena vedere.