
Si può dire fin da subito che uno degli obiettivi più difficili che si poneva Electric Dreams è stato raggiunto: l’atmosfera di ogni episodio, seppur declinata rispetto all’ambientazione e alle caratteristiche tecniche dei diversi autori, è quella che si respira leggendo i racconti di Philip Dick scelti per l’adattamento, con il particolare pregio di evitare di adagiarsi sul facile successo delle sue opere più famose – Blade Runner su tutte. Sarebbe stato fin troppo facile cadere nell’errore di cercare il successo di pubblico attraverso un tentativo di rifacimento delle caratteristiche che hanno reso grande il mondo costruito da Ridley Scott nel 1982; Cranston e soci scelgono la via più difficile e riescono – con una sola eccezione – ad imprimere una forma soggettiva e unica alla narrazione e all’ambientazione dei diversi episodi.
Un’ultima premessa necessaria prima di scendere nel dettaglio degli episodi riguarda i collegamenti tra i racconti e i loro adattamenti: come già accennato quando si parlava di ”The Hood Maker”, gli scritti da cui hanno origine le storie raccontate nello show sono brevissimi, talmente esigui dal punto di vista narrativo da esigere un adattamento espansivo delle tematiche trattate e dell’universo in cui sono ambientate. Per questo motivo gli autori hanno avuto il compito di costruire i loro episodi sì a partire dal racconto, ma costruendoci sopra un impianto quasi del tutto nuovo – anche in virtù delle direttive della produzione, che ha dato carta bianca in merito. In questa sede si faranno anche degli accenni alle modifiche che sceneggiatori e registi hanno apportato al testo originale, soprattutto quando le tematiche di base vengono totalmente stravolte, nel bene o nel male.
The Impossible Planet

Anche in questo caso i cambiamenti rispetto al materiale originale sono importanti, tra cui spicca la scelta di David Farr (The Night Manager) di cambiare protagonista – nel racconto è il personaggio interpretato da Benedict Wong – e di puntare su un tipo di fantascienza romantica fin troppo stucchevole, che depotenzia il carico emotivo su cui l’episodio sembra voler puntare. Il disorientamento di Brian di fronte ai flashback/flashforward, infatti, è lo stesso degli spettatori che, anche quando il mistero sembra risolversi, restano perplessi e poco sorpresi, non aiutati dall’interpretazione non all’altezza dell’attore. Non c’è probabilmente abbastanza tempo per architettare una storia che vuole diventare più di quello che è realmente: un racconto sulla ricerca della felicità che passa dai ricordi del passato di Irma ai progetti per il futuro di Brian, i quali insieme coincidono in un impossibile collegamento genealogico. A salvare l’episodio sono il comparto tecnico e scenografico che trovano i loro punti di forza nel setting particolareggiato della Dreamweaver 9 – questo il nome dell’astronave panoramica in cui si svolge la trama – e nell’estetica dei dettagli, ad esempio del droide accompagnatore di Irma.
Voto: 6
The Commuter

“The Commuter” funziona proprio nel suo tentativo di straniamento dello spettatore, esattamente come il racconto fa con il lettore, che si impersona totalmente nel protagonista e va alla ricerca di un luogo inesistente che diventa reale solo se si crede che lo sia. La differenza sostanziale tra le due opere qui sta nella storia privata di Ed e, di conseguenza, del suo finale: nel racconto Ed e la moglie non hanno figli, salvo poi trovarne uno dopo la visita a Macon Heights che cambia di fatto la loro realtà; nella serie il figlio di Ed soffre di problemi psicotici e l’uomo si trova davanti alla possibilità di vivere una vita senza di lui e senza tutti i problemi che ha dovuto affrontare con la moglie, scegliendo infine di non cedere alla tentazione preferendovi tutti i momenti felici passati insieme. È una risoluzione totalmente diversa, ma con un significato ugualmente profondo e interessante: nei momenti di difficoltà bisogna riuscire ad accorgersi di tutti i momenti felici che fanno da contrappeso alle sofferenze momentanee, più in generale l’assunto per cui una vita vale sempre la pena di essere vissuta.
Voto: 7
Crazy Diamond

È infatti la trama stessa di “Crazy Diamond” a non essere convincente perché troppo confusionaria e ricca di elementi appena accennati, nessuno dei quali analizzato fino in fondo. La critica all’umanità e la contrapposizione uomo-macchina restano lo sfondo davanti al quale Ed, il protagonista, cerca l’evasione dalla propria quotidianità, un sentimento tuttavia non approfondito e privo delle basi che gli servirebbero per appassionare. Nemmeno il worldbuilding si può dire riuscito: la fotografia e le scelte cromatiche delle ambientazioni sono suggestive e interessanti, ma tutto quello che completa il futuro distopico di Dick non è che abbozzato e assolutamente privo di qualunque credibilità, sfiorando a tratti il ridicolo. Manca un’idea di fondo in questo adattamento, che apre tante possibilità narrative ma che infine non fa che chiudersi in se stesso lasciando un senso di totale incompiutezza.
Voto: 5
Real Life

Il punto di forza di “Real Life” può essere identificato nella sua natura investigativa: entrambi i personaggi sono alla ricerca di indizi per convincersi di essere reali e lo fanno a piccoli passi, così da coinvolgere chi guarda e a permettergli di entrare lentamente nelle dinamiche dei due universi. La risoluzione dell’enigma, tuttavia, non risiede nel mondo che li circonda ma nell’interiorità dei protagonisti: è nel loro passato, infatti, che si trovano i collegamenti necessari per sviscerare il mistero, e sta nella loro visione del mondo la chiave di tutto l’episodio. Moore racconta, infatti, una storia di umanità; di come il pessimismo intrinseco a molte persone faccia dubitare di non meritarsi la propria vita, sempre convinti di dover pagare dazio per errori commessi nel passato.
L’episodio è il migliore tra i primi sei anche perché riesce a cogliere fino in fondo la poetica e la profondità dei temi dell’autore a cui si ispira, una fantascienza radicata soprattutto nella complessità dell’animo umano prima che nella vastità del cosmo.
Voto: 8
Human Is

Silas Herrick è un colonnello rude con poca considerazione della moglie Vera (Essie Davis) che parte per una pericolosa missione su Rexor IV alla ricerca di risorse indispensabili al morente pianeta Terra. Al ritorno il carattere dell’uomo cambia radicalmente, trasformandosi nel marito ideale per Vera e in una persona totalmente differente da quella che era partita. Le autorità sono convinte che Silas non sia più umano, bensì un rexoriano che ha assunto le sue sembianze, e tentano di smascherarlo attraverso un processo molto sbilanciato. La trama è semplice ed essenziale ma trova nella profondità dei suoi protagonisti il suo apice, esattamente come nel racconto di Dick: il dubbio sull’identità di Silas, infatti, è costruito dall’autrice dell’episodio in ottica di sorprendere con il plot twist finale del processo, attraverso il quale Vera mette in totale crisi le certezze su cui il generale Olin (Liam Cunningham) si basava per definire l’essere umano.
L’episodio funziona bene anche in ottica antirazzista sul tema della critica al pregiudizio: il sacrificio, sentimento definito come puramente umano, diviene infatti una caratteristica comune al rexoriano Silas che sceglie di costituirsi per proteggere Vera. Cosa c’è di più umano del dare la propria vita per qualcun altro? Se nemmeno questo è un termine di divisione netto tra una razza e l’altra è chiaro che le il termine “razza” stesso si svuoti di significato.
Voto: 7/8
Non sono pochi a sostenere l’assunto per cui Philip K. Dick sia uno degli autori più complessi da adattare su piccolo e grande schermo: la multidimensionalità delle storie che racconta tra scritti brevi e romanzi è totalmente incompatibile con i tempi e le esigenze televisive o, peggio ancora, cinematografiche. Tuttavia il progetto ambizioso di Channel 4, giunto a metà della sua prima stagione, non è assolutamente da bocciare, anzi; esso risulta, tra alti e bassi, come una buona trasposizione e, si può ben dire, reinterpretazione dei racconti dello scrittore americano.
